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 2026  aprile 29 Mercoledì calendario

Le lettere inedite di Benedetto Croce

Due lettere inedite di Benedetto Croce testimoniano e riassumono efficacemente il suo rapporto con il regime fascista, che da una iniziale accondiscendenza divenne poi decisa opposizione. Le pubblica Maurizio Tarantino, italianista e direttore di biblioteche e musei, autore di saggi dedicati al filosofo, nel piccolo ed esemplare Una visita dello Stato Etico. Pensieri sul fascismo (1922-1926), appena edito da Graphe.it.
Depositate nella Corrispondenza di Benedetto Croce con senatori, le lettere furono inviate il 6 giugno 1923 all’ex presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti e, il 7 marzo del 1926, a Gaetano Mosca, giurista e studioso di politica. Nella prima, don Benedetto non nascondeva di ritenere che il governo di Mussolini, non ancora diventato dittatura, avrebbe potuto dare una salutare scossa affinché si ripristinasse un “più sano liberalismo”, oltre che chiarire la “nullità del socialismo”. Scriveva dunque a Nitti: “In cose politiche temo sempre di dire spropositi; ma a me sembra che il fascismo abbia reso un gran servigio chiarendo col fatto la sterilità o nullità del socialismo, e riportando il sentimento politico alla coscienza nazionale. Non che io sia nazionalista nel senso angusto e fanatico: vorrei anzi non essere italiano ma europeo… Senonché, aspettando che una coscienza europea si formi, e contribuendo anche a formarla, per l’intanto non mi sembra prudente lasciar cader la carne per l’ombra. Inoltre il fascismo ha dato una forte scossa al degenere liberalismo; e io spero che, dopo questo periodo di sospensione delle libertà, si ripristini un più sano liberalismo, che abbia per centro l’interesse dello Stato. Credo anche io che l’Italia non possa non essere democratica. Ma è da sperare che sia di quella tale democrazia che è cultura, razionalità, intelligenza. Quanto al resto, non do importanza alle teorie (molto incerte e contraddittorie e labili) che il fascismo ha via via formulato, teorie antiliberali, futuriste, ecc. che non mi riesce di ridurre a nessun concetto sostenibile”. Ben altre parole, invece, avrebbe speso Croce tre anni dopo nella lettera a Mosca. Molte cose erano successe. Il regime era adesso una dittatura spietata. E il filosofo aveva scritto il Manifesto degli intellettuali antifascisti, uscito il 1° maggio del 1925 su Il Mondo, che era la risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile. II 15 febbraio del 1926, intanto, a Parigi, in esilio, era morto Piero Gobetti, che con coraggio e lungimiranza aveva combattuto Mussolini fin dal 1922. A Gobetti, nel settembre del 1924, Croce aveva mandato una lettera di sostegno, da far pubblicare sui giornali, dopo l’aggressione degli squadristi torinesi.
Il filosofo di Pescasseroli, pertanto, nel marzo 1926 scriveva senza tentennamenti rispetto alla richiesta di un foglio fascista: “Mio caro Mosca, non voglio firmar la lettera perché quella domanda mi pare non solo inopportuna, ma offensiva, contenente da ultimo una imposizione o minaccia. E credo che fareste bene anche voi a non rispondere”. Si trattava, come spiegherà nel 1935, di “un’intimazione fatta da un giornale, che mi pare si chiamasse Roma fascista, di dichiarare quel che pensavamo dell’atteggiamento dei fuorusciti. La lettera fu mandata a ciascuno di noi, notoriamente oppositori, con ricevuta di ritorno. Io mi adoprai subito ad avvertire gli amici di non rispondere in nessun modo. Ma alcuni si smarrirono e risposero. Quel giornale pubblicò le risposte ricevute e poi l’elenco di coloro che non avevano risposto, soggiungendo col solito piglio minatorio: ‘Ci rivedremo a Filippi!’”.
Il prezioso volumetto non si esaurisce naturalmente nei due inediti. Tarantino ricorda che con questa silloge di interventi crociani, tra cui alcune lettere ad Amendola, Bracco, Casati, Gentile, Gobetti, Laterza, si è voluto “fornire un aiuto al lettore comune desideroso di informarsi su una questione di storia che spesso torna d’attualità: che cosa pensava Benedetto Croce del fascismo?”. Il secondo scopo del libro è di stretta attualità e si può condensare in due domande: “È possibile che negli anni Venti di questo secolo si realizzi (magari in modi e con strumenti nuovi) un analogo passaggio da una pur imperfetta democrazia parlamentare alla dittatura?”.