Corriere della Sera, 29 aprile 2026
Venezi accusa il Sovrintendente di averla abbandonata
«Come sto? Sono serena. Sto ricevendo migliaia di messaggi, mail, commenti social. Un’ondata di affetto dall’Italia e dall’estero perché la notizia è esplosa nel mondo». Beatrice Venezi risponde al cellulare da Los Angeles.
Devo chiamarla al maschile, come la premier? Preferisce maestro o direttore?
«Beatrice in questo contesto va benissimo». Il contesto è quello del licenziamento dalla Fenice di Venezia, arrivato a sorpresa dopo l’intervista al giornale argentino La Nacion.
Non ha sbagliato ad accusare la Fenice di nepotismo?
«Non ho accusato nessuno di nepotismo. L’intervista alla Nacion parla chiaro. Vogliamo dire della disparità di trattamento da parte della fondazione nei miei confronti? I dipendenti sono andati avanti per mesi con denigrazioni e diffamazioni, con il tacito consenso del sovrintendente».
Scherza?
«No. Se si fanno proclami dal palco durante un concerto senza il via libera del sovrintendente si rischiano lettere e sanzioni, che dalla fondazione non sono mai arrivate ai responsabili. Colabianchi ha concesso all’orchestra di fare una campagna di odio contro di me, con spillette e lancio di volantini, dando al mondo un’immagine scadente della Fenice. Hanno messo in discussione la mia competenza, il mio talento, il mio percorso. Sono arrivati a dire che il Colòn di Buenos Aires è un teatro di provincia».
I concorsi alla Fenice sono durissimi. Come può dire che gli orchestrali si tramandano il posto di padre in figlio?
«Mai detto. Era un paragone tra la mia situazione e quella presente nel nostro mondo. Io non vengo da una genealogia di musicisti, mi sono fatta da sola e nessuno ha avuto per me il minimo rispetto, umano prima che artistico».
Dicono sia stata arrogante, sprezzante. La battuta sulla spilla Swarovski forse se la poteva risparmiare.
«Era ironico, non mi sembra un’offesa aver detto che sulla spilletta di protesta potevano metterci dei brillantini».
Nomi e cognomi dei presunti figli di?
«Ad esempio Marco e Anna Trentin, attualmente in organico, parenti dello storico oboista della Fenice, Giorgio. Magari sono i migliori sulla piazza, oppure no. Ma è evidente che ci sia una facilità».
Sospetta concorsi «truccati»?
«Mai detto. Ma al momento di scegliere, l’appartenenza a una famiglia di musicisti gioca un ruolo. Un vantaggio competitivo che io non ho mai avuto».
Non è un vantaggio ben maggiore essere scelti da un premier?
«Eh no! Io sono stata scelta dal sovrintendente. Fossi stata scelta da Giorgia Meloni sarei ancora alla Fenice».
La premier l’ha chiamata?
«Non ho sentito nessuno di FdI. Le uniche testimonianze di solidarietà le ho avute da Salvini, Ceccardi e Santanchè. Se tornassi indietro non cederei alla richiesta insistente di Meloni di suonare a un convegno di FdI, prima del voto del 2022. Guardi lei quanti danni ho avuto in cambio... Sono stata fatta carne da macello, nessuno mi ha tutelata».
Perché il governo non l’ha difesa?
«Perché io non ho tessere e non sono funzionale. Non sta a me fare valutazioni politiche, decideranno gli italiani quando sarà il momento di votare».
Le hanno dato della fascista, l’hanno ribattezzata «bacchetta nera». L’esser figlia di un ex dirigente di Forza Nuova non è stato un vantaggio per la sua carriera?
«La sfido a trovare una mia dichiarazione che possa essere associata al fascismo o all’intolleranza. Io sì che sono stata trattata con intolleranza, come un oggetto, un corpo estraneo da espellere dal sistema».
C’è un momento in cui tutto comincia?
«Sì, dopo Sanremo. Prima di salire su quel palco nel 2021 ero stata osannata persino da Augias, che definì “prezioso” il mio libro, salvo poi dopo il 2022 affermare in tv che non ero diplomata. Poi c’è stata la polemica sull’uso del termine maestro o maestra, la Boldrini mi ha attaccata e tutto ha preso una dinamica politica».
Per la sinistra, lei ha fatto carriera perché è di destra. E la destra, che prima la incensava, ora la scarica. Perché?
