La Lettura, 26 aprile 2026
Tanino Liberatore parla della sua produzione artistica
Libero. Così si è sentito Tanino Liberatore lavorando a Lezione ventuno, il film di Alessandro Baricco del 2008. Schizzi, bozzetti e tavole definitive di quel progetto sono rimasti per quasi due decenni nel suo archivio, inediti. Ora sono diventati un libro, Disegni per Lezione Ventuno di Alessandro Baricco (Feltrinelli Comics). Il ruolo di Liberatore, allora, fu di visual consultant. Tradotto: Baricco gli chiese di ideare l’estetica del film. Non solo disegnare costumi e scenografie, ma dettare atmosfere, immaginare luoghi, tratteggiare volti. «Quei suoi disegni, con quelle inquadrature, ho cercato di riprodurli nel film», spiega lo scrittore nell’intervista di Tito Faraci che apre il volume. Baricco aveva bisogno, prosegue, di «un approccio visivo e visionario, molto libero, che poi è quello del fumetto». Liberatore ha fatto ciò che sa fare meglio: creare. Anche se, dice, il fumetto non è il suo linguaggio d’elezione. «Non ho una tecnica di racconto. Spesso mi soffermo su un’immagine sola. Mi sento più fotografo che regista».
Come nacque la collaborazione con Baricco?
«Fu lui a cercarmi: venne a Parigi apposta. Poi siamo rimasti amici».
E che cosa le chiese di fare?
«Di dare una visione di tutto, anche degli attori, dell’atmosfera... Mi ha lasciato libero di interpretare il testo per come le vedevo io. Ho accettato per questo. E, a lavoro finito, lui mi ha detto che i miei disegni gli sono stati molto utili, anche per scegliere gli attori. Ricordo di aver iniziato a fare subito degli schizzi, con la Bic, mentre leggevo il testo per la prima volta. Il disegno che mi ha sbloccato è stato quello del musicista ghiacciato con il violino: è partito tutto da lì».
Aveva già disegnato i costumi del film «Asterix & Obelix. Missione Cleopatra», per cui vinse il premio César. Anche in quel caso si sentì libero?
«Lì dovevo dedicarmi solo ai costumi. E sapevo già chi sarebbero stati gli attori: ho disegnato pensando a loro. C’erano costumisti eccezionali, abituati a lavorare per l’haute couture: riuscivano a realizzare qualsiasi cosa disegnassi, o quasi. Non avevo vincoli. Ma devo dire che è stato così in quasi tutti i miei lavori più importanti. Ranxerox era ambientato in un futuro prossimo: potevo ispirarmi al presente, ma anche inventare. Lucy. La speranza parla di australopitechi, di cui non sappiamo molto: a parte attenermi ai dati scientifici, potevo lasciare andare la creatività. Con Baricco, però, ho avuto una libertà ancora più assoluta: è stato un lavoro unico nel suo genere».
Per «Lezione ventuno» lavorò anche in digitale: allora era una tecnica relativamente nuova.
«Avevo iniziato a sperimentarla intorno al 2000, per Lucy. Non avevo mai usato il computer per disegnare prima, a momenti non sapevo neanche accenderlo. All’inizio conoscevo poco il programma, a volte arrivavo a fare le cose andando per tentativi, ma siccome ottenevo il risultato che volevo, me lo facevo andare bene. Ora è diverso, ovviamente, anche i software sono migliorati molto. Per me il digitale è una tecnica come un’altra».
«Lucy», scritto da Patrick Norbert, è stato il suo ultimo fumetto. Cosa l’ha spinta a dedicarsi a quel progetto?
«Sono sempre stato affascinato dalle origini dell’uomo. Dalla domanda: “Da dove veniamo?”. Ma devo dire che a convincermi, in un primo momento, era stata la parte economica. Poi mi sono buttato a capofitto nel progetto e ho capito quanto mi piaceva. Ho fatto alcuni schizzi iniziali a inchiostro, poi ho deciso di passare al digitale. Di fatto, ho sviluppato la mia tecnica digitale realizzando Lucy: c’è quasi un parallelo tra l’evoluzione della protagonista e la mia, in termini di tecnica. È stato un lavoro lungo, inframmezzato da altri progetti, compreso quello per Baricco. Alla fine ci ho messo circa sette anni per finirlo. E oggi lo rifarei in modo del tutto diverso, meno freddo, più naturalistico, approfittando dei software di adesso, più raffinati».
Da quali soggetti è più attratto?
«Non vado a schema, ma a sensazione. Sono istintivo. Lavoro, come si dice qui in Francia, aux tripes, con la pancia. Per questo i soggetti delle mie illustrazioni e dei miei quadri cambiano di continuo: faccio una cosa, mi entusiasmo, poi al secondo approccio già mi trovo ripetitivo, e allora cerco altro. Anche in termini di tecniche. Ogni volta che c’è stato un nuovo personaggio, ho cercato una nuova tecnica, e ogni volta mi ha dato qualcosa in più. Sono un disegnatore classico, non sono un concettuale: la tecnica per me è importante, ma mai fine a sé stessa, è sempre in funzione di ciò che devo rappresentare».
Ranxerox è nato nel 1978. Perché continuiamo a parlarne a distanza di quasi mezzo secolo?
«Era un personaggio ottimo: a riproporlo oggi, quasi esattamente come era allora, non sembrerebbe vecchio. Forse perché l’essere umano non cambia: carogna era e carogna rimane».
Ha spiegato che il mondo che ha ispirato Ranx, pur nella sua apparente spietatezza, era ancora capace di speranza. Lei oggi in cosa spera?
«Allora c’era speranza, sì, ma soprattutto noi eravamo dei sognatori. Oggi si è perso un po’ di sogno e capisco pure perché. Io stesso sono scoraggiato: ci troviamo a vivere in una congiuntura incredibile, con gente inetta o pericolosa al governo in quasi tutto il mondo. E la cosa che fa più paura è che si tratta di persone elette, volute dal popolo. Di speranza ne ho poca».
Come coltiva la sua creatività?
«La creatività viene anche dalle cose negative. Un artista assimila tutto, pure lo sterco che ci circonda, e lo fa sgorgare nel lavoro, magari anche inconsciamente. È un’antenna, insomma».