Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 29 Mercoledì calendario

Abu Dhabi lascia l’Opec. Trump: Iran al collasso

I negoziatori sono, ancora, in attesa. Donald Trump canta, ancora, vittoria su internet. E dal Golfo arriva un terremoto. Il Pakistan, che media tra Stati Uniti e Teheran, sta aspettando che gli ayatollah consegnino una nuova bozza d’accordo, visto che Washington aveva rifiutato quella precedente, che proponeva di rimandare il dossier nucleare a un secondo momento: dovrebbe arrivare «a giorni». Su Truth, il presidente Usa sostiene di avere ricevuto un messaggio dagli iraniani: «Ci hanno comunicato che la loro economia è al collasso». La sorpresa però ieri è arrivata dagli Emirati.
Che qualcosa si stava muovendo nelle petromonarchie lo si era capito già in mattinata, quando è arrivato l’annuncio che Mohammed bin Salman, principe ereditario e leader di fatto dell’Arabia Saudita, aveva convocato un vertice d’emergenza degli Stati membri del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc): l’appuntamento era il giorno stesso a Gedda. Obiettivo, secondo al-Jazeera, «trasmettere un forte senso di unità» e trovare una soluzione alla crisi di Hormuz. È la prima volta che i capi dei sei Paesi membri – Arabia Saudita, Bahrein, Emirati, Kuwait, Oman e Qatar, tutti esportatori di petrolio – si vedono di persona da quando è iniziata la guerra. Da due mesi, sono sotto attacco da Teheran, che ha lanciato missili e droni, contro le città e gli oleodotti e che, con il blocco dello Stretto, ha strangolato le economie di molti Paese dell’area. Gli Emirati sono i più colpiti: contro di loro, l’Iran ha lanciato più attacchi che contro Israele.
Poi, verso le tre del pomeriggio, ora italiana, prima ancora che i capi di Stato arrivassero a Gedda, un altro annuncio. Che ha provocato uno shock politico, ma anche fatto scendere i prezzi del petrolio: gli Emirati lasciano l’Opec, l’organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, un’istituzione molto più grande del Gcc, composta da 12 nazioni, Iran incluso. E che, soprattutto, stabilisce le quote di produzione e i prezzi del greggio per i suoi membri, operando come una sorta di cartello. Abu Dhabi ha anche abbandonato l’Opec+, la versione allargata che include anche la Russia.
Lo smacco a Riad
Altro che «forte senso di unità». Gli analisti non ci hanno messo molto a capire che la mossa di Abu Dhabi era (anche) un colpo sferrato all’Arabia Saudita, la nazione che, nel concreto, conta di più nell’Opec e che spesso ne detta la linea. Non è un caso che l’altra petromonarchia che abbandonò l’organizzazione, lo fece in un momento di scontro con Riad: il Qatar annunciò il suo addio nel 2018 (che poi divenne effettivo solo un anno dopo), nel bel mezzo della crisi fra le due nazioni. Anche quando la frattura diplomatica si è ricomposta, Doha non è rientrata nell’organizzazione.
Il vertice improvviso
Ora l’Opec perde circa il 15% della sua produzione – e, dunque, del suo potere – e si ritrova con un «battitore libero», una potenza esportatrice che agisce al di fuori dei suoi vincoli. Che ci fossero dissapori tra Abu Dhabi e Riad, lo si sapeva: sono nemiche in Yemen, in una guerra per procura dove sostengono milizie contrapposte; inoltre l’Arabia Saudita sta costruendo un’alleanza militare con Pakistan, Turchia e l’ex rivale Qatar, mentre gli Emirati lavorano a una coalizione con Israele, India, Grecia e Cipro.
Ma l’uscita dall’Opec è una ripicca che nasce dall’aggressione iraniana e dalle divisioni nate tra i Paesi del Golfo, dopo un primo momento di compattezza. Ai due poli opposti l’Oman, che, facendo buon viso a cattivo gioco, accetta il controllo degli ayatollah sullo stretto, e gli stessi Emirati, che spingono perché americani e israeliani riprendano i bombardamenti per «finire il lavoro». In mezzo, l’Arabia Saudita e il Qatar, che vogliono contenere Teheran ma si fidano poco degli Usa. Questa divisione si spiega anche con un fattore economico. Secondo un report di Goldman Sachs, non tutte le petromonarchie soffrono ugualmente per la chiusura dello Stretto: mentre Emirati, Kuwait e Qatar hanno visto i loro introiti dal petrolio calare a picco, l’Oman sta guadagnando il 50% in più, visto che Teheran lascia passare le loro navi. Quanto a Riad, grazie agli oleodotti le sue esportazioni dipendono solo parzialmente da Hormuz, dunque il flusso è diminuito, ma ciò è controbilanciato dall’aumento del prezzo del greggio.
Un regalo agli Usa
Ma, soprattutto, l’uscita dall’Opec è un modo di riaffermare il legame a doppio filo di Abu Dhabi con gli Stati Uniti, proprio mentre le altre petromonarchie iniziano a metterlo in dubbio: l’attacco di Trump e Netanyahu all’Iran, avvenuto senza consultare i Paesi arabi, né senza curarsi troppo del fatto che gli alleati del Golfo ne abbiano subito le conseguenze; e ora – dicono i ben informati – alcuni sovrani starebbero «ripensando» la relazione con Washington. Non l’emiro di Abu Dhabi. Lasciare l’Opec gli consente di aumentare la produzione del greggio, un’idea che non dispiace agli Emirati, e che piace ancora di più a Trump, che sogna prezzi più bassi dell’energia. Il tycoon, ora, ha bisogno di tutto l’aiuto che può avere: la sua popolarità ieri ha toccato il minimo storico.