Corriere della Sera, 29 aprile 2026
L’America che perde sé stessa
Aggredisce altre nazioni, non rispetta trattati e diritto internazionale, ignora la distinzione tra sfera pubblica e sfera privata, non ascolta le opinioni della minoranza, non rispetta la vita delle persone, esercita il potere in modo arbitrario, assume e licenzia collaboratori, si vale di familiari per l’esercizio di funzioni pubbliche, polarizza lo spazio pubblico: come spiegare il fenomeno Trump?
Per comprenderlo, bisogna tener conto di molti fattori, esterni ed interni, organizzativi e personali, diretti e indiretti, del presente e della storia, come ha fatto Sergio Fabbrini nei suoi commenti settimanali ora raccolti in un libro intitolato Tsunami Trump. Il nazionalismo americano e l’Europa (Milano, Il Sole 24 Ore, 2026).
Il primo fattore da tenere presente è la circostanza che gli Stati Uniti sono una superpotenza militare incontrastata. Mantengono circa 750 basi in 80 Paesi e la loro spesa militare rappresenta il 38 per cento di quella globale: più dei successivi 9 Paesi messi insieme, Cina e Russia incluse (traggo questi elementi dall’importante libro di un «osservatore partecipante» quale l’attuale presidente della Repubblica finlandese Alexander Stubb, Il triangolo del potere.Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale, Milano, Marsilio 2026).
C’ è poi un fattore interno, già segnalato nel 1973 dallo storico Arthur M. Schlesinger jr., consigliere di John Fitzgerald Kennedy, in un libro intitolato «La Presidenza imperiale», che illustrava l’espansione del potere esecutivo. Una diagnosi che è stata confermata nel 2010 dal costituzionalista Bruce Ackerman in un libro su «Tutti i poteri del presidente», che illustra l’ulteriore erosione dei controlli costituzionali. I poteri presidenziali sono stati ulteriormente ampliati dalle deleghe date dal Parlamento al presidente, come quella in materia di commercio, che ha consentito la politica trumpiana dei dazi doganali.
A questi due fattori se ne aggiunge un terzo. La lunga storia del potere pubblico negli ultimi cinque secoli è stata segnata, in tutto il mondo, da un costante tentativo di regolarne il percorso, limitandone l’autorità, prevedendo quando e come esso si esercita, fissando i binari lungo i quali deve correre. Così il potere pubblico, ivi compreso quello esercitato dal vertice politico, è diventato prevedibile e controllabile. Ma questa regola, riassunta nell’espressione «Rule of Law», opposta a quella «Rule of Man», non sembra valere per Trump, che ha fatto della imprevedibilità e dell’improvvisazione una regola (tanto diversa dalla compostezza e dalla «gravitas» dei sovrani inglesi).
Trump Presidente si comporta come si comportò il tycoon Trump circa quarant’anni fa, quando, volendo costruire la Trump Tower nel centro di New York, distrusse le sculture «art déco» che decoravano l’edificio del negozio «Bonwit Teller», demolito nel 1980, nonostante la promessa di donarle al Metropolitan Museum of Art. Con Trump la storia del potere pubblico fa numerosi passi indietro riscoprendo la personalizzazione, l’uso arbitrario e non predeterminato e l’improvvisazione. Di questo eravamo stati avvertiti durante il suo primo mandato, come si può notare leggendo la testimonianza fornita da un altro osservatore d’eccezione, Jens Stoltenberg, già capo del governo norvegese e poi della Nato, ora raccolta nell’istruttivo volume intitolato Nella stanza dei bottoni. 10 anni alla guida della Nato (Roma-Bari, Laterza, 2025). Il suo comportamento non è diverso da quello di Luigi Bonaparte, il futuro Napoleone III, che nel 1848 confidò ad un suo collaboratore che «quando un uomo che porta il mio nome viene elevato al potere, deve fare grandi cose e colpire gli animi con lo splendore del suo governo».
Tutti questi fattori ed elementi stanno modificando l’assetto costituzionale degli Stati Uniti e rovesciando l’immagine che dal 1835, la data di pubblicazione del famoso libro di Alexis de Tocqueville su La democrazia in America, si è diffusa e tramandata nel mondo, della democrazia americana come esempio moderno di un assetto democratico. E stanno spingendo molti a riscoprire i precedenti episodi di cesarismo della stessa storia democratica americana, dalla violenza con cui Andrew Jackson trattò i nativi, ai limiti della libertà introdotti da Abramo Lincoln, all’espansione dei poteri presidenziali ad opera di Richard Nixon (Antonio Di Bella ha tratteggiato questa storia di precedenti nel volume Gli zar della Casa Bianca. Come i presidenti del passato aiutano a capire l’America di Trump, Milano, Solferino, 2025).
Tutto questo insegna che le democrazie più consolidate possono conservare o sviluppare sacche e germi di cesarismo. Se tanto potere esterno viene affidato a una sola mano all’interno e se questa non segue il binario fissato dalla «Rule of Law», se si congiungono questi tre elementi, la forza può propagarsi con onde che invadono altri campi, anche a causa di un mondo interconnesso, come accade con il blocco delle esportazioni iraniane e i suoi effetti diretti e indiretti, in particolare sull’Europa.
Da queste vicende si possono trarre alcune lezioni. Innanzitutto che i famosi «checks and balances», i controlli e i bilanciamenti delle costituzioni democratiche, possono essere aggirati. Trump poteva contare solo su 135 voti sicuri su 436 alla Camera dei rappresentanti; ciò nonostante può comportarsi come uno dei padroni del mondo, mentre i suoi avversari possono solo sperare nelle elezioni di «midterm». In secondo luogo, come aveva avvertito lo storico Charles Tilly, i processi di democratizzazione possono essere seguiti da processi di de-democratizzazione. In terzo luogo, elementi di cesarismo si annidano anche nelle basi democratiche e vanno quindi tenuti sempre sott’occhio. Infine, la democrazia non si sviluppa secondo un andamento regolare, ma registra anche arretramenti pericolosi.