Avvenire, 28 aprile 2026
«Israele respinga il grano del Mar Nero»
Il governo di Kiev ha minacciato di essere pronto a utilizzare tutti gli strumenti legali e diplomatici necessari nei confronti di Israele, se questo permetterà l’attracco sulle proprie coste di una nave carica di grano proveniente dai territori ucraini occupati dalla Russia. A renderlo noto, ieri, l’agenzia Reuters, informata da fonti diplomatiche ucraine.
Secondo quanto riportato in un’inchiesta del quotidiano israeliano Haaretz, pubblicata domenica, la Panormitis, ormeggiata al largo del porto settentrionale di Haifa, sarebbe solo l’ultima di una lista di almeno 30 imbarcazioni che dal 2023 hanno scaricato in Israele i beni ucraini prodotti sotto l’occupazione russa. La Panormitis sarebbe il quinto carico di grano consegnato quest’anno dalla flotta fantasma di Mosca. «Se questa nave e il suo carico non verranno respinti, ci riserviamo il diritto di impiegare una gamma completa di risposte diplomatiche e legali internazionali. La pratica di riciclare beni rubati è inaccettabile, e Israele ha sostanzialmente ignorato le nostre richieste riguardo alla nave precedente», hanno fatto trapelare le fonti ucraine. Il ministero degli Esteri israeliano non ha al momento offerto alcuna risposta. Già con un commento ufficiale del 16 aprile Kiev redarguiva Tel Aviv, colpevole di aver ignorato una precedente informativa del 23 marzo, con la quale si chiedeva di impedire l’attracco di un’altra imbarcazione carica di grano, la Abinsk: «È preoccupante che nonostante le informazioni fornite e i contatti fra le parti alla nave siano state concesse le operazioni di scarico nel porto di Haifa, fra il 12 e il 12 di aprile».
Secondo la ricostruzione di Haaretz le navi portarinfuse non proverrebbero direttamente dai porti russi, ma sarebbero state caricate nel Mar Nero con una operazione di trasferimento “da nave a nave”, ripetuta, con i trasponder identificativi disattivati, prima di arrivare in Israele. Kiev sostiene che almeno 15 milioni di tonnellate di grano siano state fino ad ora indebitamente sottratte. Di queste, hanno confermato ad Haaretz due acquirenti locali, una parte è stata venduta in Israele.