Corriere della Sera, 29 aprile 2026
Israele, il capo dell’esercito: «I saccheggi una macchia morale»
Il generale Eyal Zamir, capo di stato maggiore delle Idf, le Forze di difesa israeliane, è davanti a una platea di comandanti dell’esercito. Ed è arrabbiato. Parecchio arrabbiato. Mostra la fotografia di un soldato con una specie di distintivo sulla divisa sul quale c’è scritto: «Basta con l’odio. È tempo di violenza». Zamir guarda i suoi comandanti e chiede: «È questo l’esercito che volete? Se c’è anche una sola persona che pensa che questo rifletta i valori delle Forze di difesa israeliane, si alzi in piedi. Ora». Silenzio. «Non si tratta di un incidente di poco conto – tira dritto lui —. È una ribellione contro i valori delle Forze di difesa israeliane».
È soltanto un passaggio dei tanti che il generale ha messo in fila, l’uno dopo l’altro, in una conferenza militare tenuta due giorni fa nella base aerea di Ramat David. Parole durissime per scuotere la catena di comando e per far capire all’intero esercito che è arrivato il momento della tolleranza zero contro i violenti e contro chi compie azioni «non etiche» o non autorizzate. La parola d’ordine è disciplina; il senso del discorso è isolare i soldati che rischiano di danneggiare l’immagine dell’esercito.
I giornali israeliani (in particolare Haaretz) nelle scorse settimane avevano denunciato saccheggi diffusi dei soldati Idf nelle case abbandonate dalla gente in fuga, nel sud del Libano. Alcuni soldati avevano raccontato di truppe che (a volte con la consapevolezza dei comandanti) sarebbero uscite dai villaggi con motociclette, televisori, divani, quadri, tappeti trafugati.
E Zamir aveva ordinato un’indagine alla polizia militare. Nel discorso agli alti ufficiali superiori è tornato sull’argomento: «Il fenomeno del saccheggio, se esiste, è vergognoso e potrebbe infangare l’intero esercito israeliano. Il saccheggio è una vergogna. È una macchia morale per l’intero esercito e noi non saremo un esercito di saccheggiatori».
La sua esposizione prevedeva dei video, anche. Per esempio quello ormai celebre del soldato mentre, in un villaggio cristiano del Libano, distruggeva la statua di Gesù, filmato dal suo comandante di squadra (entrambi congedati e condannati a 30 giorni di carcere). «Dove questo documento si conforma allo spirito delle Idf?», chiede Zamir al suo pubblico di comandanti. Ancora silenzio. Poi mostra altri video girati durante un violento scontro nei territori occupati della Cisgiordania.
Fa notare che un soldato ha sulla divisa una toppa con scritto «Sì alla violenza», e ancora una volta ha una domanda per la sua platea: «Chi trova accettabile una cosa del genere? E dov’è il suo comandante di compagnia? Dov’è il comandante di brigata?».
Quello delle mostrine inappropriate è il suo argomento-chiave. Racconta che pochi giorni fa, in Libano, ha incontrato l’equipaggio di un carro armato e ha visto uno dei soldati indossare una mostrina con la scritta «Messia». «Gli ho detto che aveva 30 secondi per sistemarsi», racconta. «È tornato senza la mostrina, quindi sapeva di star facendo qualcosa di proibito». Domanda: «Dove erano i suoi ufficiali?».
Va detto che nel mirino del capo di stato maggiore dell’Idf non c’erano soltanto i comandanti. Se l’è presa anche con i soldati che (regolari o riservisti che siano) esprimono opinioni politiche in uniforme sui social media. Adesso si cambia, promette.
La nuova dottrina Zamir prevede rigore e disciplina. A cominciare dal divieto di usare le uniformi sui social fino alla creazione di un organismo speciale che si occuperà della gestione disciplinare e penale dei casi di saccheggio.