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 2026  aprile 27 Lunedì calendario

Rampini parla della teoria della «proletarizzazione» dei laureati americani

Il terzo attentato a Trump, dopo l’assassinio dell’influencer di destra Charlie Kirk e del top manager di un’azienda assicurativa da parte del «giustiziere sociale» Luigi Mangione, rilancia un interrogativo: l’America scivola verso una nuova versione dei suoi «anni di piombo»? La violenza politica ritrova legittimità nell’era Trump? Questo paese ha una lunga serie di antefatti importanti. La pratica del regicidio venne importata qui dagli anarchici immigrati dall’Europa nell’Ottocento e nel primo Novecento. Il Ku Klux Klan praticava linciaggi e impiccagioni al servizio di un progetto politico razzista e segregazionista. Poi gli anni Sessanta videro nascere negli Stati Uniti, in anticipo sull’Europa, varie formazioni terroristiche di estrema sinistra (nonché etniche nel caso delle Black Panthers) che praticavano la lotta armata. Gli assassini dei fratelli Kennedy e di Martin Luther King avevano tutt’altra matrice ma appartengono a quella stagione, della quale abbiamo dimenticato poliziotti e magistrati uccisi in una scia di attentati. Unabomber, l’assedio a Taco, la strage di Oklahoma City riportarono d’attualità altre forme di terrorismo, con matrici ideologiche anarchiche o di destra.
L’antefatto degli anni Sessanta è il più rilevante per una ragione sociologica: dietro l’esplosione di rivolte giovanili, accompagnate da frange violente ai loro margini, si parlò allora di una «proletarizzazione» dei ceti intellettuali, tema popolare anche durante il Sessantotto europeo. Oggi questo genere di teoria ritorna a galla negli Stati Uniti. C’entra, almeno in parte, l’intelligenza artificiale. Oltre a Trump naturalmente. Il mix è quello che produce la Generazione Mamdani. Che non è certo, a stragrande maggioranza, incline a praticare la violenza. Però può condonarla, assolverla, perfino ammirarla. Vedi il culto che circonda Luigi Mangione, l’omicida del manager assicurativo, visto da alcuni come un Robin Hood, in guerra contro il capitalismo sanitario. Oppure il successo di un film come «Una battaglia dopo l’altra» con Leonardo di Caprio, che simpatizza con la lotta armata contro uno Stato poliziesco e militarizzato.

