repubblica.it, 29 aprile 2026
Il mercato dei Lego, che funziona come una Borsa
C’è un dinosauro, un T-Rex, distribuito in poche centinaia di copie, che oggi vale fino a 15mila dollari. Oppure un bombardiere di Star Wars che ha moltiplicato il suo prezzo di quaranta volte. E poi castelli anni Settanta (il set 375, noto anche come castello giallo) e apparentemente anonimi set modulari cittadini (come il Corner Cafè del 2007, numero 10182, quotazione 2.700 dollari) che, più che giocattoli, sembrano blue chip. Non è folklore: è mercato. E ha anche un indice. Secondo BrickEconomy, il BrickEconomy 100 Index – che sintetizza l’andamento dei set più rilevanti, dividendo anche per tipologia – cresce a ritmi da asset finanziario maturo, circa +9% annuo. Un rendimento che lo avvicina più a un benchmark tradizionale che a un hobby.
I set che fanno prezzo
Dentro l’indice convivono set molto diversi ma con una logica comune. Il già citato Castle 375, uno dei set storici più iconici, resta un riferimento per il collezionismo puro. Sul fronte contemporaneo dominano invece le licenze: Star Wars da sola rappresenta una quota rilevante dei set più quotati (al momento in cui scriviamo, 24 su 100) segno che il valore è sempre più legato alle proprietà intellettuali globali.
Poi ci sono i casi limite, quelli che definiscono il mercato e che non dipendono solo dagli anni trascorsi dal lancio o dal ritiro dal mercato. Il clamoroso T-Rex 4000031 da appena 70 pezzi, prodotto nel 2018 in appena 500 unità distribuite come premi per dei concorsi, è diventato un oggetto da collezione estrema (su eBay c’è chi lo propone a 15.900 euro) mentre il Resistance Bomber con minifigure rara può valere anche centinaia di euro, nonostante la versione standard, pur ritirata, si porti a casa con meno di 200 euro. Verso la fine del ciclo produttivo di questo set Lego sostituì infatti la minifigure generica del pilota con una versione specifica del personaggio Finch Dallow rimpiazzando la testa della minifigure (il pezzo 3626cpr2762 ha sostituito il 3626cpr2388) e il casco (il pezzo 33648pr0224 ha sostituito il 33648pr0001). Questa versione, venduta solo in Nord America visto che il set originale era già stato ritirato al mercato europeo è catalogata come 75188-2.
Qui si capisce la prima regola: non conta solo il set ma ciò che contiene. Le minifigure esclusive possono arrivare a rappresentare una quota significativa del valore complessivo, trasformando un prodotto standard in un asset ricercato.
Il mercato dietro i mattoncini
Il salto di qualità è nella struttura. BrickEconomy monitora decine di migliaia di set e costruisce modelli previsionali basati su domanda, rarità e andamento dei prezzi. Il risultato è un ecosistema che replica, in scala ridotta, le logiche dei mercati finanziari. Dall’analisi dell’indice esce anzitutto che la crescita media dei set Lego resta relativamente stabile, tra il 5% e il 10% annuo, ma è la distribuzione dei rendimenti a fare la differenza: pochi set (per le ragioni più varie, su tutte la rarità o la particolarità) generano performance decisamente fuori scala, mentre la maggior parte si comporta come un asset conservativo.
Le regole (semplici) che spiegano quasi tutto
La prima variabile è appunto la rarità: i set a tiratura limitata o distribuiti in eventi o per ragioni specifiche (su Catawiki si trovano addirittura piccoli set regalati negli anni ai dipendenti Lego come omaggi natalizi o simili) tendono a diventare rapidamente pezzi da collezione, per una dinamica elementare di domanda e offerta. La seconda è il ciclo di vita: quando un set viene ritirato dal mercato, la scarsità aumenta e il prezzo segue. È uno dei driver più prevedibili e sfruttati anche dagli investitori più attenti. Ma non porta necessariamente a un boom della crescita.
Poi ci sono le licenze. Star Wars, Harry Potter, Marvel: franchise che garantiscono una domanda costante nel tempo, alimentata da nuove uscite (come i set aggiornati) e da una base di fan globale. Infine, come abbiamo visto, c’è il dettaglio: le minifigure esclusive o elementi unici possono trasformare un set in un oggetto molto più prezioso di quanto suggerirebbe il prezzo iniziale. A questi si aggiunge un elemento meno tecnico ma decisivo per i veri appassionati: la conservazione. Scatola sigillata, condizioni perfette, esposizione controllata. Nel mercato Lego, come in quello dell’arte, lo stato dell’oggetto è parte integrante del suo valore.
