La Lettura, 26 aprile 2026
Leo Ortolani e Mogiko parlano di fumetto
Quando l’autrice di manga Mogiko (al secolo Giulia Monti) è nata, nel 1997, Rat-Man, il celebre personaggio di Leo Ortolani (Pisa, 1967), camminava «sulle sue strisce» già da otto anni.
Il destino dei due fumettisti ora si incontra a Comicon Napoli (30 aprile-3 maggio), dove Ortolani è stato nominato Magister, ruolo assegnato, ogni anno, a un maestro del fumetto che guida la proposta culturale del festival. Nella XXVI edizione a loro sono dedicate due mostre (e un incontro insieme): Leologia. Stratigrafia di un fumettista, autoironica retrospettiva sulla carriera di Ortolani (che è di formazione geologo); e Black Letter. Dove gli angeli scrivono la fine, con tavole e materiali da Black Letter (Edizioni BD/J-Pop), prima serie manga di un’autrice italiana pubblicata in Giappone (il quinto volume sarà presentato a Napoli; poi in libreria dal 12 maggio). La storia di una realtà parallela in cui figure simili ad angeli annunciano alle persone, con una lettera, l’ora e il giorno della loro morte.
Con «la Lettura» fumettista e mangaka dialogano sui loro mondi, le loro passioni, il loro lavoro, dai rispettivi bagagli immaginari e generazionali.
Ortolani, in che cosa consiste il suo ruolo di Magister a Comicon?
LEO ORTOLANI – Ancora non so bene cosa faccia un Magister (ride, ndr). Tra i vari eventi, ci sarà Leologia, progetto al quale ho dato una struttura geologica con l’idea delle stratificazioni delle 15 epoche della mia carriera, da Tapum (Feltrinelli Comics, la sua più recente graphic novel, dedicata alla battaglia del monte Ortigara, combattuta durante la Grande guerra, ndr) in giù. Quindi tutto il mio lavoro degli ultimi 55 anni, dato che ho iniziato a fare fumetti che ne avevo quattro (sarà esposto anche il suo primo disegno, la tavola qui a destra, firmata «Leonardo», ndr).
Come ha conosciuto Mogiko?
LEO ORTOLANI – Al Trapani Comix: lei mi ha regalato il primo e il terzo volume di Black Letter. Ho letto il primo, poi ho ordinato subito il secondo perché mi è esplosa la testa. Nel confronto generazionale io mi metto in ascolto perché so di essere un grande bluff. In effetti, desidero scrivere un’autobiografia intitolata Il grande bluff, nel senso che io racconto storie ma poi il mio disegno forse non è al livello di quello che racconto... non so disegnare figure umane, le ombre poi non ne parliamo. Eppure dietro ogni autore esiste un sacco di lavoro, e questa è l’impronta che ho dato anche a Leologia. Quando ho incontrato Giulia, cioè Mogiko, ho pensato che bisogna dare un segnale bello anche a chi vuole fare il fumettista. Non è che ti metti a farlo la domenica pomeriggio: fumettista ci nasci. E secondo me, lei è nata fumettista.
Mogiko, qual è stato il suo percorso?
MOGIKO – Anche io sono nata con la passione per il disegno: ho iniziato da piccola e non ho mai smesso. Ho imparato crescendo che questa era la mia strada: non ho affrontato un percorso di studi volto al fumetto; ho fatto il liceo classico, e la sera quando tornavo a casa continuavo a disegnare, anche come valvola di sfogo. Tutto quello che ho appreso è stato da autodidatta; poi ho studiato grafica alla Rufa, la Rome University of Fine Arts, e da lì mi sono resa conto che la mia passione per il fumetto era troppo grande, così mi sono messa a studiare per un annetto, per svariate ore al giorno, da sola. Perché avevo capito che le mie capacità non erano all’altezza di quello che volevo.
LEO ORTOLANI – Tu ce l’avevi già dentro questa cosa della capacità di narrazione, immagino, perché c’è una consapevolezza nella storia, un’intensità, che mi domando dove riuscirai ad arrivare.
MOGIKO – A me hanno attirato sempre le storie molto profonde. Forse quello che ricerco è raccontare temi che non sono leggeri, come può essere quello della morte. Poi, sono cresciuta con i manga, per me il fumetto è così.
LEO ORTOLANI – I manga hanno fatto il giro del mondo diverse volte, adesso stiamo vivendo un altro ritorno, basta andare a vedere gli scaffali di una libreria. La prima «invasione» d’impatto è stata a metà degli anni Novanta. E invadono il mondo perché hanno storie incredibili, determinate anche dal fatto che lavori con un editor e con un pubblico che ti vota. Non mi meraviglia che ci siano scuole che insegnano manga in Italia, io stesso avevo provato a fare qualcosa durante la serie di Rat-Man, delle parodie con le versioni manga di Cinzia e di Tamara. E anni fa avevo proposto a Josephine Signorelli (Fumettibrutti, ndr) e a Davide Toffolo di fare una rivista manga, ma dopo non se n’è più fatto niente. È un modo di raccontare che spacca la gabbia classica... Io che vengo da una generazione più influenzata dai fumetti dell’Editoriale Corno, ho esplorato soprattutto la figura del supereroe in tutte le sue forme.
Lei è stato un lettore di manga?
