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 2026  aprile 29 Mercoledì calendario

Intervista a Dario Baldan Bembo

La canzone comincia così: «È, l’amico è...». Se siete nati negli Anni Settanta ne ricorderete almeno una strofa. Correva l’anno 1983 e ad alternarsi sulle note della sigla finale del Superflash di Mike Bongiorno c’erano Dario Baldan Bembo e Caterina Caselli, con i contributi vocali di Pupo, Ornella Vanoni, Gigliola Cinquetti e Giuni Russo: per riconoscerne le voci fu perfino bandito un concorso su Tv Sorrisi e Canzoni. Il brano, in realtà, era uscito nel 1982 con un altro titolo, Falò, dove a fare il coro c’erano 300 abitanti di Maggiora, il paesino del Novarese dove aveva casa Baldan Bembo e dove incise, all’aperto, l’intero album Spirito della Terra. Lui era l’autore della musica, i testi di Sergio Bardotti e Nini Giacomelli, ai quali si aggiunse Mike Bongiorno, che ci mise la sua firma aggiungendo al titolo – Amico è – «Inno dell’amicizia». Oggi Dario Baldan Bembo, nello studio del suo appartamento milanese, chiosa: «Si può dire che ho anticipato We Are The World».
La canzone fu interpretata in francese da Céline Dion, come «Hymne à l’amitié». Sarà diventato ricchissimo con le royalties!
«Lasciamo stare: l’aveva incisa tre volte e la Siae non se n’era nemmeno accorta. A me lo aveva segnalato mio nipote, che l’aveva sentita mentre era in vacanza».

Ma è diventata pure l’inno degli stadi.
«Se guadagnassi un euro per ogni tifoso che l’ha cantata, allora sì che sarei ricco: il Bayern Monaco l’ha fatta sua, e l’ho sentita cantare anche da Milan e Inter. Per non parlare dei cortei, con varie versioni riadattate... È stata cantata da persone di ogni età, credo politico e calcistico».
Un’altra sua canzone hit mondiale è «Soleado»: la versione americana «When a Child is Born» divenne un celebre brano natalizio da 200 milioni di copie. Scrisse la musica con Ciro Dammicco.
«Non mi parli di Soleado, nata come Le rose blu nel 1972. In Germania vinse due dischi di platino grazie all’interpretazione di Mark’Oh in Tears Don’t Lie. In America Bing Crosby la cantò un anno prima di morire. Oltre a lui l’hanno eseguita, tra gli altri, Demis Roussos, Placido Domingo e Andrea Bocelli. Pochissime royalties».

Ma non è possibile!

«Eppure è così. Io campo dei diritti d’autore di una quarantina di canzoni. Ciascuna da sola non mi permetterebbe di vivere, ma il volume fa la differenza e mi garantisce una buona pensione».

