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 2026  aprile 19 Domenica calendario

Nicola Lagioia ricorda la cultura negli anni ’90

Nel febbraio del 1991 compare su Mtv (in quel momento la porta per la celebrità in fatto di musica) il videoclip di una band emersa dieci anni prima dalla scena universitaria di Athens, Georgia, e rimasta fino a quel momento un fenomeno di culto. Il video si ispira a Caravaggio ma è il brano, pur orecchiabile, a risultare troppo anomalo per aspirare ai primi posti in classifica. Il mandolino prevale sulla chitarra elettrica (in contrapposizione con le sontuose produzioni del decennio precedente, l’ascoltatore ha la sensazione di venire trascinato nei territori di un folk-rock arcaico e nervoso) e soprattutto non esiste un ritornello canonico. La melodia è circolare, si poggia su una progressione di accordi che non esplode mai, portando lentamente in primo piano, dalla tensione così generata, un tratto esistenziale sconosciuto alle poetiche del pop, dell’heavy metal e dell’hip hop allora in voga: la vulnerabilità. Pur non avendone i requisiti, Losing my Religion dei R.E.M. (e Out of Time, l’album da cui è tratto) diventa un successo mondiale. Nemmeno sette mesi dopo arriva un’altra scossa, più destabilizzante. Sempre su Mtv comincia a passare il singolo di una sconosciuta band di Aberdeen la cui produzione del primo album era costata 600 dollari. Se i R.E.M. emergevano da chiaroscuri caravaggeschi, i Nirvana sembrano avvolti nell’estetica di un rigoroso disinteresse: maglioni di seconda mano, nessun effetto speciale, niente neon né trucchi né modelle – al contrario, due simboli rassicuranti degli Stati Uniti, le cheerleader e la palestra scolastica, vengono energicamente ribaltati. Smells like Teen Spirit avanza col suo suono sporco e pesante, emerso dai rimescolamenti della scena alternativa di Seattle, ma poi si eleva su una struttura pop fenomenale: le strofe vengono sussurrate su una chitarra pulita prima che il ritornello (questo sì, indimenticabile) esploda in un falò di rabbia e distorsioni. 
Avevo diciassette anni e me ne stavo davanti alla tv (The Revolution will not be televised avrebbe dovuto invece ricordarmi Gil Scott-Heron), pensando stoltamente «abbiamo vinto». 
Avevo trascorso l’adolescenza immerso tra fenomeni underground in fatto di musica, cinema, fumetti, letteratura, e vedere all’improvviso questa preziosa marginalità conquistare il centro della scena mi riempì di orgoglio. Dopo l’idiozia degli anni Ottanta, gli artisti prendevano il Palazzo d’inverno. Non avevo insomma capito che quello di Mtv era il bacio della morte. Il mainstream stava ormai diventando una “morbida macchina” talmente efficiente da digerire le manifestazioni più strane e abrasive della scena culturale per trasformarle in un prodotto di consumo («Teenage angst has paid off well / Now I’m bored and old», avrebbe cantato Kurt Cobain nell’album successivo, prima di suicidarsi). 
Il Muro di Berlino era caduto all’epoca da poco, il mondo diviso in due blocchi non esisteva più, c’era chi parlava di fine della Storia (nonostante la guerra civile in Jugoslavia avrebbe dovuto suggerire altro) e questo “sciopero degli eventi” sembrò un contesto propizio per portare una certa idea di arte (e di mondo, e di vita) all’attenzione generale. Il decennio trascorse tra esperimenti coraggiosi e tentativi di assimilazione. 
