Avvenire, 29 aprile 2026
Msf, a Gaza l’acqua usata come un’arma «Strategia che fa parte del genocidio»
L’acqua come mezzo di punizione collettiva per i due milioni di palestinesi prigionieri fra le macerie di Gaza. È quanto emerge da «L’acqua come arma», il report pubblicato ieri dalla ong francese Medici senza frontiere (Msf), 40 pagine di dati e testimonianze raccolte fra gennaio 2024 e dicembre 2025 che offrono, a più di sei mesi dal “cessate il fuoco”, l’ennesima, desolante prospettiva sull’inferno della Striscia. «Le autorità israeliane sanno che senza acqua la vita finisce, eppure hanno deliberatamente e sistematicamente distrutto le infrastrutture idriche a Gaza, impedendo al contempo l’ingresso di rifornimenti», spiega Claire San Filippo, responsabile delle emergenze di Msf.
Secondo quanto riportato dalla Banca Mondiale, dall’Unione Europea e dall’Onu, l’89% dei beni relativi all’acqua e al settore idrico-sanitario è stato annichilito o danneggiato dai bombardamenti israeliani. La demolizione delle infrastrutture, diretta a creare una «deliberata scarsità», è stata accompagnata durante il conflitto da attacchi che hanno impedito l’accesso all’acqua, e seguita, ancora oggi, da una forte limitazione ai valichi del flusso di tutte le strumentazioni e i materiali necessari per soddisfare le esigenze minime della popolazione. Una strategia, afferma la ong francese nel report, che si presenta come «parte integrante del genocidio israeliano». Penuria e contaminazione dell’acqua favoriscono la diffusione di malattie gastrointestinali e della cute. L’assenza del sistema idrico-sanitario crea disagi insormontabili per le categorie più fragili. Le umilianti e interminabili file davanti alle latrine pubbliche sono precluse ad anziani, bambini e disabili. Proliferano le fosse “private” dentro le tende abitate, o poco lontano. Presto i reflui contaminano l’ambiente, avvelenano le falde. I cinque milioni di litri d’acqua che Msf è capace di garantire ogni giorno a Gaza coprono appena i bisogni essenziali di un quinto della popolazione. La richiesta presentata alle autorità israeliane nel marzo scorso per 17 desalinizzatori è stata approvata, al termine di un labirinto burocratico, dopo 231 giorni. Il prezzo dell’acqua potabile ha visto un incremento del 500%. Insostenibile per la maggior parte dei gazawi. Il numero minimo dei camion carichi di beni umanitari, stabilito dagli accordi di Sharm al-Sheikh in 600, non è mai stato rispettato da Israele. Per la popolazione, metà della quale vive nelle tendopoli, il disagio è diffuso e profondo, spesso diventa patologia psicologica. Msf chiede agli Stati membri dell’Onu di «usare la propria influenza per fare pressione su Israele affinché cessi di ostacolare l’accesso ai beni umanitari», e a Tel Aviv di «ripristinare immediatamente, con un livello adeguato, l’acqua per le persone di Gaza». Il 26 febbraio la Corte Suprema israeliana ha emesso un’ingiunzione provvisoria che sospende il precedente ordine del governo di espellere da Gaza come dalla Cisgiordania, entro il 1° marzo, le 37 ong che si sono rifiutate di fornire le liste dettagliate del personale. Fra queste figura Msf, il più importante fornitore non-governativo di servizi sanitari nella Striscia.