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 2026  aprile 29 Mercoledì calendario

Intervista a Noumory Keita

Con le sue schiacciate ha riportato in una Champions League la città di Verona, per la prima volta dai tempi di Bagnoli, Briegel ed Elkjaer. Tira sfere da demolizione: è stato calcolato che quando Noumory Keita colpisce, il pallone pesa 50 chili e va a 120 km all’ora. Alto 2,06, nato nel giugno 2001 a Bamako, nel Mali, dal 2022 a Verona con cui ha vinto la prima Coppa Italia, Keita è uno dei giocatori più desiderati del mondo. La Fipav accelera per renderlo italiano, il ct De Giorgi intanto è diplomatico: “Non parlo di giocatori fino a quando non sono eleggibili, se poi in nazionale si aggiungerà qualcos’altro...”.
Keita, il Mali è fuori dal volley che conta, lei come arriva al vertice?
"Sono cresciuto senza niente, campi, illuminazione, palloni. L’Africa non si può cambiare, solo accettare cercando di sopravvivere. La mia famiglia mi manca, ma so che è al sicuro a Bamako”.
Suo zio Idrissa è stato decisivo.
"Devo ringraziare tanti, a partire da mia nonna che si chiama Awa come mia madre. Ma lo zio, beh, lui giocava ed era emozionante. Guardandolo ho scoperto la magia del volley: la capacità di cambiare la faccia degli spettatori”.
E suo fratello che gioca a basket negli Stati Uniti?
"A me e a Keba mia madre ha insegnato a non arrendersi mai. Lui gioca nello Utah e si prepara al Draft per entrare nella Nba”.
È vero che lei era alto 2,04 metri quando aveva 12 anni?
"No, solo 2,02...
Quando mio zio andò a giocare in Francia, nella sua squadra presero me che ero nei cadetti. Mi volevano in Senegal, ma in Qatar si fecero sotto sul serio. Mio padre rifiutò, dicendo che a 13 anni ero troppo giovane. Al secondo tentativo mi opposi: se non fossi partito, dissi, non avrei realizzato il mio sogno. Gli promisi che mi sarei preso cura di me. Volevo cambiare il futuro della mia famiglia”.
Com’è stato il distacco?
"Piangevo ogni notte, ma di giorno sorridevo. In quel periodo ho incontrato campioni che mi davano consigli come Ngapeth, Simon, Leal. Quando vidi dal vivo Leon mi dissi: voglio essere forte come lui”.
Prima di Verona è passato per la Serbia e la Corea del sud.
"In Qatar non mi lasciavano più andare via, e io non ci stavo, desideravo che il mondo mi vedesse. Anche tornare in Mali era impossibile senza il consenso del club. Si mosse il ct della nazionale per convincerli, non sono mai più tornato. In Serbia capii cos’era il volley di alto livello, in Corea divenni prima scelta del Draft. Ma già dal 2018, da quando conobbi “Gengy” (l’ad Gian Andrea Marchesi, ndr), volevo Verona. La prima cosa che feci fu andare sotto il balcone di Giulietta”.
Come è nato il gesto dell’aquila con cui festeggia alcuni colpi?
"Lo facevano i tifosi della mia squadra in Corea, e io l’ho preso come un segno del destino: il simbolo della nazionale di calcio del Mali è proprio l’aquila”.
Prega in privato o nella moschea?
"È difficile trovarne una in Italia, ma io prego anche da solo, per me quello conta. La mia famiglia è religiosa, il mio paese pure, prego nei momenti difficili, per ripulire la mente e trovare la calma”.
La conosce la storia del grande George Weah, che non arrivò mai al Mondiale con la sua piccola Liberia?
"Io voglio giocare per una nazionale nei tornei più importanti, e sono pronto, aspetto che l’Italia mi dia il passaporto. In azzurro imparerò da Giannelli e Michieletto”.
Aver giocato per il Mali potrebbe complicare la pratica.
"Ma io non ho mai giocato, figuravo in una lista per un torneo nel Ruanda nel 2021 ma per il Covid avrei dovuto fare due settimane di quarantena. Non partii mai”.
Le piace l’idea di rappresentare le radici africane nell’Italia, come fa Paola Egonu?
"Per me sarebbe un orgoglio dire: sono partito dal nulla e adesso gioco per l’Italia, guardatemi. Magari a Los Angeles”.
Dovrà imparare l’italiano.
"Ma quando il tecnico di Verona Fabio Soli parla, capisco tutto”.