corriere.it, 29 aprile 2026
Afghanistan, la Nazionale femminile torna a giocare: la Fifa la riconosce malgrado Kabul
La storia del calcio femminile afghano ha scritto una nuova pagina. La Fifa ha approvato il ritorno in campo della Nazionale dell’Afghanistan, riconoscendo ufficialmente il team anche senza il sostegno della Federazione, controllata dai talebani. Un emendamento alle severe norme di governance – approvato dal Consiglio Fifa in corso in questi giorni a Vancouver – permette ora infatti di registrare una rappresentativa nazionale «in circostanze eccezionali», quando i giocatori siano impossibilitati a competere per «ragioni al di fuori del loro controllo».
È la fine di un’attesa lunghissima e dolorosa. L’Afghanistan non disputava una gara ufficiale dal dicembre 2018. Dal ritorno dei talebani al potere nell’agosto 2021, lo sport femminile è stato bandito nel Paese, costringendo decine di calciatrici a cercare asilo all’estero. Più di 80 atlete si trovano oggi in Australia, Europa, Stati Uniti e Medio Oriente, molte di loro erano già sotto contratto prima della presa di potere talebana.
La strada era stata preparata dalla fondazione di Afghan Women United, una squadra di rifugiate approvata e sostenuta dalla Fifa nel maggio 2025 dopo anni di pressioni delle calciatrici in esilio. Il team ha disputato tre partite nel 2025, ottenendo la prima vittoria contro la Libia a novembre. Ora, con il riconoscimento ufficiale, la Nazionale potrà partecipare alle qualificazioni per le Olimpiadi 2028 – è purtroppo già in ritardo nella corsa al Mondiale femminile 2027 – e dovrebbe tornare in campo già a giugno, dopo i raduni di selezione in Inghilterra, Australia e Nuova Zelanda.
«La nostra squadra è sempre stata conosciuta come una squadra di attiviste», ha detto Khalida Popal, fondatrice e storica capitana del team. «Ma questa opportunità, con il giusto sostegno della Fifa, sarà il momento per mostrare le nostre qualità e sviluppare i giovani talenti nella diaspora. Se possiamo essere la voce di chi è rimasta in Afghanistan, per mandarle un messaggio di speranza e dirle che non è dimenticata, continueremo a usare questa piattaforma».
Popal conosce quella piattaforma meglio di chiunque altra. Cresciuta a Kabul, scopre il calcio grazie alla madre ancora sotto il primo regime talebano. Alla caduta del regime nel 2001 fonda con le compagne la prima squadra tutta femminile afghana, che nel 2007 diventa realtà federale con il sostegno della Fifa. Ma gli insulti, le aggressioni e infine le minacce di morte la costringono all’esilio nel 2011: India, Norvegia, Danimarca, un anno in un campo profughi. Si laurea in marketing, un infortunio al ginocchio chiude la sua carriera agonistica ma non la sua battaglia. In Danimarca fonda Girl Power, associazione che promuove lo sport tra migranti, rifugiate e comunità Lgbtq+.
Quella battaglia aveva radici ancora più profonde. Già nel 2018 era emerso uno scandalo agghiacciante: durante un ritiro della nazionale in Giordania, funzionari federali afghani – il «responsabile del calcio femminile» e il «vice allenatore» – avevano abusato delle giocatrici, una situazione che durava da anni tra ricatti e violenze. Le calciatrici che vivevano all’estero avevano denunciato tutto alla Fifa e al Guardian, dopo che nove compagne erano state espulse dalla squadra con l’accusa di essere lesbiche. Uno scandalo che, nonostante un’indagine ufficiale di Kabul, era rimasto senza giustizia.
Poi il ritorno dei talebani, e il buio. Nel 2023 le calciatrici afghane erano ancora in tribuna a Brisbane, spettatrici ai Mondiali australiani con la maglia della nazionale ospite, capaci di giocare ma impossibilitate a inseguire il pallone nel nome del proprio Paese per decisione congiunta dei talebani e della Fifa. «Perché le giocatrici afghane non possono rappresentare l’Afghanistan alle partite internazionali? Non è come andare sulla luna», ripeteva Popal. Ora, finalmente, qualcosa è cambiato.