LEO ORTOLANI – Ho iniziato con Berserk e Alita. Soprattutto Berserk. Ho pensato: «È perverso, bellissimo». Poi i manga hanno una serie di temi che non sono «azzoppati» da nessun moralismo religioso. All’inizio c’era una sorta di campagna contro i manga perché si pensava fossero solo erotici o pornografici. E molti ancora non li leggono perché non sono in grado di sfogliarli al contrario (i manga si leggono da destra a sinistra, ndr) o perché sono legati a un tipo di narrazione più «tranquilla». Però il tranquillo non esiste se fai fumetti, anzi.
MOGIKO – Certo, bisogna sempre osservare.
LEO ORTOLANI – Sì, e cercare di alzare l’asticella: tu da un tankobon (volume, ndr) all’altro la alzi sempre.
MOGIKO – Infatti poi si nota una differenza di stile soprattutto dal volume uno al cinque, che trovo completamente diverso. Anche perché, disegnando ogni giorno, alla fine si migliora per forza.
LEO ORTOLANI – Giulia, sembra che il tempo tu lo raddoppi, non tralasci niente nel disegno... Che io sappia tu non hai ancora una squadra di assistenti.
MOGIKO – Al momento no. Per disegnare ogni tankobon c’è voluto un tempo diverso, poi mi sono velocizzata. Per scrivere la storia dell’ultimo ci ho messo circa un mese, e due per disegnare tutte le tavole. Lavoro in digitale ed è una cosa che velocizza perché hai già tutto lì pronto, non devi prendere inchiostro, retino...
Lei disegna in digitale, Ortolani?
LEO ORTOLANI – Io no. Per la mia velocità, coi mezzi classici, non avrei bisogno di andare sul digitale anche perché non mi si richiede un’attenzione agli sfondi e ai particolari come per Giulia. Io vado a matita, poi inchiostro, uso le Fude Pen, i pennarelli...
Perché a Comicon ha proposto «Black Letter» e che cosa l’ha colpito?
LEO ORTOLANI – È importante che i ragazzi vedano quali sono le eccellenze, dove si può arrivare quando c’è un fuoco che ti brucia dentro. Dico sempre loro: se vi piace fare fumetti, fatelo, è un modo per esprimersi. Però quando passi al livello di professionismo, entri in una macchina per certi versi spietata. Se non rispetti le scadenze sei fuori; e se non sei affidabile, salta tutto.Black Letter ha uno stile, una storia che è pazzesca, i primi due capitoli hanno finali cinematografici. La capacità narrativa non è così semplice da trovare. Poi c’è un’indagine attorno al concetto di morte. E mi ha colpito che Giulia abbia realizzato i volumi in così poco tempo. Segno, storia e produttività per me sono la triade vincente.
Com’è nato «Black Letter» e com’è stato essere tradotti in Giappone dalla casa editrice Kadokawa?
MOGIKO – Stavo scrivendo la tesi e dal nulla mi è venuto in mente l’incipit con gli angeli e le lettere nere con su scritta la data della morte. Quest’idea me la sono segnata nelle note del telefono. Poi per un annetto ho costruito lo scheletro della storia, oggi sono circa a metà, partendo dal finale. E vederlo stampato nel formato giapponese, con le pagine gialline, è emozionante. Non mi sembra un manga che ho fatto io: è come se avessi una sorta di dissociazione.
Ortolani, che cos’ha imparato dalle nuove generazioni di fumettisti?
LEO ORTOLANI – Io non vedo nuove o vecchie generazioni, vedo solo fumettisti. Sono molto attento a tutti, e chiunque può portare cose incredibili. E poi è inevitabile che se crei un fumetto che colpisce l’immaginazione, tu abbia altri fumettisti che si sono ispirati alle tue storie, che magari leggevano da piccoli.
Mogiko, il suo rapporto coi maestri?
MOGIKO – Io sono ancora nella fase di ispirazione. Il primo manga che ho letto è stato Buonanotte, Punpun di Inio Asano. A parte L’attacco dei giganti di Hajime Isayama, uno dei miei preferiti, dove c’è mistero puro, amo soprattutto storie che vanno ad analizzare i personaggi e la loro psicologia, come Evangelion; mi piace anche il modo di narrare di Tatsuki Fujimoto e la disegnatrice Posuka Demizu di The Promised Neverland.
Seppur diversi tra loro, sia «Black Letter» che «Tapum» hanno in comune il tema della morte. Come lo avete trattato?
MOGIKO – La morte, alla fine, è un pretesto per farsi domande sulla vita. Anche se sai la data in cui morirai, questo non vuol dire che sarà meno doloroso, anzi. A me è piaciuto rappresentare punti di vista differenti rispetto al trovarsi in questa condizione, perché ognuno poi lo affronterebbe in modo diverso.
LEO ORTOLANI —Tapum è il racconto di un momento della Prima guerra mondiale talmente terrificante che come spalla comica ho messo la morte stessa, per alleviare un po’ la tragedia. Ma nel mio lavoro, più che della morte, si parla della vita, della capacità dell’uomo di restare umano e di vivere nonostante sappia che deve morire a breve. Che cos’è che sconfigge la morte? Qualcosa che crei e resta anche se tu non ci sei più. Per cui uno dei protagonisti, il capitano, cerca di scrivere un coro alpino, cioè qualcosa che gli sopravviva, oppure i soldati che creavano oggettini con i bossoli, braccialetti, portafiori: la creatività ti sopravvive. Il tema non è chiedersi perché si muore: cioè i soldati sanno che muoiono perché un comandante scellerato li ha mandati al macello... Il tema è come poter sopravvivere benché tu sappia che morirai.