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 2026  aprile 29 Mercoledì calendario

Intervista a Don Matteo Selmo

Fra i vaticanisti di lungo corso, nessuno ricorda un’udienza di 5 ore e 15 minuti dedicata da un Papa a una sola persona. È ciò che capitò a don Matteo Selmo, 42 anni, oggi parroco a Rizza, nel Veronese. L’8 luglio 2024, un lunedì, rimase con Francesco dalle 8.30 alle 13.45, dandogli del tu e confidandogli le sue pene, a cominciare dalla più spinosa: la tentazione di lasciare il ministero sacerdotale. 
Se oggi è ancora prete, lo deve a Jorge Mario Bergoglio. Quell’incontro fu il culmine di un rapporto telefonico ed epistolare iniziato per caso nell’Aula Nervi del Vaticano il 15 febbraio 2023, all’udienza generale del mercoledì, e continuato fino al 14 febbraio di due anni dopo, quando don Selmo, sentendo che il Pontefice respirava con affanno, gli chiese a bruciapelo: «Che cosa aspetti a farti ricoverare?». La risposta fu: «Hai ragione. Finisco di ricevere alcune persone e vado al Policlinico Gemelli». 
Era la broncopolmonite bilaterale che il 21 aprile ne avrebbe provocato la morte. Il prete non ne ha mai parlato prima d’ora. Temeva di ripiombare nel «vortice», lo chiama così, da cui fu inghiottito a Lonato nel 2022, dopo che sull’altare, nella predica domenicale, aveva accennato una strofa di «Brividi», la canzone con cui Mahmood e Blanco avevano vinto poche sere prima il Festival di Sanremo: «E ti vorrei amare ma sbaglio sempre. E mi vengono i brividi, brividi, brividi».
Piuttosto irrituale, non crede?
«Mi ero limitato a sussurrarla. Immaginavo un dialogo fra san Remo e san Pietro. L’apostolo raccontava il suo incontro con Gesù. Che c’era di strano?».
François Mauriac sosteneva che nulla è più inespressivo del volto di un fedele durante l’omelia. Lei evitò quel rischio.
«Sempre fatto. Al Vangelo della vedova che mette due spiccioli nel tesoro del tempio, posi sui banchi due monetine da un centesimo per ognuno dei presenti».
Molto scenografico.
«Ma per “Brividi” fui massacrato dalla stampa. Volevano trasformarmi in un fenomeno da circo in tv. Dissi di no a Maurizio Costanzo, a Barbara d’Urso, a tutti. L’unico che mi difese fu il mio vescovo».
Solidarietà da Mahmood e Blanco?
«Mai sentiti. Mi telefonò soltanto Gianni Morandi, per complimentarsi».
L’anno dopo don Damiano Fiorio annunciò dal pulpito che lei si prendeva un tempo di riflessione, perché «i mormorii e le maldicenze fanno male».
«Dicevano che avevo un figlio, che mi sarei sposato, falsità così. Smisi per un anno di celebrare messa. Insegnavo solo religione in due licei».
Ebbe una crisi di fede?
«Ce l’ho ogni giorno. Però sono anche convinto che il Signore con me non ha sbagliato. È giusta la mia vocazione».
Mi racconti dell’incontro con il Papa.
«Luigi Salvini, un amico imprenditore di Brescia, invitato all’udienza generale con i familiari, mi chiede: “Vuoi venire con noi?”. Accetto. Sono nell’Aula Nervi. Non ho la talare, non la indosso mai. Francesco mi passa accanto in carrozzina. Gli sussurro all’orecchio: sono un prete di Verona, vivo un momento di fatica. I gendarmi vaticani stanno per intervenire, lui li ferma con un gesto della mano. E mi chiede: “Ne hai parlato con il tuo vescovo? È un bravissimo ragazzo”».
Domenico Pompili. Gli aveva parlato?
«Certo. Dico al Papa: mi sto facendo aiutare da lui, dal mio padre spirituale e da una psicoterapeuta. Francesco replica: “Non mollare. Non avere fretta, fa’ le cose con calma. Ricordati che sei un fratello. Anzi, avvicinati di più che ti abbraccio”. Io, con un filo di voce: è quello che ti avrei chiesto, ne ho bisogno. “Se ti serve aiuto, io ci sono, tienilo a mente”. Intanto erano passati almeno tre minuti, un tempo lunghissimo: le soste per il baciamano durano tre secondi».
Papa Francesco è stato di parola.
«Quella sera stessa, mentre torno a casa in treno, mi chiama il vescovo Pompili: “Ma oggi eri in Vaticano?”. Mi controlli con un braccialetto elettronico a mia insaputa?, replico per scherzo. “No, è che mi ha appena telefonato il Santo Padre, dicendomi che sei andato a trovarlo. Era dispiaciuto di averti potuto dedicare poco tempo. Mi ha pregato di tenerlo informato su come stai”».
Come stava?
«Male. Lo dissi anche a Giuseppe Zenti, il predecessore di Pompili, che mi propose: “Vuoi lasciare la parrocchia? Vuoi andare in una comunità? Vuoi prenderti del tempo?”. Risposi: no, voglio solo il permesso di dichiarare che sto male, che non sono un supereroe, che i preti sono fragili e imperfetti, che possono piangere, che lasciarsi aiutare è difficile».
Ma perché stava male?
«Perché mi chiedevo, e mi chiedo tuttora, se abbia senso il presbiterato senza avere accanto una persona da amare. Possiamo raccontarcela quanto vogliamo, ma stare in canonica con un altro sacerdote non riempie la solitudine».
Il celibato non è un dogma di fede.
«È un valore aggiunto. Però se la Chiesa mi desse la possibilità di abbracciare qualcuno, vivrei meglio il mio sacerdozio. Ti dicono: “Prega”. Certo. Ma se abbraccio solo l’ostensorio, mi faccio male, perché è pieno di spunciòti».
«Spunciòti»?
«I raggi dorati, simili ad aculei. Da ragazzo ebbi due fidanzate, ma ormai quello per me è un tempo passato».