Il fattore tempo (e il rischio)
Non tutti i set diventano asset. E non tutti lo diventano allo stesso modo. Quello dei Lego è un mercato inefficiente, dove l’informazione è distribuita male e il timing conta più dei fondamentali. Chi compra prima del ritiro può intercettare la crescita ma in gran parte dei casi non succederà. Chi arriva tardi si trova spesso a inseguire prezzi già gonfiati. E come in tutti i mercati alternativi, la liquidità è limitata: vendere non è immediato e i costi di transazione incidono.
Quanto vale il mercato
Il mercato secondario dei Lego, quello che alimenta la cosiddetta brick economy, cioè appunto la compravendita di set ritirati, edizioni limitate e pezzi rari su marketplace e piattaforme specializzate, è stimata intorno ai 705 milioni di dollari nel 2024 secondo le analisi di Wilco Toys. È qui che si formano i prezzi reali degli oggetti da collezione e dove alcuni set moltiplicano il proprio valore nel tempo. Le piattaforme principali sono poche ma molto strutturate: proprio BrickLink, considerato il più grande marketplace dedicato esclusivamente ai Lego, eBay, che offre la platea più ampia e liquida a livello globale, e poi canali più “leggeri” ma sempre più rilevanti come Facebook Marketplace e app di compravendita locale, dove si muove una parte significativa delle transazioni informali. Solo il 41% di questa torta riguarda set completi: il restante 40% è infatti relativo a parti dei set e un notevole 19% alle sole minifigure.
Dal primo set lanciato nel 1999, il gruppo danese ha prodotto quasi mille kit legati a Star Wars, diventando il secondo filone più prolifico dopo il tema “Town”, attivo dagli anni Sessanta. Questa centralità si riflette in modo ancora più evidente nel mercato secondario – spiega una recente analisi di Wilco – Star Wars è di gran lunga il tema più richiesto sia per set che per minifigure, con volumi superiori di circa il 250% rispetto agli altri. Accanto alla galassia di George Lucas tra i segmenti più performanti si trovano di nuovo le minifigure collezionabili, i Super Heroes, i modulari della linea Creator e Ninjago. Ma il dato più interessante è un altro: se è vero che le licenze – da Star Wars a Harry Potter – trainano la domanda, le linee originali Lego continuano comunque a pesare in modo significativo, occupando metà della top 10 del mercato aftermarket. Segno che il valore non nasce solo dai brand esterni ma anche dalla capacità del gruppo di costruire da sempre universi propri altrettanto solidi.
Più finanza o più cultura?
Il punto, però, è un altro. Il Lego è diventato un caso esemplare di asset ibrido: economico e culturale insieme.I dati raccontano un mercato strutturato con indici, performance e modelli previsionali. Ma il valore reale nasce in gran parte altrove: nella nostalgia, nelle community, nella capacità di un oggetto di rappresentare qualcosa di più di sé stesso. È qui che i mattoncini fanno il salto. Non perché rendano più della Borsa ma perché seguono logiche diverse. E proprio per questo, sempre più investitori – o aspiranti tali – hanno iniziato a guardarli con occhi nuovi.
“Il mercato secondario dei Lego è una piccola lente d’ingrandimento su grandi leggi economiche. La scarsità, per esempio, non è mai solo naturale: viene costruita, amplificata, quasi ‘messa in scena’ attraverso edizioni limitate e soprattutto attraverso il marketing della nostalgia, che trasforma un oggetto in un ricordo e il ricordo in valore – spiega Luciano Canova, economista e divulgatore scientifico, insegnante di Economia comportamentale alla Scuola Enrico Mattei nonché collezionista di mattoncini danesi – lo vedo anche da vicino: ho un set di Friends e, più che chiedermi quanto vale oggi, mi sorprendo a chiedermi cosa potrebbe diventare domani, ora che è uscito di produzione (e non l’ho volutamente assemblato). Poi c’è l’informazione imperfetta: non tutti sanno tutto, e chi sa prima (o meglio) può fare la differenza, esattamente come in un mercato finanziario. E come in ogni mercato che si rispetti, affiorano dinamiche da bolla, inseguimenti collettivi, prezzi che a volte raccontano più aspettative che fondamentali. Il resto è la parte più interessante: quella degli imponderabili. Un set, come un’opera d’arte o un calciatore, può vivere di mito, di storytelling, di un dettaglio minimo che accende il desiderio. È lì che l’economia smette di essere solo numeri e torna a essere, profondamente, una scienza umana”.