Corriere della Sera, 28 aprile 2026
Polito descrive le difficoltà del governo nella selezione di una classe dirigente
Roberto Cingolani, Pietrangelo Buttafuoco, Beatrice Venezi. Tre storie d’amore finite male per la destra. Certo, i protagonisti sono molto diversi per mestiere, peso e provenienza. Ma proprio il fatto che siano stati scelti in bacini di formazione così lontani tra di loro indica l’esistenza di un problema comune di selezione della classe dirigente da parte della destra di governo, e un difficile rapporto tra politica e competenze.
Cingolani è una punta di diamante dell’establishment italiano.
Da accademico e fisico di prim’ordine, era stato chiamato da Mario Draghi a fare il ministro della transizione energetica, con l’entusiasmo di Beppe Grillo. Giorgia Meloni seppe trovare in lui, dapprima come consigliere e poi come capo di Leonardo, un apprezzato segnale di continuità: i governi cambiano ma i problemi del Paese restano. La storia è finita con la sua non spiegata sostituzione alla guida della grande azienda pubblica, tra le prime d’Europa nel settore della difesa (anche se, bisogna dirlo, al suo posto è andato un ottimo manager).
Buttafuoco è un intellettuale sui generis, ma in ogni caso perfettamente ascrivibile a quella poca (e spesso bistrattata) cultura italiana che fa riferimento a una tradizione di destra. Troppo autonomo e indipendente per fare il ministro, sembrava però adatto a espugnare una delle casematte della pretesa egemonia di sinistra, la Biennale di Venezia. La storia è finita nel padiglione della Russia, che il governo non voleva e il ministro Giuli diserterà.
La direttrice Venezi è un’altra vicenda. Pescata direttamente nell’ambito della fraternità (e sorellanza) d’Italia, è stata sin da subito contestata per la sua discussa qualità professionale; alla fine non è però caduta su un concerto ma su un’intervista, perdendo la direzione della Fenice di Venezia insieme con il sostegno del ministro della Cultura.
Casi diversi, dunque. Ma è un fatto che in questi ormai quasi quattro anni di governo della destra che non aveva mai governato, non si sono affermati homines novi (uso un’espressione che potrebbe essere tacciata di «patriarcato», se non fosse che si riferisce al modo in cui nella Roma antica venivano definiti coloro che emergevano dal nulla alle cariche repubblicane).
Il problema riguarda in particolare Fratelli d’Italia. E non solo perché è il partito più grosso, quindi quello chiamato a maggiori responsabilità nella selezione di una classe dirigente, compito precipuo dei partiti politici. Se si guarda anche nella compagine governativa si fatica a immaginare chi, tra i suoi rappresentanti, potrebbe oggi ricoprire le cariche di ministro del Tesoro, degli Esteri o dell’Interno, punti cardinali per la tenuta della Repubblica. Il migliore tra loro, Guido Crosetto alla Difesa, viene comunque da una storia (democristiana e poi forzista) precedente e diversa da quella delle sezioni della destra.
Né in questi anni si è intuito un metodo, quale sia il cursus honorum. Non per riaprire giudizi storici sull’era berlusconiana, ma il Cavaliere mandò in Europa tre personalità come Mario Monti, Emma Bonino e Mario Draghi, nessuno dei quali aveva obblighi di «mandato» nei suoi confronti. Il metodo, in quei tre casi, fu la competenza: il miglior italiano per quel posto.
Questo stile non si è visto ancora all’opera nell’epoca della destra al governo. E infatti gli addii sembrano sempre macchiati dal rancore per una mancata riconoscenza, per un difetto di affidabilità, per un’insufficiente obbligazione.
Sembra quasi che la destra di Fratelli d’Italia abbia finito col credere un po’ troppo a quella retorica sull’egemonia che negli anni l’ha portata perfino a riscoprire Gramsci, il pensatore marxista messo in carcere da Mussolini. È come se cercasse il suo «intellettuale organico»: che metta il proprio ingegno al disciplinato servizio di un progetto palingenetico.
Ma non è così che funziona una società aperta. Né i partiti che esistono oggi, quello della premier compreso, possono pretendere alcunché di «organico», non avendo più una visione di società intorno alla quale mobilitare credibilmente i ceti intellettuali.