La Stampa, 29 aprile 2026
Alberto Mantovani parla di arte e di medicina
Il professor Alberto Mantovani, immunologo, patologo, già direttore scientifico Istituto Humanitas, oggi presidente Fondazione ricerca Humanitas, rende talmente belle la medicina e la ricerca perché le spiega con i capolavori dell’arte e della letteratura. Lo ha fatto nel libro scritto insieme a Claudio Longhi, Breve storia letteraria e artistica della medicina (La nave di Teseo, 2025), lo ha ribadito a Siena nella sua lezione all’auditorium della Fondazione Biotecnopolo («rappresenta la cintura di sicurezza per il Paese di fronte alle sfide contro le malattie infettive») lo conferma anche in questa intervista.
Perché ha scelto i Musici di Caravaggio per spiegare l’immunologia?
«Perché il sistema immunitario è un’orchestra straordinaria e complicata, della quale noi non conosciamo tutti gli orchestrali, tutti gli strumenti e tutti gli spartiti. È composta, più o meno, da quattro miliardi di orchestrali. Nelle scuole di medicina e biologia noi non insegniamo il 20 per cento dei geni, sono parole di cui non conosciamo il significato. C’è tanto spazio per fare nuove scoperte. Giovani ricercatori, datevi da fare».
E perché gli acquerelli di Kandinsky per raccontare l’importanza dei macrofagi, cellule al centro di molti dei suoi studi?
«Ci sono 100 milioni di cellule, la nostra prima linea di difesa, che muoiono per mantenere l’equilibrio in un mondo microbico potenzialmente patogeno. Mi sono focalizzato su queste cellule che si sacrificano, che rappresentano la nostra immunità innata. Ma ci sono anche molecole, presenti in tutti i liquidi biologici, che sono il braccio “umorale” della nostra linea di difesa e funzionano come degli anticorpi».
Che cosa la spinge a questi parallelismi tra medicina e arte?
«Il mio interesse per l’arte e la scienza nasce da un amore personale per entrambe. Sono due mondi molto più vicini di quanto si pensi. Anche la ricerca scientifica è fatta di sogni, di intuizioni, di salti logici, di attese, di immaginazione. La letteratura, ad esempio il Decamerone di Boccaccio o La peste di Camus, serve come richiamo alla responsabilità sociale di fare scienza e medicina. Le reazioni alle epidemie raccontate in quei libri dimostrano che soffriamo di una coazione a ripetere i nostri errori».
Il quadro usato come simbolo dei nostri tempi è Goya, Il sonno della ragione genera mostri. È una metafora dell’allergia di tanti governi contro i vaccini?
«Ho pensato agli improvvisi aumenti dei casi di morbillo, non solo negli Usa, ma anche in Italia. Abbiamo registrato anche dei casi di pertosse, nonostante ci sia un vaccino efficace, scoperto qui a Siena. Ma ci accorgiamo di questi casi solo quando il Sassuolo gioca contro la Juventus e non può schierare diversi titolari perché colpiti dalla pertosse. L’Italia si è comportata più saggiamente degli Stati Uniti, non ha cambiato la sua politica vaccinale».
Quali numeri porta a difesa dei vaccini?
«Cinque vite salvate nel mondo ogni minuto, 7.200 al giorno, 25 milioni in un anno. I vaccini sono l’intervento medico a basso costo che più di tutti gli altri ha cambiato la nostra salute. Ogni euro investito nei vaccini genera da 20 a 40 euro di risparmi per le cure. Pensi all’epatite B: una dose di vaccino costa 16 euro al Servizio sanitario nazionale. Un trapianto di fegato costa centinaia di migliaia di euro. Sono numeri che riguardano anche la sostenibilità del nostro sistema sanitario».
Lei dice di essere diventato medico per caso e immunologo per amore.
«Vero, ma non per amore di una donna. Sono innamorato di mia moglie, è maestra e non insegna scienze. Mi sono innamorato dell’immunologia perché è una disciplina fantastica e rivoluzionaria».
Lei ha dato un contributo decisivo a questa rivoluzione.
«Ho contribuito alla “Immune Revolution”, perché ho scoperto che il cancro non è solo la cellula tumorale, che va distrutta, ma è anche la nicchia ecologica dentro cui cresce il tumore. Ho definito “poliziotti corrotti” quelle cellule del sistema immunitario che sono passate al nemico, perché aiutano la crescita tumorale invece di fare il loro mestiere di difensori. Da qui l’immunoterapia e i checkpoint inibitori, farmaci che bloccano i segnali usati dai tumori per nascondersi, permettendo al sistema immunitario di riconoscerli e distruggerli».
Tornando all’arte, perché La grande onda di Hokusai è la metafora di come si reagisce a un fallimento?
«Tutti guardano l’onda, pochi vedono le barche con i rematori che sfidano lo tsunami e cercano di superarlo. Sono il simbolo della perseveranza umana».
Da pioniere della “Translational research”, come giudica il rapporto Draghi e il pesante gap biotecnologico in Europa?
«Il male dell’Europa, più grave in Italia, è la dissociazione forte tra la qualità della ricerca scientifica e il suo trasferimento alla società. C’è un imbuto troppo stretto tra le tante scoperte e le medicine che arrivano ai pazienti. È un problema che va risolto, l’ho detto anche agli Stati generali della salute a Napoli, parlando di fronte al presidente Mattarella, per salvare il nostro servizio sanitario».
È a rischio, secondo lei?
«La sua sopravvivenza dipende da qualità, appropriatezza, efficienza, prevenzione e ricerca. Bisogna investire nella ricerca nazionale, per non dipendere da quella degli altri Paesi, ed eliminare gli sprechi di risorse, come l’uso eccessivo di antibiotici e gli esami inutili. La ricerca scientifica è paragonabile alla scalata di una montagna. Bisogna farla in cordata e, una volta raggiunta la vetta, pensare a quella successiva. Abbiamo un problema di sostenibilità delle cure, diventano sempre più costose perché facciamo sempre più medicina personalizzata. Ma io vorrei continuare a vivere in un Paese come l’Italia nel quale un paziente che ha il cancro ha una possibilità di sopravvivenza superiore alla media europea».