Partiamo da Mia Martini. Scrisse per lei «Piccolo uomo», nel 1972.
«In realtà desideravo affidarla a Mina o a Ornella Vanoni,
perché Mimì era ancora del tutto sconosciuta. Ma il suo produttore insistette, e aveva ragione».
Per lei ha scritto in tutto dodici brani, tra i quali «Minuetto» e «Donna sola». Perché il sodalizio si interruppe?
«Perché nel 1975 esordii come cantautore. Fino a quel momento avevo solo scritto le musiche di canzoni eseguite da altri. Lei lo giudicò un tradimento personale, non me lo perdonò. E infatti nel 1976 la collaborazione finì».
Non vi siete più chiariti?
«È successa una cosa molto speciale. Nel 1995, pochi mesi prima che morisse, ci siamo ritrovati per caso al Fiori Chiari, un locale-discoteca in Brera. Ci siamo abbracciati e abbiamo improvvisato un concerto, con gli strumenti dell’orchestrina rimasti lì. Lei ha cantato tutte e 12 le nostre canzoni. Ai tempi non esistevano i telefonini, sennò l’avrebbero visto tutti».
Chi l’avvisò della morte?
«Mi chiamò Renato Zero. E mi vennero i brividi pensando al nostro concerto, a quell’incontro che ho rivisto con gli occhi di un addio».
Per Renato Zero ha scritto una quindicina di canzoni. Tra queste, «Amico».
«Quel giorno gli feci sentire la melodia di Amico per sfinimento, dopo avergliene proposte moltissime altre. Se ne innamorò subito. I miei rendiconti Siae si impennano dopo i suoi concerti».
È più importante la musica o il testo?
«Bella domanda... Sono importanti entrambe. Per me la musica viene prima. Poi, certo, c’è la maestria del paroliere che forma l’incastro perfetto, come è stato per Minuetto: Franco Califano ha trovato le parole giuste per la musica che avevo scritto».
Se le dico Lucio Battisti?
«Era un megalomane pazzesco, con il quale avevo stretto una bella amicizia, anche molto confidenziale. Ho collaborato con lui per tre dischi: suonavo l’organo Hammond. Abitava vicino a me, lo andavo a prendere con la mia Volkswagen cabrio nera e arrivavamo insieme a Fonorama, in via Barletta a Milano».
Di cosa parlavate in auto?
«Ah beh, parlava sempre solo lui: io ho fatto questo, ho fatto quello... Però suonare con lui era bellissimo, ogni volta sembrava una jam session, con la chitarra era davvero bravissimo. Mi chiamava Abbarda’, alla romana».
Mina?
«Abbiamo trascorso una notte insieme. Ma mi faccia spiegare...».
Ecco, sarebbe il caso.
«Mi fece chiamare nel ristorante dove stavo cenando. Mi passarono la cornetta del telefono e io ovviamente pensai a uno scherzo, ma lei si mise a cantare Insieme per convincermi. Mi chiese di raggiungerla in corso Italia, nella chiesa sconsacrata dove registrava i brani. Voleva che gliene scrivessi uno».
Come andò?
«Lavorammo dalle 10 di sera alle sei del mattino. Lei intonava un tabedabedà e io ci costruivo sopra un altro pezzo, finché non andava bene. È nata così Eccomi: con un pianoforte a coda e una bottiglia di Johnnie Walker. Alle 6, quando finimmo, buttò giù dal letto Paolo Limiti che ci raggiunse in pigiama: alle 9 aveva già scritto il testo».
Lei ha una quantità incredibile di aneddoti: perché non li racconta in tv?
«Perché non mi invitano e un po’ mi dispiace».
La sua fama di compositore supera quella di cantante.
«È un dato di fatto: vengo considerato un bravissimo compositore e un bravo cantante. Eppure la mia prima canzone da cantautore, Aria, fu incisa pure da Shirley Bassey. Alla Siae risultavano 120 versioni nel mondo, ma grazie ai miei fan ne abbiamo contate 500. Portando tutta la documentazione siamo riusciti a far salire un po’ le royalties, ma neanche tanto. Oltre Oceano è difficile recuperare quello che ti spetterebbe: c’è un album di Nicola Di Bari con la mia musica distribuito in America Latina per il quale non ho visto un euro».

Chi le piace dei giovani?
«Ho trovato molto interessanti le canzoni di Mahmood, Inuyasha e Brividi. E considero un grande professionista Marco Mengoni: gli arrangiatori sono bravissimi, ma tutto il suo staff sa lavorare molto bene. Dei meno giovani mi piace Baglioni».
Ha lavorato anche con Giorgio Faletti.
«Mi ha scritto le parole di un album intero. Era molto serio, un vero professionista».
È andato ai funerali di Ornella Vanoni?
«No, non amo quei funerali trasformati in spettacolo. Di lei voglio conservare il ricordo dell’ultima volta che è venuta a trovarmi a casa, con la sua assistente: era marzo del 2025 e voleva che le scrivessi una canzone. Era seduta proprio lì dove sta lei adesso. Eravamo soprattutto amici, non avevo con lei un rapporto da compositore, anche se per lei avevo comunque scritto dei brani».
Che progetti ha per il futuro?
«Alla fine dello scorso anno sono stato al Teatro San Babila di Milano con uno spettacolo sulle mie canzoni, intervallate dalla voce narrante di Erica Tamborini: mi piacerebbe rifarlo. E d’estate ho in mente qualcosa a Maggiora».
Suo figlio Luca è musicista?
«No, lui ha 40 anni, è appassionato di musica, suona benissimo la chitarra, ma non ne ha fatto una professione. Per lui vale il detto: impara l’arte e mettila da parte».