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 2026  aprile 29 Mercoledì calendario

Intervista ad Arturo Brachetti

C’è sempre qualcosa di gioiosamente sospetto con Arturo Brachetti, attore e regista, illusionista, trasformista, mago: a 69 anni, preservato da un fisico asciutto da adolescente e un carattere gioviale, uno lo guarda e pensa che ci deve essere sotto un trucco. «Ognuno di noi ha un suo piccolo superpotere», è la sua consolante dichiarazione. La prossima stagione Brachetti si appresta a festeggiare con una tournée europea, i dieci anni del suo cult, Solo, 65 personaggi in un’ora e mezza («volevo sottotitolarlo ora o mai più», scherza), a novembre è atteso con la regia di Winx Club, il family musical sulle fatine cartoon, sta preparando un nuovo spettacolone sulla storia del varietà, e in questi giorni si prepara a omaggiare Paolo Poli, che ricorderà, nel decimo anno della morte, il 14 e 15 maggio in un convegno con Lucia Poli, all’Istituto per il Teatro e il Melodramma della Fondazione Giorgio Cini di Venezia dove è custodito l’archivio personale del grande artista.

Arturo, che legame aveva con Paolo Poli?
«Avevo 14, 15 anni, lo vidi la prima volta in Femminilità a teatro con Lucia e in quegli anni, era il 1975, vedere Paolo Poli era un atto trasgressivo. Io fui fulminato, per i tanti personaggi che interpretava alla Fregoli, ma soprattutto per il feroce sarcasmo con cui giocava con la cultura pop e il teatro di rivista. Il suo era un travestì velenoso, ma soprattutto colto, coi costumi di un genio come Santuzza Calì, le scenografie di Emanuele Luzzati. Quella prima volta, ricordo, lo aspettammo all’uscita noi liceali, come fosse una rockstar. Mi guardò e mi chiamò “Zanzerino”. Ero gonfio d’orgoglio, prima di scoprire che lo diceva a chiunque avesse meno di vent’anni e una faccia che non conosceva».
È vero che poi con gli anni, diceva “Paolo Poli è Arturo Brachetti da vecchio”?
«Me lo diceva sempre! Forse per una certa somiglianza: due stecchi magri magri e, forse per l’androginia un po’ clownesca, tutti e due senza età. Io, poi, amo il varietà come lui, trovo come lui che il politically correct sia una noia mortale. Paolo mi ha insegnato l’idea che l’attore è il marionettista di se stesso, con un pizzico di polvere di stelle: Paolo usava la parola, l’ironia colta, io l’immagine, la sorpresa del costume, la magia visiva. Lui citava Palazzeschi, io Fregoli. Forse io ci metto più poesia, lui più cattiveria che gli veniva dall’educazione religiosa degli anni 30-40 del Novecento».
Anche lei ha studiato dai salesiani però, no?
«Sì, e il teatro dell’oratorio, senza ragazze, dove gli uomini facevano tutto, è stato il mio big bang. Il mio primo sketch? Avevo 14 anni, trecce bionde e vestito da contadina. Lì ho capito che travestirmi mi dava il coraggio di esistere. Il travestimento è una forma di conoscenza: per esempio l’uomo si traveste da donna per capirla. Come dicevano gli antichi, bisogna fingere per vedere il vero. Ho interpretato di tutto, dalla carmelitana al serial killer e sono sereno perché ho sfogato l’inconscio sul palco. Detto questo, in seminario non sono state tutte rose e fiori».
Perché?
«Non sapevo giocare a calcio e i compagni mi mettevano nel bidone dell’immondizia. Per fortuna era quello del seminario, quindi era pulito!».
Bullizzato?
«Ma una volta era una consuetudine, non era un problema. Io ero un timidone, anche se sotto sotto nascondevo un narcisismo sfrenato. Non me la sono mai presa. E poi il teatro è stato il mio superpotere, che mi faceva volare, essere donna, cactus... il sogno di me stesso. La mia rivincita contro quei bidoni della spazzatura».
Cosa avrebbe fatto se non fosse diventato artista?
«Mio padre mi sognava prete o bancario. Io a 6 anni mi sognavo papa perché lo vedevo arrivare in San Pietro, come una Cleopatra davanti ad Augusto».
C’entra sempre il teatro.
«Sì, ma devi saperci mettere dentro te stesso altrimenti fai il Cirque du Soleil».
Ce l’ha con il Cirque du Soleil?
«No, dico solo che è un brand, uno spettacolone dove gli artisti sono sostituibili. Non c’è anima. Se non metti un pezzo di te, resti solo l’ingranaggio di una macchina perfetta ma gelida».
La sua macchina è il suo corpo, come va con la vecchiaia?
«Sono più felice e sicuro oggi che a 28 anni. Certo, dopo lo spettacolo ora vado a dormire, non più in discoteca. Ma quando la gente esce da teatro e mi dice “grazie per avermi ridato due ore di infanzia”, so che il trucco che ha funzionato non è la velocità del cambio d’abito, ma il contagio della fantasia. In fondo siamo tutti Peter Pan, solo che io ho trovato il modo di non farmi tagliare l’ombra».
Una magìa? Lei ci crede?
«Tutti abbiamo bisogno di illusioni per sopravvivere. È un inganno, sì, ma nel cervello scatena la serotonina e dà piacere. La magìa, il teatro sono un po’ come Dio, se ci credi esiste. Un inganno consolatorio? Certo, ma perché condannarlo? Se la vecchietta sta meglio quando accende una candela a Santa Rita, chi siamo noi per dirle che non funziona?».