corriere.it, 29 aprile 2026
Matteo Prodi morto in bici, confermata la condanna
Regge anche in appello la condanna per omicidio stradale, con pena a sette mesi e tre giorni con lo sconto per il rito abbreviato e tutti i benefici di legge, sospensione condizionale e non menzione, nei confronti del professor Roberto Grandi, sociologo ed ex presidente dell’Istituzione Musei, accusato di omicidio stradale per aver travolto e ucciso con la sua auto, il 27 febbraio del 2020, il 18enne Matteo Prodi in sella alla sua bici.
Il giovane, nipote dell’ex eurodeputato Vittorio, fratello di Romano, pedalava sui Colli, all’incrocio tra via di Barbiano e via degli Scalini. Un incrocio complesso, nel quale il professor Grandi dichiarò di non aver assolutamente visto la bici che arrivava dalla direzione opposta.
Matteo Prodi morto in bici: l’incidente con l’auto di Roberto Grandi
Fu un incidente tragico, con il giovane stroncato sul posto, dal docente, già prorettore, oggi direttore scientifico del master in Digital marketing and communication della Bologna business school, che conosceva molto bene anche la famiglia Prodi. Da sempre esperto di comunicazione e sociologia della politica, Grandi ha curato anche diverse campagne elettorali per il centrosinistra.
Difeso dagli avvocati Pietro Giampaolo, Luca Sirotti e Jole Marenghi, il professore aveva fatto ricorso in appello contro la sentenza di primo grado, convinto, sulla base anche di una consulenza cinematica, di poter dimostrare che sarebbe stato impossibile per lui, imboccando quella curva stretta, vedere sopraggiungere la bici.
Confermata la condanna di primo grado
Il giorno della sentenza di primo grado, Grandi affidò ad una nota le sue riflessioni: «Speravo che il processo rispondesse a un mio problema di coscienza: “che cosa avrei dovuto o potuto fare per evitare quel tragico fatto?” Non c’è stata nel processo una ricostruzione che in maniera definitiva abbia chiarito le ragioni dell’impatto della bicicletta sull’auto e della tragica conseguenza. A fianco al dolore persistente continuo a domandarmi qual è la mia responsabilità».
Il difensore Giampaolo osserva: «Le nostre argomentazioni si basavano sulla necessità di un accertamento che tenesse conto di stabilire con certezza se Grandi potesse vedere o no la bicicletta. Attenderemo le motivazioni ma è rimasto il dubbio».
La famiglia della vittima, risarcita dall’assicurazione, aveva già ritirato la costituzione di parte civile in primo grado.