«Non ho mai avuto una tessera di partito, non devo niente a Roma, non ho mai fatto politica in vita mia. Mio malgrado sono diventata un simbolo di cambiamento. Questa destra aveva bisogno della mia faccia pulita e mi ha utilizzata e poi buttata via. Non sono stata difesa perché non sono organica al partito».
E il premio Atreju, la festa di FdI?
«Quel premio lo hanno ricevuto anche tanti personaggi dello sport e dello spettacolo. E poi, se fossi stata la raccomandata che tutti dicono, sarei ancora saldamente alla Fenice. Invece chi è ancora là è il sovrintendente, contro cui sono state fatte non so quante proteste».
Colabianchi si deve dimettere?
«Non entro in queste dinamiche».
Insinuano che il sovrintendente vorrebbe favorire la moglie soprano. Ne sa nulla?
«L’ho letto sul Corriere, mi sembra un elemento molto importante di riflessione, magari va detto a Report».
Le va intanto di dirci se è vero che Meloni non ha dato il via libera al licenziamento?
«Non va chiesto a me, io non ho avuto alcun tipo di contatto con Roma. Per dire del savoir faire, le rivelo che ho saputo dell’annullamento dall’Ansa. Il sovrintendente mi ha spedito una mail senza farmi prima una telefonata».
L’hanno ferita le ovazioni, dentro e fuori dal teatro, alla notizia del licenziamento?
«Che tristezza, l’attegiamento più lontano dalla musica e dalla cultura che si potesse vivere in un teatro. Trovo surreale e di cattivo gusto che i sindacati festeggino per il licenziamento di una lavoratrice. Se è il loro modo di intendere l’arte, sono felice di essere considerata lontana da quell’ambiente».
Farà causa? E contro chi?
«L’aspetto legale è in costruzione, lo farà il mio avvocato. Ma voglio dire ancora qualcosa sulla disparità di trattamento tra me e i dipendenti. Negli ultimi mesi ho subìto una campagna diffamatoria, fino al bullismo».
In che modo i lavoratori, che ora ricevono minacce di morte, l’avrebbero bullizzata?
«Molti sono andati in tv sui media italiani ed esteri mettendoci la faccia, denigrando la mia professionalità e la mia carriera».
Lei ha diretto orchestre minori, ma non i Berliner, la Wiener, la Chicago, New York o Londra. Musicisti come Ughi e Luisi hanno detto che non aveva il curriculum.
«Fabio Luisi? Era uno dei nomi in lizza, la volpe e l’uva. Lo dico serenamente, è chiaro che a 36 anni non posso avere il curriculum di un direttore di 70 o 80. Eppure mi pregio di essere direttore principale ospite del Teatro Colòn di Buenos Aires,uno dei principali del continente americano come notorietà al mondo. Poche volte non ho fatto sold out. Alla Fenice ero stata scelta per un progetto di rilancio, avendo idee nuove potevo avvicinare un pubblico più giovane. Ma poi è partita la campagna diffamatoria dei dipendenti per distruggere la mia carriera».
C’è chi pensa che lei abbia pagato anche l’amicizia con il presidente della Biennale, Buttafuoco, in rotta con Meloni e Giuli per aver riaperto il padiglione russo.
«Penso che Buttafuoco faccia bene, sono una sua grande sostenitrice. Viva l’arte libera, viva gli intellettuali liberi».
Davvero crede che la sinistra governi la cultura, anche se a comandare è la destra?
«È la verità, Colabianchi si è trasformato nel perfetto cavallo di Troia a favore dei sindacati e della sinistra. Era più facile farmi fuori per mantenere il quieto vivere e tenersi il doppio stipendio, sovrintendente e direttore artistico. E l’orchestra mi ha così osteggiata per paura del nuovo, paura di uscire da una struttura consolidata in cui si è sempre fatto così».
Così come?
«Meglio venti Traviata all’anno piuttosto che sperimentare repertori nuovi. Il sindacato non voleva abdicare al controllo artistico. Hanno trovato un sovrintendente senza grandi attributi e hanno rinunciato alla possibilità di un rinnovamento e di rilancio internazionale».
Ne avevano bisogno? La Fenice è un grande teatro, storico e prestigioso.
«Vero. Ma come orchestra non figura nemmeno tra le prime cento. Ho trovato penoso che si siano paragonati ai Berliner».
In futuro, starà alla larga dalla politica?
«Questo è poco ma sicuro».