Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 29 Mercoledì calendario

Re Carlo, missione compiuta

Missione impossibile, missione compiuta: la magia della Corona, incarnata da re Carlo, ha domato gli spiriti animali di Donald Trump e ridato smalto e cemento a una relazione speciale che aveva subito più di una picconata. Un esercizio difficilissimo, quello del sovrano britannico in visita negli Stati Uniti, che si è risolto nell’esito sperato.
Quanto fosse delicata la posta in gioco lo si leggeva sul volto di Carlo, mentre Trump pronunciava il discorso di benvenuto sul prato della Casa Bianca: il sovrano guardava il presidente con aria a volte preoccupata, altre volte con un sorriso fra l’ironico e l’incredulo. Ma per una volta The Donald non è uscito dal seminato e si è lanciato in un accorato peana del legame storico fra l’America e la Gran Bretagna: nessun cenno ai recenti dissapori col premier Keir Starmer, che lo avevano condotto sulle soglie dell’insulto e del disprezzo, nessuna menzione dei dissidi sull’Iran o le Falklands.
Al contrario, Trump ha proclamato che «gli americani non hanno amici più stretti dei britannici» e ha tessuto le lodi di una civiltà comune fondata sulla libertà. Dietro la virata, la sua fascinazione per la famiglia reale che, come ha ricordato, gli viene dalla madre scozzese: lei, ha raccontato, stava incollata alla tv a guardare i reali e «aveva una cotta» per il giovane principe Carlo. Non è stata l’unica battuta che ha strappato un sorriso al re, che cercava lo sguardo di Camilla dietro le spalle del presidente: Trump lo ha definito «un uomo molto elegante» che «sarà l’invidia di tutti con quel suo bellissimo accento».
In conclusione, ha detto Trump, «la comprensione del legame unico e del ruolo nella Storia delle nostre nazioni è l’essenza della nostra relazione speciale: e speriamo che rimarrà sempre in quel modo».
Tutto è perdonato, Sir Keir: e il sollievo si leggeva anche sul volto di Carlo, mentre affacciato al balcone della Casa Bianca si godeva poi la parata militare, tra fanfare e rulli di tamburi. Re e presidente si sono quindi diretti all’interno, verso lo Studio Ovale, dove hanno tenuto un incontro a due che, per ulteriore prudenza, si è svolto lontano da telecamere o microfoni.
Uno spirito di riconciliazione dopo le baruffe, con uno sguardo sulla lunga distanza, che ha informato anche lo storico discorso pronunciato dal re di fronte alle Camere riunite del Congresso. Anche se Carlo ha ricordato che «possiamo forse essere d’accordo che non sempre andiamo d’accordo», e che «la nostra è una partnership nata dalla disputa», tuttavia le fondamenta delle «tradizioni democratiche, legali e sociali» dei due Paesi sono tali che «di volta in volta le nostre due nazioni hanno sempre trovato le maniere di ritrovarsi assieme»: per questo il re ha definito la storia della relazione anglo-americana una di «riconciliazione e rinnovamento», che ha dato origine a «una delle più grandi alleanze della Storia umana».
Carlo ha calcato soprattutto sui valori condivisi, che devono essere difesi in questi momenti difficili a livello nazionale e internazionale, una cosa che è «cruciale per la libertà e l’eguaglianza». Un velato richiamo, forse, a quella responsabilità globale che Trump sembra aver messo da parte: infatti il re ha ricordato l’importanza della Nato, del sostegno all’Ucraina e della presenza militare americana in Europa, osservando pure che i legami di difesa, intelligence e sicurezza fra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti «vengono misurati non sugli anni, ma sui decenni». E ha terminato ammonendo che se le parole dell’America hanno peso, le azioni ancora di più. Felpati rimbrotti che sono stati poi stemperati nei brindisi alla cena alla Casa Bianca, che ha concluso la parte «politica» della visita di Carlo.
A creare imbarazzo, invece, è stato Christian Turner, l’ambasciatore britannico a Washington, quello che ha sostituito Lord Mandelson, cacciato per il caso Epstein: in un incontro mesi fa con studenti, si è scoperto, il rappresentante di Londra si è lasciato scappare che l’unica relazione speciale degli Usa è «probabilmente con Israele» e che è «straordinario» che lo scandalo Epstein «non abbia toccato nessuno» in America. Il Foreign Office si è subito dissociato: «Erano commenti privati e informali fatti a un gruppo di liceali a inizio febbraio: non riflettono in alcun modo la posizione del governo». E ora a Londra dicono che anche il nuovo ambasciatore rischia il posto.