A papa Francesco scriveva?
«Sì, mail. Lui mi rispondeva con messaggi vergati a mano, che il suo segretario trasformava in Pdf. Dopo vedo “Numero privato” sul cellulare. Non rispondo mai agli sconosciuti. Durante la ricreazione a scuola, mi compare di nuovo, per la quarta volta. Prendo la chiamata. “Sono Francesco”. Ribatto: sì, vabbè, e io la regina d’Inghilterra. “È più facile parlare con il Papa che con te”. Solo allora ho capito che era lui».
Dopo vi siete incontrati.
«A luglio del 2024 mi chiede: “Quand’è che vieni a trovarmi?”. Dimmi tu, la tua agenda sarà impossibile, replico. “No, no, sei il mio unico impegno. Facciamo l’8? Poi nel pomeriggio andrò dall’ottico in via del Babuino a cambiare gli occhiali. A che ora?”. Gli propongo le 9. Invece mi presento alle 8.30, con un vassoio di paste. Mi aspettava in piedi sulla porta dello studio. Ci siamo lasciati alle 13.45».
Senza pranzare?
«Il Papa non mangiò, però mi disse: “Ti ho fatto preparare un panino con il prosciutto. In frigo c’è da bere”».
Prevedeva un lungo incontro.
«Mi parlò di tutto. Degli ultimi. Dei giovani. Del sacerdozio. Del celibato. Del suo rapporto con Giorgio Napolitano. Del carcere: “Perché loro sono dentro e io fuori?”. Era stato al G7 in Puglia, 25 giorni prima. Domandai: come ti sei trovato? “Tanto in imbarazzo. I grandi fanno scelte economiche di morte”. Mi chiese: “Che cosa ti spaventa?”. Risposi: la solitudine. Tu ti senti mai solo? “A volte sì. Mi aiuta incontrare molte persone”. E io: che cosa ti manca di più? “La libertà di uscire. E il mare. Non lo vedo da molto tempo”. Ma tu sei il Papa! Puoi avere una spiaggia tutta per te. Ci organizziamo con il vescovo Domenico e ti ci portiamo noi». Sorrise mesto.
So che telefonava spesso a Pompili.
«Due mesi prima, era venuto in visita a Verona. Mi avevano incaricato della logistica allo stadio Bentegodi. “Caro fratello, che bello rivederti. Mi raccomando, mettimi accanto i poveri, i malati e i bambini”, esclamò il Papa. Monsignor Diego Ravelli, il suo cerimoniere, non voleva che tenessi liberi tutti quei posti in prima fila. Me ne lamentai con Francesco: “Non preoccuparti, facciamo tutto”. Quando vide che sull’altare avevo schierato 50 genitori con i figli ridotti alle cure palliative, mi strizzò l’occhio, alzando il pollice destro. In seguito gli comunicai che uno di quei bimbi non ce l’aveva fatta. Il suo volto si contrasse, come per una fitta al cuore».
La morte è nel vostro orizzonte.
«Diventai prete dopo aver perso mia cugina Giulia, 7 anni, in attesa di un trapianto di cuore, e Andrea, 18 anni, un mio compagno di classe, stroncato dalla leucemia. Mi arrabbiai con Dio, ma non smisi di credere. Mi posi una domanda di senso sulla vita: che farne? Ero in quarta superiore. Andai dalle suore di clausura al convento del Pestrino. Erano in otto. Gridai: voi non servite a niente!».
Provocatorio ai limiti dell’offensivo.
«Indossavo la maglietta con Che Guevara, andavo ai concerti dei Nomadi, ascoltavo le canzoni di Fabrizio De André. Tre anni dopo tornai da loro. Suonai. Da dietro la grata, una monaca anziana mi salutò: “Sei qui, Matteo. Ti stavamo aspettando”. Pensai: caspita, sono toste queste donne! Chiesi che pregassero per Ilaria, vittima di un grave incidente. La ragazza si salvò. Quando vado a trovarle, ogni volta mi chiedono: “E Ilaria come sta?”».
Confessa molti giovani?
«Abbastanza. Più che confessioni, sono dialoghi. Faticano a capire che cosa sia il peccato. Lasciano la Chiesa perché vogliono tutto e subito. Non si rendono conto che Gesù è un figo pazzesco».
Lei come lo ha scoperto?
«Una notte del 1993. Vidi i miei genitori, un vigilante e una donna delle pulizie dediti al volontariato, dormire sul divano: avevano ceduto il loro letto matrimoniale a una famiglia di vicini srilankesi, padre, madre e figlioletto cacciati di casa da un parente dopo una lite. Quando si sposarono, mamma e papà ebbero come testimoni 30 donatori di sangue».
So che è appena tornato da Lourdes.
«Ci vado spesso. Dalla Madonna invoco sempre due grazie: non apparirmi, non guarire qualcuno sotto i miei occhi».
Richieste bizzarre.
«Voglio stare alla larga dai giornalisti».

Come fu il suo congedo da Francesco?
«Si scusò tramite il segretario: non poteva farmi di persona gli auguri di Pasqua. L’ultima volta che lo vidi mi disse: “Sai chi sei tu? Lo specialista del limite”».