lastampa.it, 29 aprile 2026
La Cina accusa “forze straniere” di promuovere l’ozio tra i giovani
«Alcune organizzazioni straniere hanno finanziato media anti-Cina, think tank e influencer per condurre una campagna sistematica di lavaggio del cervello». Obiettivo? Convincere i giovani cinesi a oziare e a “sdraiarsi”, in mandarino tangping, termine che da qualche anno è virale sui social media cinesi.
L’accusa, inedita nella sua forma, è del ministero della Sicurezza di Stato di Pechino, che ha ampi poteri anche in materia di intelligence. La Cina incolpa così “forze estere” su una tendenza che ha guadagnato visibilità e popolarità, di pari passo con il rallentamento della crescita dell’economia e l’aumento della disoccupazione giovanile, che hanno portato disillusione a diverse componenti delle nuove generazioni. È in questo contesto che si è diffuso il fenomeno dello “sdraiarsi”, una filosofia di vita che rifiuta la competizione estrema, il sacrificio continuo e l’ossessione produttivista.
Secondo il ministero della Sicurezza di Stato, questo atteggiamento non sarebbe soltanto il risultato di problemi interni, ma anche il frutto di una precisa strategia di destabilizzazione orchestrata dall’estero. In un lungo post pubblicato su WeChat, il ministero ha accusato presunte “forze ostili anti-Cina” di utilizzare i social media e piattaforme digitali per diffondere tra i giovani idee nichiliste, scoraggiare il duro lavoro e minare i valori fondamentali della società cinese. Secondo Pechino, organizzazioni straniere starebbero finanziando media, influencer e think tank anti-cinesi per promuovere il pessimismo sociale e convincere le nuove generazioni che impegnarsi non serva più a nulla.
Il messaggio è chiaro: il governo non vuole che lo “sdraiarsi” venga interpretato come una reazione spontanea a un malessere sociale diffuso, ma come una sorta di guerra psicologica contro il futuro del Paese. L’idea che i giovani scelgano di “sdraiarsi”, rinunciando alla corsa verso la produttività, viene letta come una minaccia politica oltre che economica. Per il Partito Comunista, infatti, i giovani rappresentano il motore della crescita, dell’innovazione e della stabilità sociale. Se smettono di credere nel progresso, si incrina una delle fondamenta della legittimità del sistema.
Il fenomeno del tangping nasce in una contingenza in cui la disoccupazione giovanile è elevata, i costi della vita sono alti e il mercato del lavoro non mantiene più le promesse del passato. Ogni anno, circa dodici milioni di laureati entrano in un sistema che fatica ad assorbirli. In molti casi, nemmeno un titolo universitario prestigioso garantisce più un impiego stabile o ben retribuito. A questo si aggiunge la cultura del lavoro esasperato, sintetizzata nel celebre modello del “996” promosso dalle Big Tech cinesi, cioè lavorare dalle 9 del mattino alle 9 di sera per sei giorni a settimana. Un sistema che per anni è stato celebrato come simbolo della competitività cinese, soprattutto nel settore tecnologico, ma che ha prodotto anche alienazione e una crescente insofferenza tra i lavoratori più giovani. Per molti ragazzi e ragazze, la promessa del sacrificio come strada verso il successo non appare più credibile. Si lavora di più, si studia di più, si compete di più, ma senza la certezza di ottenere una vita migliore.
Non a caso, c’è un altro termine diventato centrale nel dibattito cinese contemporaneo: neijuan, “involuzione”. Il concetto descrive una situazione in cui la competizione aumenta ma senza produrre reale progresso. È la sensazione di una generazione che percepisce il proprio sforzo come sterile, quasi inutile. Il tangping è una reazione a questo processo: se il sistema è una corsa senza arrivo, allora alcuni scelgono semplicemente di smettere di correre. Non vuole dire semplicemente non lavorare. Significa scegliere uno stile di vita più modesto, ridurre i consumi, rifiutare gli straordinari, non inseguire il lusso, rinunciare alla pressione sociale del matrimonio e della casa di proprietà. In altre parole, sottrarsi a un modello di successo percepito come svuotato di significato.
Il governo risponde con una doppia strategia. Da una parte rilancia la retorica del sacrificio e della resistenza contro le avversità. Dall’altra cerca di controllare la narrazione pubblica, limitando la diffusione di contenuti considerati troppo pessimisti o disfattisti. Negli ultimi anni, hashtag legati al tangping sono stati bloccati, mentre si suggerisce che pessimismo e nichilismo sono sbagliati e pericolosi. Ora il passo ulteriore, con l’accusa alle “forze straniere” che diffonderebbero queste idee e ne esagererebbero la portata, influenzando i giovani cinesi. Ma, alla base della questione, c’è un problema di non facile soluzione per il Partito: per la prima volta dopo decenni, molti giovani cinesi non sono convinti che vivranno meglio dei loro genitori.