Avvenire, 28 aprile 2026
Quei lingotti “made in Usa” coniati con l’oro dei narcos
Scintillanti e un po’ pacchiane, le monete d’oro celebrative per il 250esimo compleanno degli Stati Uniti sono già pronte, in vista del 4 luglio. Accanto ai tradizionali simboli incisi – l’aquila, la Statua della libertà, il motto “in God we trust” – ci sarà anche la sagoma di Donald Trump. Su quest’ultima questione si è concentrata la polemica politica. La decorazione, tuttavia, è appena un “abbaglio” – termine calzante, trattandosi di metallo prezioso –, rispetto al materiale da decorare. Come il resto dei prodotti della Zecca di Stato di Washington, anche le monete dell’anniversario potrebbero essere fatte – integralmente o in parte – con “l’oro dei narcos”. Il condizionale è d’obbligo per il manufatto specifico. Il flusso del metallo prezioso dalle miniere sotto il controllo delle mafie del sud del mondo è, invece, drammaticamente dimostrato, grazie a un’inchiesta di The New York Times. Il quotidiano Usa, in particolare, ha documentato il “viaggio” del materiale da Caucasia, zona di estrazione illegale a trecento chilometri da Medellin, nel nordest della Colombia, a Washington. Più che un percorso fisico una sorta di alchimia in cui l’oro sporco si trasforma in bene certificato e “made in Usa”, tanto da potere essere utilizzato senza problemi dalla “United States Mint”, la Zecca più importante del mondo. Il tragitto comincia nelle cave a cielo aperto scavate sulla terra rossa di La Mandinga, proprietà agricola alla periferia di Caucasia. Là, da otto anni, centinaia di uomini – perloppiù giovani o giovanissimi – lavorano con scavatrici artigianali e pompe ad alta pressione.
La poltiglia ricavata viene poi “lavata” a mani nude con il mercurio, in modo da separare l’oro dalla roccia. L’intero sistema è ben al di fuori della legge colombiana per l’impatto gravissimo sull’ambiente e la salute dei minatori. Rispetta, però, l’unica legge inviolabile a La Mandinga: quella del Clan del Golfo che impone a ognuna delle circa mille squadre di cinque operai una “tassa” mensile di 400 dollari. Il versamento li mette al riparo da eventuali ispezioni delle forze di sicurezza. Nonché dà loro accesso alla “licenza”: il certificato che attesta l’estrazione da aeree autorizzate, senza l’impiego di mercurio e con metodi a basso impatto ambientale. In pratica il contrario di quanto accade. Eppure i minatori di La Manguera sono all’interno del programma ufficiale, creato dalle autorità. E possono, dunque, vendere, ogni giorno, il ricavato ai “baraqueros” di Caucasia. Centinaia di “compro oro”, a loro volta sotto la legge del Clan del Golfo, a cui versano “un’imposta” mensile analoga di 400 dollari. I “baraque-ros”, poi, rivendono il materiale a imprese esportatrici più grandi dove il metallo dei narcos si fonde, in senso letterale, con quello proveniente da altre fonti, legali e illegali. I lingotti che escono dalle “centrali dell’oro” viaggiano, poi, per tutto il mondo.
Una quantità del valore di 255 milioni, nell’ultimo anno, è approdata alla Dillon Gage di Dallas. Il principale “calderone” d’America in cui avviene la seconda amalgama. L’azienda importatrice, ovvero, rifonde le barre colombiane con altre arrivate da vari punti del pianeta, Stati Uniti inclusi. Grazie al mix, i “lingotti di seconda generazione” smettono di essere stranieri e si convertono in prodotti nazionali. In questo modo, possono essere comprati dalla Zecca che ufficialmente utilizza solo materiale “made in Usa”. Di fronte alle prove di The New York Times, ha dovuto ammettere che la provenienza statunitense del metallo è «prevalente» ma non «esclusiva». Quest’ultimo arriva da molti luoghi, in realtà, spesso sospetti, come il Messico e il Perù. Lo stesso vale per il rame, impiegato per le monete ordinarie: una parte è stata fornita da una miniera congolese di proprietà cinese. Il fatto è che dall’11 settembre 2001, la “United States Mint” non ha mai fatto indagini per verificare l’origine dei materiali incamerati, come ha verificato un’ispezione del dipartimento del Tesoro nel 2024. Dopo quella scoperta, la Casa Bianca – guidata al tempo da Joe Biden – aveva promesso un protocollo per evitare l’infiltrazione nella Zecca di minerali illeciti. Non è, però, ancora stato fatto. A La Mandinga, nel frattempo, si estrae a ritmo incessante. Con un prezzo di oltre 130 euro al grammo e l’acuirsi del caos geopolitico mondiale, l’oro è il benerifugio più richiesto. Con il paradosso che chi lo acquista per proteggersi dalle crisi globali, finisce per alimentarle.