L’analisi di Noam Scheiber, nel saggio intitolato «Mutiny: The Rise and Revolt of the College-Educated Working Class», rilancia proprio le teorie in voga negli anni Sessanta. Possono spiegare il retroterra socio-economico di un disagio giovanile. In alcuni casi porta alla mobilitazione elettorale in favore di candidati di estrema sinistra come il sindaco di New York Mamdani. In altri casi può diventare brodo di coltura per forme di violenza. Scheiber è un reporter del New York Times, il suo saggio è un viaggio dentro una mutazione sociale che è diventata politica: una parte crescente dei laureati non si sente più anticamera dell’élite, vivaio di dirigenti, professionisti, manager, consulenti, giornalisti, docenti, tecnici dell’economia della conoscenza. Si percepisce invece come forza lavoro subordinata, precaria, sfruttata. Non più «classe media in ascesa», ma quasi un proletariato con laurea. Scheiber sintetizza questa metamorfosi con una formula che potrebbe appartenere a pieno titolo agli anni Sessanta: molti giovani diplomati universitari avrebbero ormai «il saldo sul conto in banca e la coscienza politica del proletariato».
Il punto di partenza è una promessa infranta, almeno per alcuni. Per decenni, negli Stati Uniti, la laurea è stata venduta come il passaporto sicuro verso la stabilità: studia, indebitati se necessario, investi su te stesso, e il mercato ti ricompenserà. Quella promessa oggi appare a una parte dei giovani come una truffa. Il costo dell’università è salito, il debito studentesco è un fardello, gli affitti nelle città dove si concentrano i lavori qualificati sono esplosi, l’accesso alle professioni prestigiose si è ristretto. L’intelligenza artificiale è una minaccia aggiuntiva, per l’ecatombe di certe mansioni. Così il giovane laureato scopre di non essere entrato nella borghesia, ma in una nuova condizione di dipendenza: barista con master, giornalista sottopagato, codificatore informatico candidato al licenziamento, sceneggiatore intermittente, creativo senza tutele, impiegato di Apple Store o Starbucks con credenziali culturali superiori al proprio salario.
Scheiber chiama questa condizione «proletarizzazione» dei laureati. Il concetto richiama Karl Marx: l’idea che il capitalismo, prima o poi, avrebbe dissolto le vecchie distinzioni tra lavoro qualificato e lavoro comune, trasformando anche i ceti istruiti in forza lavoro dipendente. Per molto tempo Marx sembrava avere sbagliato previsione: il capitalismo avanzato ha creato nuove gerarchie, nuove competenze, nuovi premi salariali per l’istruzione. Ma oggi, sostiene Scheiber, una parte del mondo laureato comincia a vivere una realtà diversa: credenziali svalutate, posti insufficienti, aspettative frustrate. Potrebbe essere una crisi passeggera, simile a quella generata da tante rivoluzioni tecnologiche nel passato: cancellarono certi mestieri, ne crearono altri. Intanto però un pezzo del mondo giovanile la vive come una condizione semipermanente.
Da qui nasce la svolta politica. Negli anni Ottanta e Novanta il laureato americano tendeva a sentirsi vicino al management, aspirante membro della classe dirigente. Anche quando non era ricco, immaginava il proprio destino in ascesa. Oggi certi laureati si identificano invece con i lavoratori di base contro il datore di lavoro. È in questo ambiente che nascono nuove campagne sindacali: Starbucks, Apple Store, studi di videogiochi, sceneggiatori, redazioni dei giornali, università. La coscienza di classe, che un tempo apparteneva all’operaio industriale, migra verso la laptop class, la classe del computer portatile.
La forza narrativa di Scheiber è affascinante, però molte recensioni e analisi del suo saggio ne contestano la portata statistica. I laureati americani, presi nel loro insieme, non sono affatto precipitati in massa nella miseria. I giovani neolaureati di recente oggi sono meno sotto-occupati che negli anni Novanta; nelle ultime rilevazioni disponibili solo il 4,5 per cento dei giovani laureati lavorava in impieghi a basso salario, e tra tutti i laureati la quota scendeva al 2,2 per cento. Anche i salari mediani dei laureati, tra il 2000 e il 2025, sono cresciuti sia in termini assoluti sia rispetto ai lavoratori con solo diploma superiore. Può darsi che queste statistiche ancora non colgano l’impatto dell’intelligenza artificiale.
Ma anche se il fenomeno è minoritario sul piano quantitativo, è potentissimo sul piano culturale. Qui sta il punto più interessante, dove la percezione socio-economica s’intreccia con l’effetto-Trump: la radicalizzazione politica non nasce sempre dalla miseria oggettiva; può nascere dallo scarto tra aspettative e realtà, tra status promesso e status ottenuto. Il giovane che ha studiato in una buona università, ha interiorizzato un senso di superiorità culturale, ha accumulato debiti, vive in una città carissima, e poi scopre di essere sostituibile, controllato da un algoritmo, licenziabile come chiunque altro, può maturare un rancore più esplosivo di quello del povero tradizionale. Trump offre un bersaglio ideale per focalizzare il risentimento sociale su un nemico da abbattere.
La svolta verso una sinistra radicale nel mondo dei laureati ha anche altre cause: la popolazione universitaria è diventata più femminile e più multietnica; Trump ha accelerato la frattura fra istruiti e destra populista. Un elemento generazionale è decisivo: i Millennial hanno incontrato il capitalismo nel momento peggiore. Sono entrati nell’età adulta con la crisi finanziaria del 2008, Occupy Wall Street, i salvataggi bancari, la precarietà, i debiti universitari. Anche quando poi il loro reddito e patrimonio hanno recuperato terreno, l’impronta psicologica è rimasta. Le convinzioni politiche si formano tra adolescenza e prima età adulta; chi ha visto Wall Street salvata e i giovani abbandonati difficilmente svilupperà una fede nel mercato.
Un dettaglio cruciale riguarda le professioni delle idee. Giornalismo, università, editoria, cultura, media, ricerca umanistica. Sono settori piccoli rispetto all’economia complessiva, ma enormi nella produzione del discorso pubblico. Se un ingegnere o un infermiere se la cavano molto meglio per opportunità e stipendi, fanno meno rumore. Se invece il giornalista precario, il dottorando senza cattedra, l’autore sottopagato, il ricercatore intermittente si sentono traditi, il loro malessere diventa linguaggio politico nazionale. È la frustrazione di una minoranza culturalmente amplificata.
Che cosa accade quando il risentimento anti-sistema, anziché tradursi in sindacato, protesta o voto, diventa giustificazione dell’assassinio? La popolarità di Luigi Mangione si colloca nel quadro più ampio della violenza politica contemporanea. Mangione incarna una figura paradossale: non l’oppresso tradizionale, ma il privilegiato che crede di adottare la psicologia dell’oppresso. Giovane, istruito, con credenziali elevate, rampollo di una famiglia ricca che gli ha pagato studi in scuole private costosissime, trasforma l’odio verso una compagnia assicurativa e verso il capitalismo sanitario americano in una forma di vendetta simbolica. Qui la propaganda della violenza trova un terreno fertile: non tra i disperati assoluti, ma tra coloro che hanno abbastanza «capitale culturale» per costruire una narrazione ideologica del proprio rancore. È la vecchia tentazione degli estremismi: nobilitare il delitto trasformandolo in gesto storico. L’assassino non è più un criminale, diventa «vendicatore»; la vittima non è più un uomo, diventa «simbolo del sistema»; l’omicidio diventa «messaggio». I nuovi ceti istruiti declassati non producono necessariamente violenza; anzi, i casi raccontati da Scheiber sono storie di sindacalismo, attivismo. Ma dentro quella cultura del torto subito può insinuarsi una retorica più cupa: il sistema è così ingiusto che ogni mezzo diventa legittimo. L’intelligenza artificiale potrebbe aggravare tutto questo. Finora la proletarizzazione dei laureati è stata più parziale che generale. Ma l’AI minaccia proprio i lavoratori della conoscenza: avvocati alle prime armi, analisti, traduttori, programmatori, grafici, ricercatori, redattori. Se la tecnologia comincia davvero a svalutare le competenze cognitive, allora la profezia di Scheiber potrebbe diventare più ampia. Il risultato è un’America in cui la questione sociale cambia volto. Il conflitto non passa più fra operai e manager, Midwest industriale e coste istruite. Ora anche una parte delle coste istruite parla il linguaggio del rancore di classe. Questo non cancella le differenze: il laureato precario resta spesso più protetto, più mobile, più dotato di capitale culturale del lavoratore manuale. Ma politicamente la percezione conta quanto il reddito. Come negli anni Sessanta, le élite possono produrre i propri ribelli, e questi possono praticare la violenza se “incrociano” ideologie favorevoli. Una società che educa milioni di giovani a sentirsi speciali e poi li tratta come sostituibili, crea una miscela instabile.