Nel 1990 era esplosa Twin Peaks, e toglie il fiato oggi pensare come una serie così audace fosse stata in grado di conquistare all’istante milioni di spettatori. C’era stata la prima stagione dei Simpson (arriveranno in Italia nel 1991). Nel 1992 il Premio Pulitzer viene assegnato a un disegnatore di fumetti di nome Art Spiegelman che con Maus raccontava la Shoah mescolando Esopo e Kafka. Sempre negli Stati Uniti diventano classici contemporanei romanzi complicatissimi, angosciosi e per nulla compiacenti (escono Infinite Jest di David Foster Wallace, Underworld di Don DeLillo, Jazz di Toni Morrison, Pastorale americana di Philip Roth, American Psycho di Bret Easton Ellis, la Trilogia della frontiera di Cormac McCarthy, American Tabloid di James Ellroy), mentre il cinema indipendente (da Jim Jarmusch e Gus van Sant) vive una nuova giovinezza. Nel 1994 Pulp Fiction di Quentin Tarantino sembrerà cambiare definitivamente (ma alla lunga non sarà così) il linguaggio cinematografico. Dall’altra parte dell’oceano esplode il Brit Pop. In Italia è il momento delle posse, dei centri sociali e del rock alternativo (Tabula rasa elettrificata dei Csi esordisce al primo posto in classifica) e un teatro di ricerca raffinato e disturbante come quello della Socìetas Raffaello Sanzio diventa un fenomeno internazionale. Dalla Danimarca arriva il manifesto Dogma di Lars von Trier, dall’Islanda Björk e i Sigur Rós, Aphex Twin fa pensare per la prima volta che l’elettronica sia la nuova musica classica e Pina Bausch rivoluziona la danza. 
D’improvviso tutto ciò che fino al giorno prima era sembrato anomalo, controcorrente, eccessivo (troppo intelligente, troppo bizzarro, troppo sperimentale) riceve la sua consacrazione. «Vieni come sei»: il disagio non è più un motivo d’esclusione (e non è ancora un content). Di questo “tempo di mezzo”, Trainspotting (il romanzo di Irvine Welsh, ancor più il film di Danny Boyle) è una buona sintesi. Vite allo sbando (un gruppo di tossici) e geografie appartate (Edimburgo) conquistano il proscenio, la cultura alternativa del passato (Perfect Day di Lou Reed, Lust for Life di Iggy Pop) si allea con quella del presente (Born Slippy degli Underworld, Mile End dei Pulp) e vomitare nella peggiore toilette della Scozia risulta più dignitoso che presiedere un consiglio d’amministrazione. 
Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxitelevisore del cazzo… Che tipo di adulti generò questa scena culturale? Non dei distruttivi, nemmeno dei disagiati. Nel migliore dei casi persone abbastanza consapevoli da capire che il conformismo del mainstream era deprimente, il liberalismo selvaggio una trappola, il cambiamento climatico una catastrofe, la precarizzazione del lavoro una sconfitta, ma al tempo stesso anche individui che, presi singolarmente, erano troppo disabituati al conflitto (e in meno casi al compromesso) per capire come funziona davvero il potere. Sono i ragazzi e le ragazze che in Italia – al termine del decennio – saranno massacrati al G8 di Genova. Pochi ebbero allora abbastanza immaginazione da prevedere che le istituzioni si sarebbero comportate in modo tanto infame. Un’insidia più sottile – Truman Show e Matrix, per quanto riduzioni di Philip K. Dick per lo show business, mettevano in guardia anche su questo –, non viaggiava in divisa ma nascondeva il proprio artiglio dietro i sorrisi da democratico e gli inviti alla creatività. Come credere che Mtv sarebbe stata espugnata dal grunge e non il contrario? Come non diffidare subito degli Steve Jobs, dei Bill Gates, degli Elon Musk, degli Harvey Weinstein? «Quando sento parlare di cultura metto mano al portafogli», fa dire Jean-Luc Godard a un produttore cinematografico nel Disprezzo parafrasando Goebbels. I compagni di strada erano buoni, ma quella mano tesa non offriva libertà. Scegli Facebook, Twitter, Snapchat, Instagram e mille altri modi per vomitare la tua bile contro persone mai incontrate… Molti adulti del presente (un like al posto del dollaro) possono forse riconoscersi nel bambino preso all’amo sulla copertina di Nevermind.