la Repubblica, 28 aprile 2026
Intervista a Giuliana De Sio
«È come se avessi sempre la sirena lampeggiante. Vivo in costante emergenza». Giuliana De Sio racconta con lucidità il suo essere fuori dagli schemi. In Nel tepore del ballo di Pupi Avati, in sala con 01, è una padrona di casa televisiva, detta “la morta”, data per spacciata e poi capace di reinventarsi una carriera. A lei si rivolge il collega in disgrazia Massimo Ghini, per risalire la china dopo uno scandalo giudiziario.
Chi è la sua conduttrice?
«Una che ha navigato in tutti i mari, tipica della tv della menzogna, dell’ipocrisia. Che si fa scendere le lacrime davanti al pubblico pur di commuovere e un secondo dopo passa alla violenza. È avvelenata d’ambizione, ma anche buffa, con i boccoli, le minigonne fuori misura e fuori tempo massimo. Pupi mi ha chiesto di essere sopra le righe, restando nella verità».
Le ha proposto come fonte d’ispirazione Barbara D’Urso.
«Ho rivisto solo qualche fotogramma per riconoscere le espressioni di finta commozione richieste da quel tipo di copione tv. Ma non è solo lei – che non conosco e non voglio offendere – c’è tutta una genìa di donne, e uomini, che lavorano su questo schema. Mi hanno intervistata, li ho visti da vicino: cercano di farti raccontare le cose più tristi della tua vita, e se fai una battuta si indispettiscono perchè esci dalla narrazione tracciata».
Le toccano spesso personaggi tremendi
«Sì. Ho fatto madri terribili, l’ultima a teatro, nel Gabbiano di Čechov, porta il figlio al suicidio. Anche se quest’anno ho vinto tanti premi con una madre chioccia. È evidente che non sono rassicurante. Ma non è mio compito rassicurare gli altri. In quei contenitori televisivi c’è la preoccupazione di tenere buone le persone, di non dare loro nessuna scossa elettrica. un pensiero che esuli dal progetto di vita che il sistema ti propone. A diciott’anni io ho fatto Sibilla Aleramo per la tv, e già allora mi chiedevo– “cosa ci faccio in questo ferrovecchio?” Quei valori non erano i miei e non lo sono. Non trovo questa tv offensiva, la trovo antica».
Torniamo alla sirena lampeggiante.
«Certi colleghi in scena hanno un atteggiamento “balneare”, li invidio Per me stare davanti alla macchina da presa o su un palco non sono mai state cose naturali. I ferri del mestiere non ce li ho: ogni volta me li devo cercare, come in una caccia al tesoro. Però questo mi crea una vibrazione che arriva in sala».
Il cinema le è mancato?
«Molto. Ho avuto la fortuna di prendere la coda del grande cinema italiano: Monicelli, Comencini, Petri, Wertmüller, Strehler in teatro: erano persone vive e attive, anche se avevano trent’anni più di me. Mastroianni, Sordi, Gassman, Volonté. Giganti. Mi davano un’attenzione che non avevo avuto in famiglia. volevano sapere di me, mi ascoltavano».
Elio Petri è stato il grande amore?
“Mi prese al provino per Le mani sporche di Sartre in tv, con Mastroianni, nelle sua prima e unica cosa in tv. Non so perché mi scelse, ma facemmo 20 milioni di spettatori. Pensi che il primo film che ho visto in sala, in braccio a mia zia, a 5 anni, è Il maestro di Vigevano, diretto da lui, l’uomo con cui avrei avuto la storia più importante. È morto quando eravamo all’apice di tutto: passione, sentimenti, lavoro. Il dolore mi ha quasi schiantato. Avevo ventotto anni e mi sentivo vedova».
E Massimo Troisi, in “Scusate il ritardo”?
“Massimo aveva il problema della malattia. Era la protagonista della sua vita, anche se lui non ne parlava mai. Aveva una valvola nel cuore che faceva un rumore continuo, come il ticchettio di una sveglia. Lui sapeva che la sua vita non sarebbe stata lunga e nonostante questo aveva quell’esplosione di grazia, intelligenza e umorismo che ancora ci manca. Durante le riprese ci fu tutta la malattia di Elio Petri, che morì nel pieno del film. Per molti giorni non riuscii ad andare a lavorare. Ero sotto choc. Massimo fu delicatissimo. Si capiva che con l’idea della morte aveva una certa dimestichezza. La malattia ti fa crescere in fretta”.
E Francesco Nuti, in “Io, Chiara e lo Scuro”?
“Era un ‘malincomico’. Non avrei mai immaginato quella deriva depressiva e alcolica che lo ha portato alla morte. L’ho conosciuto, ho avuto anche una piccola storia con lui, ma non l’ho capito molto di più. All’epoca non beveva così tanto. Poi cominciai ad avere notizie strane: conferenze stampa in cui annunciava di volersi suicidare. Andammo a cena, mi chiedeva quanto soldi avessi in banca e poi “io di più”. Chiedevo: ‘Ma che ti sta succedendo?’. Il successo non gli ha fatto bene».
Un ricordo tragicomico di set?
«Giravo un film tv tedesco su un cargo russo, ancorato a largo di Savona. Il mio fidanzato, musicista torinese con cui vivevo da due anni, doveva raggiungermi a Ferragosto. Mando l’auto della produzione a prenderlo alla stazione, ma torna vuota. Telefono, il numero non è più quello. Parlo con la madre, capisco che si è dato alla macchia: “Parto, non voglio vedere più nessuno”. Mi viene la febbre a quaranta, resto chiusa in albergo tre giorni, mi trasferiscono in ospedale. Nel frattempo il cargo si è spostato in India e mi portano lì. Mi ritrovo su un cargo russo, con ciurma russa, troupe tedesca, comparse indiane, sull’oceano, a piangere tutte le mie lacrime. Una delle situazione più paradossali della mia vita».
Chi l’ha fatta ridere di più?
“Geppi Cucciari. Sono andata da lei in tv, non ci conoscevamo, ma è partita la performance: la gente rideva come fossimo Totò e Peppino. Sul lavoro invece non mi capita. Succede qualcosa in scena, gli altri magari si sganasciano, io no. Non me lo posso permettere: sono in emergenza, come uno che viene portato via in autoambulanza. Che c’è da ridere?”.