Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 28 Martedì calendario

Enzo Siciliano parla di suo padre

Francesco Siciliano è figlio di Enzo Siciliano. È cresciuto nel mondo di Moravia e di un cenacolo di letterati e artisti di cui non c’è più traccia, scomparso non perché i protagonisti sono morti tutti, è come se parlassimo di qualcosa di due secoli fa, inghiottita da un’eruzione vulcanica. Francesco è presidente del Teatro di Roma dal novembre 2023, e ha una curiosità culturale onnivora, come Enzo Siciliano.
Il primo ricordo di suo padre?
«Inventava favole per me e per mio fratello Bernardo, prima di addormentarci. C’erano due saghe, quella di Pallino blu che era una pallina da tennis a cui capitavano avventure incredibili, e di Orzimbo e Cutrettola, due animali fantastici».
Che padre è stato?
«Affettuosissimo, cercava di comunicare il suo mondo letterario e teatrale, non c’era distanza col mio mondo dei giochi. Con i suoi amici avevo grande familiarità, quando venivano a cena da noi, mio fratello e io eravamo a tavola con loro. Parlavano del più e del meno, vi rientrava anche la letteratura».
I bambini a tavola con gli amici: Moravia, Pasolini, Elio Petri, Elsa Morante, Laura Betti, Dacia Maraini, Bernardo Bertolucci.
«Non solo Bernardo, c’erano anche suo padre Attilio e suo fratello Giuseppe. Coltivavano un’idea fricchettona, tipica degli Anni 70, di coinvolgere tutti. Io, pur sentendomi inadeguato, con un senso di colpa che mi attanaglia da sempre, volevo dire la mia malgrado la paura di dire una cretinata. Mi mettevo a fare il buffone per sedurli».
Cominciamo da Pasolini?
«Un affabulatore, anche lui ci raccontava favole. Portò una torta a me e a mio fratello tre giorni prima che venisse ucciso. Avevo 7 anni. Fu la prima volta che vidi piangere mio padre».
Bernardo Bertolucci?
«L’unica vera rockstar conosciuta in vita mia. Lo era per la luce che emanava, aveva girato Il Conformista, Ultimo tango a Parigi, i 9 Oscar con L’ultimo imperatore. Non aveva figli e non posso dire che fu un secondo padre, si sarebbe arrabbiato. Ma ricordo che da ragazzo, a Londra, rimasi fuori della porta e dovetti dormire su una panchina, per non impensierire mio padre chiamai lui. Mi disse: sono a Parigi, arrivo domani. Ho vissuto una settimana assurda con lui».
Perché?
«Mi portò sul set di Le relazioni pericolose e a una cena con Michael Jackson. Lì ho capito che l’amico di famiglia Bernardo era Bernardo Bertolucci. È stato uno dei miei tre maestri, insieme con mio padre e Luca Ronconi».
Con Ronconi, ha lavorato.
«Fu mio insegnante alla Silvio d’Amico, debuttai con lui a Torino in Gli ultimi giorni dell’umanità, 60 attori, 100 tecnici. Provavamo alla sala presse del Lingotto, gli assistenti ci chiamavano con l’altoparlante».
Lui poteva essere severo.
«Altroché se poteva. Arrogante come tutti i giovani, a uno spettacolo su testo di Alessandro Baricco io lo contestai, trovavo ingiusto il suo comportamento, reputai di essere stato trattato male e non esitai a mandarlo a quel paese. Anni dopo tra noi fece da paciere Popolizio».
Ma lei che lavoro fa?
«Se me lo chiede le dico attore, ma ho fatto il produttore di cinema e ora sono presidente del Teatro di Roma».
Alberto Moravia?
«Era molto presente nella vita di papà. Quando presi la patente, mio padre mi chiese di accompagnarlo tutti i pomeriggi al cinema. Lui non sentendo bene si sedeva nelle prime file. Mi chiedeva continuamente: che ha detto? Gli rispondevo che se parlava sopra i dialoghi non sentivo nemmeno io. Ma era sorprendente nelle sue analisi, così originali, con una visione personale, un po’politica e un po’sessuale».
Elsa Morante?
