la Repubblica, 28 aprile 2026
Tajani-Salvini, lite sui vincoli Ue.
La frenata arriva di sera: è sempre meno probabile che nella risoluzione di maggioranza al Dfp (documento di finanza pubblica) che sarà votata dopodomani in Parlamento venga ipotizzato lo scostamento di bilancio, per far fronte alla crisi energetica. Dal Mef per tutto il giorno trapelano dubbi sull’opportunità di inserire in un testo così delicato questo passaggio, in una fase in cui l’opzione è ancora solo al vaglio, sarebbe un boomerang.
Diversi ministri meloniani sono «estremamente prudenti» e la posizione rimbalza fino a Palazzo Chigi. Tutta FI si oppone. La maggioranza cerca insomma un punto di caduta. Fonti di governo raccontano di contatti tra i due vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani. La stessa Meloni ha sentito gli alleati e li rivedrà oggi nel quartier generale del governo, a margine del Cdm sul Primo maggio.
La giornata era cominciata con i soliti, accentuati, attriti. All’ora di pranzo Salvini ha rilanciato la proposta del “suo” senatore, Claudio Borghi, favorevole all’uscita dal patto di stabilità, anche in modo «unilaterale». «Lo diciamo da settimane, rischiamo il blocco dell’Italia per l’aumento del costo di gasolio, luce e gas». Borghi sostiene che la sua proposta sia ormai «abbastanza diffusa». Ma è Tajani a stopparla: «Sono assolutamente contrario». Per il forzista si dovrebbe «intervenire per tenere fuori dal patto le spese energetiche, un provvedimento a tempo, come per la difesa». L’ideale, per gli azzurri, sarebbe un nuovo Pnrr o un Mes riformato (molto complicato). Da FdI, Ignazio La Russa apre con cautela allo scostamento: «Meloni ha detto che non lo esclude, speriamo non ce ne sia bisogno, ma la stella polare è l’Italia». La meloniana Ylenja Lucaselli però è netta: «Serve responsabilità: lo scostamento non è la prima opzione».
Il primo giro di audizioni sul Dfp restituisce però un allarme quasi corale. Confindustria vede nella guerra in Medio Oriente la variabile capace di travolgere le già deboli stime. Se il conflitto finisse subito, il costo sarebbe di 0,1-0,3 punti di Pil. Se arrivasse a fine anno, «potremmo trovarci nella più grave crisi energetica della storia». Da qui la richiesta di una politica di bilancio anticiclica, con aiuti alle imprese energivore, proroga del taglio delle accise e, se necessario, uno scostamento mirato per sostenere chi subisce i rincari di gas ed elettricità. Anche Confesercenti avverte che un aumento medio dei prezzi energetici del 21%, stima definita «ottimistica», taglierebbe di 4 miliardi i consumi. Mentre Confcommercio chiede una strategia stabile di riforme e Legacoop politiche pubbliche selettive.
I Comuni, con l’Anci, temono per la tenuta dei bilanci: tra 2026 e 2028 mancherebbero 2,2 miliardi, con uno squilibrio vicino al miliardo l’anno nel biennio in corso. I sindacati spostano il fuoco su salari, pensioni e welfare. La Cgil accusa il governo di inseguire il decimale del deficit mentre Pil, industria e retribuzioni restano fermi: con l’inflazione al 2,9%, un lavoratore da 36mila euro subirebbe un prelievo aggiuntivo di 1.600 euro e un pensionato da mille euro al mese pagherebbe 370 euro in più. Chiede tasse sugli extraprofitti, rinnovi dei contratti, piena perequazione e sospensione del Patto. La Uil denuncia un rientro dal deficit che restringe gli spazi per politiche espansive e un carico fiscale «sproporzionato» su dipendenti e pensionati. Più prudente la Cisl: propone un «Cantiere Paese», una riforma europea del Patto e rinnovi dei contratti agganciati all’inflazione effettiva.