Corriere della Sera, 29 aprile 2026
Il dossier sul «sistema» Rocchi
Figli e figliastri. Arbitri da promuovere, altri da far fuori. Avanzamenti di carriera per gli «amici», dismissioni per i «nemici». Quindi soldi in più o soldi in meno, fino a 170 mila euro l’anno per un internazionale, zero per chi esce, che deve trovarsi un altro lavoro. E poi le bussate in sala Var «ma solo per qualcuno». Per gli amici, appunto. Quelli da «salvare» da un errore, «una ventina» secondo una fonte anonima che ha parlato all’Agi dopo averlo fatto col pm: «Erano quelli del circolino di Rocchi che si giravano a guardare il “gobbo” e beneficiavano dei suggerimenti». In generale, «un clima di terrore» come lo ha descritto Pasquale De Meo, assistente fuori dall’Aia dal 2024, uno dei primi a denunciare quello che in molti – anche dentro alla stessa associazione – definiscono il «Sistema Rocchi», sul quale la Procura indaga per frode sportiva.
L’ormai ex designatore respinge gli addebiti: «Uscirò indenne» ha detto dopo l’autosospensione. Non sarà facile: la carriera da dirigente arbitrale rischia di essere ormai al capolinea, anche se le accuse dovessero decadere, visti i tempi mai brevi della giustizia ordinaria. Domani intanto non si presenterà all’interrogatorio.
Se esiste e in cosa consisterebbe il famigerato sistema, lo stabiliranno i giudici. Per ora il quadro che emerge dalle denunce di ex fischietti come Rocca, Minelli e De Meo, ma anche da quelle di Gavillucci che nel 2020 scrisse un libro dal titolo «L’uomo nero», è fatto di valutazioni alterate, promesse mancate, favoritismi, designazioni pilotate. Di segnali in codice «pugno-carta-forbice» per indirizzare le decisioni degli addetti Var, «gesti decisi nei raduni riservati che venivano stabiliti ogni settimana, che tutti sapevano e vivevano con malumore». Ma anche di minacce, come quelle descritte sempre da De Meo: «Atteggiamenti di Rocchi non consoni al suo ruolo»; «Gervasoni che alzò la voce e venne faccia a faccia con me»; «Orsato che mi chiamò al telefono, mi minacciò».
La Var è spesso al centro: una testimonianza avrebbe riguardato Inter-Roma del 2025. E il dialogo avvenuto in sala Var. «Fatti i fatti tuoi»: questa sarebbe stata la risposta del varista Di Bello al suo assistente Piccinini che gli stava segnalando il fallo su Bisseck. Secondo la testimonianza, Di Bello avrebbe agito «su indicazione del supervisore Gervasoni». Abbattista, ex varista, dimessosi nel 2024, sentito dal pm, aveva parlato di «epurazioni» raccontando di «fazioni». «Una faida interna» l’ha definita l’avvocato Grassani, esperto di diritto sportivo.
Uno dei nodi è rappresentato dalle valutazioni che al termine di ogni partita vengono redatte dall’osservatore presente in tribuna e che alla fine dell’anno, sommate, possono portare anche alla bocciatura definitiva, vale a dire l’uscita dalla serie A: «Si evidenziano l’utilizzo parziale delle votazioni, l’assenza di criterio nelle designazioni, la violazione dei principi di correttezza e lealtà» scrive l’ex guardalinee Rocca nella sua lettera denuncia datata 2025.
Funziona così: voti dall’8,70 all’8,20, una sorta di pagella, come a scuola. Questa la scala con tanto di motivazioni: 8,70 «prestazione esente da errori»; 8,60 «ottima»; 8,40 «senza negatività»; 8,20 che evidenza «gravi errori». A ogni voto negativo corrisponde una punizione più o meno grave, uno stop: con un 8,20 puoi stare a casa due mesi. Tradotto: perdi un sacco di soldi, dato che il gettone a partita è di 4.000 euro lordi per un arbitro, 1.700 per il Var, 1.400 per gli assistenti. Più vai in campo, più guadagni: una retribuzione da cottimisti, non il massimo se devi gestire un gruppo da 42 arbitri, 72 assistenti, 25 fra Varisti e Avar. Rivalità, delazioni e colpi bassi sono all’ordine del giorno, dentro all’Aia, che viene descritto «un mondo marcio» anche da molti che ci lavorano. Rocchi veniva percepito da tutti come un «uomo forte», molto vicino all’ex presidente federale Gravina.
Lo spettro della bocciatura per qualcuno era visto come una minaccia. «Le bussate in sala Var? In Udinese-Parma è chiaro che se quell’addetto Var ha preso una valutazione positiva va a incidere sul voto e, di conseguenza, sulla graduatoria interna che permette di avere o no il gettone di presenza» la rivelazione dell’ex fischietto Minelli. Come si vede, lo spauracchio dismissioni è centrale in tutta questa vicenda. Gli arbitri non sono professionisti e quindi non hanno nemmeno un Tfr per il fine carriera: era previsto nel progetto di riforma che doveva partire dalla prossima stagione, ma che è stato bloccato per il caos in Figc dopo il flop alle qualificazioni mondiali.