«Ecco, lei mi faceva paura. Eravamo dirimpettai, le nostre case appoggiavano quasi l’una sull’altra. Mi sembrava la strega delle favole che mi raccontava papà. Non aveva alcuna dimestichezza con i bambini. La guardavo sempre con diffidenza. Era respingente. Ricordo che a papà non era piaciuto La storia, che forse è il suo romanzo più noto. Ero con lui quando lei lo aggredì per strada».
Un’altra donna aggressiva del giro era Laura Betti.
«Però Laura aveva una sua dolcezza. Nei suoi racconti e sceneggiate iperboliche cercava la complicità di noi bambini, c’era il dato di innocenza che consentiva alla sua spavalderia di esistere. La ricordo nella nostra casa di campagna, a Todi. Laura aveva una fame atavica. Ma madre Flaminia aveva messo a essiccare fuori, al sole, i pomodori secchi. Laura si lanciò dalla finestra della sua stanza e li mangiò tutti. Mamma si arrabbiò molto».
Elio Petri?
«Con lui mi confessavo come se fosse mio coetaneo. Era una persona curiosissima, mi tirava fuori delle cose incredibili».
Era il mondo delle terrazze romane?
«Mah... Ettore Scola ci ha fatto un film bellissimo. Io direi che esisteva un mondo non inquinato dalla tv che dai caffè si trasferiva nelle case di qualcuno; un mondo in cui la circolarità del pensiero attraversava cinema, teatro, letteratura. Le terrazze elitarie e lontane dal popolo? Penso che l’egemonia culturale della sinistra abbia prodotto buoni film e buoni libri».
Suo padre divenne presidente della Rai: la tv gli era estranea?
«Fino a un certo punto. Negli Anni 70 condusse Settimo giorno, con ospiti i più grandi intellettuali dell’epoca».
Santoro chi?
«Ora vi racconto veramente com’è andata questa leggenda. Non è andata così. A mio padre una giornalista chiese che fine avrebbe fatto Michele, lo chiamò così, per nome, come a richiamare complicità su una corporazione. Mio padre esclamò: Michele chi? Da lì è nata la leggenda, come se fosse il depositario di una cultura calata dall’alto».
I due anni alla Rai?
«Li soffrì, si divertì poco, non gli fu perdonato di essersi dimesso senza una trattativa con chi lo aveva messo, il Pds cioé il Pd di oggi. Se ne andò pensando di essere stato usato. La sua fu la Rai di Minoli, di Lucia Annunziata, di Freccero, di Dandini e Guzzanti, dell’aumento della produttività dei film».
Scrisse suo padre: «Conto ogni sera i miei ricordi come l’avaro conta i suoi marenghi». Era ossessionato dalle sue radici?
«Negli ultimi anni ci scrisse due libri. La vera ricerca delle radici era nella formazione della lingua (il suo rovello), che in quel caso era sporcata dall’idea di una infanzia da ritrovare. I protagonisti erano suo zio, i cugini. Tutti calabresi. Mio nonno Lino era carabiniere, si diede alla macchia unendosi a partigiani monarchici. Il fratello di mia nonna, Arturo, era il signorotto fascista di un paesino nella cui piazza entrava a cavallo. Parlava di due sgarri di mio padre: non essere diventato avvocato e l’iscrizione al partito comunista».
Prima ha accennato ai suoi sensi di colpa.
«Perché ogni volta dovevo dimostrare il triplo. Oggi non sento più lo stigma, papà è morto nel 2006. Mi manca molto. Lo accompagnavo a teatro per le sue recensioni sul Corriere, li capii che volevo diventare attore. Poi ho fatto il produttore e attività politica, quando Veltroni perse le elezioni con Berlusconi mi chiamò il suo ministro ombra per la cultura, Cerami; in seguito Bersani mi mandò a fare l’assessore alla Cultura della provincia di Cagliari. Così ho compreso come si amministra un organismo culturale complesso, fino alla proposta del sindaco Gualtieri di fare il presidente allo Stabile di Roma, l’esperienza più emozionante che mi sia mai capitata».
Quando ha capito di non essere più «figlio di»?
«Smetti di essere figlio quando diventi padre. Ho tre figli, Viola che ha 26 anni, Lorenzo na ha 20 e Giovanni Rosso 6. Ho deciso di chiamarlo Rosso perché è la tinta della passione. Lorenzo ha protestato: “Perché non avete dato un colore anche a me – mi ha rimproverato —, anche Marrone mi andava bene...”. Essere figlio, purtroppo non lo sono più da vent’anni».