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 2026  aprile 29 Mercoledì calendario

Ok al decreto Primo maggio. Bonus solo con “salario giusto”

«Niente incentivi pubblici a chi sottopaga i lavoratori». Giorgia Meloni rivendica il quarto decreto Primo maggio del suo governo. Dopo «cuneo, incentivi e sicurezza», così li elenca la premier, stavolta tocca al “salario giusto”. Non il salario minimo, che Meloni continua a bocciare perché «rivede al ribasso i diritti dei lavoratori». Ma il trattamento economico complessivo, il “tec” – quindi salario, tredicesima, permessi, welfare – previsto «dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative». Lo scandisce, Meloni.
La frenata sulla retroattività
Sa di aver portato a bordo le parti sociali con quella definizione che spazza via i contratti pirata e il timore di una legge delega – poi fatta decadere – che li premiava, se erano più applicati. Sa anche di aver spiazzato l’opposizione che ancora si batte per il salario minimo. Dopo settimane di faticose intermediazioni però, la ministra del Lavoro Marina Calderone ha dovuto cedere sull’ultimo miglio per la forte opposizione delle imprese e di una parte del sindacato a quella retroattività pensata per scuotere dal letargo tanti contratti che non si rinnovano anche per dieci anni e oltre. La norma introduceva un automatismo: gli incrementi decisi al rinnovo applicati dalla scadenza del vecchio contratto. Le imprese hanno detto no. Perché trasformava ogni mese e anno di ritardo in un costo troppo alto.
L’aumento forfettario
Saranno le parti sociali ora a decidere «le decorrenze degli aumenti, eventuali una tantum e strumenti di copertura del periodo rimasto scoperto»: come ora. Con una novità per disincentivare i rinnovi lumaca. Se il contratto non è rinnovato entro dodici mesi dalla scadenza, le retribuzioni vengono adeguate al 30% dell’Ipca, come anticipo forfettario, recuperando circa un terzo dell’inflazione dell’anno prima. I contratti pirata vengono di fatto tagliati fuori.
E questa è una novità per il governo Meloni, fin qui se non proprio simpatizzante, di sicuro tollerante nei confronti di accordi con paghe basse e dei sindacati minori che li avallavano: dall’Ugl alla Cisal e Confsal. Ora, dice il decreto, tutti i contratti non leader – quindi non firmati da Cgil, Cisl e Uil e le maggiori associazioni di impresa – dovranno allinearsi al “tec”, ovvero al “salario giusto”.
Il salario giusto e i bonus
E chi non applica il salario giusto non potrà prendere i quattro bonus previsti dal decreto, che poi sono incentivi prorogati per le assunzioni: giovani, donne, Zes, stabilizzazioni. E c’è da credere anche il nuovo bonus riservato alle imprese “family friendly”: fino a 50mila euro di contributi in meno in un anno, se queste aziende applicano misure per la conciliazione tra famiglia e lavoro, per i figli, la maternità, la genitorialità, il supporto agli impegni di cura, la salute e il benessere. La ministra per la famiglia Eugenia Roccella, in conferenza stampa con Meloni e Calderone, fa capire che ci sarà un altro bollino, come quello per la parità di genere «un successo, oggi sono 12.500 le aziende certificate contro le 800 preventivate», dice. Stanziati però solo 7 milioni quest’anno e 12 dal prossimo.
Il decreto da un miliardo
«Un decreto da quasi un miliardo», si inorgoglisce Meloni. In realtà vale 965 milioni nel triennio: 187 milioni quest’anno, 476 il prossimo e 302 nel 2028. Meloni lo presenta come un altro tassello della sua strategia sull’occupazione. «Oggi più di ieri l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro», dice. Rivendicando «quasi 1,2 milioni di occupati in più e oltre 550mila precari in meno» dall’inizio della legislatura. Il decreto alla fine arriva asciugato: problemi di coperture con la Ragioneria. Salta il pacchetto sicurezza. Fuori il rifinanziamento del Fondo nuove competenze per la formazione. Niente mini bonus per i badanti.
La stretta sui rider sfruttati
Si ammorbidisce la stretta sui rider. Resta la presunzione di subordinazione se l’algoritmo organizza, controlla o limita il lavoro: ma anche su questo nessuna certezza fino alla pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Restano trasparenza algoritmica, accesso con Spid, Cie, Cns o doppio fattore, sanzioni per account ceduti o doppi. Ma sparisce l’articolo sull’intermediazione illecita tramite account. Confermata la detassazione al 5% delle mance digitali. Per la prima volta il governo Meloni entra in un terreno politico non suo: il lavoro povero e la contrattazione. Si vedrà con quale efficacia.