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 2026  aprile 27 Lunedì calendario

I dati Sipri: spesa militare globale mai stata così alta

Un nuovo conflitto in Medio Oriente e un nuovo record storico: nel 2025 ha la spesa militare mondiale è stata pari a 2.887 miliardi di dollari totali. Un aumento del 2,9% rispetto al 2024 e con due Paesi al centro dei conflitti armati attivi che sommano 132 miliardi di dollari di spese militari. L’Italia non è da meno: ha incrementato la spesa del 20% e l’Europa è al primo posto tra i continenti che più contribuiscono alla corsa al riarmo con un +14% della spesa militare. Lo dicono i dati de Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) in uscita oggi e visionati in anteprima dal Fatto Quotidiano. Il riempimento degli arsenali è il maggiore dall’inizio della serie storica e, per ora, a fare eccezione sono gli Stati Uniti, ma solo perché si tratta di dati riferiti alla spesa dell’amministrazione precedente (-7,5%): per l’anno in corso il Pentagono con Donald Trump ha già provveduto con un bilancio di circa 1.500 miliardi di dollari.
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Si vedono già invece in maniera cospicua le tendenze al riarmo di Russia e Cina: la prima ha aumentato il suo bilancio militare del 5,9%, con 190 miliardi di dollari di spesa e un’economia sempre più orientata alla produzione bellica 4 anni dopo l’invasione dell’Ucraina. E Pechino che ha raggiunto quota 336 miliardi di dollari aumentando il proprio investimento in armamenti del 7,4% in crescita costante per il 31° anno di seguito. A far pensare è che la Cina rappresenta ormai il 12% della spesa militare mondiale, al secondo posto dopo gli Usa (33% della spesa complessiva). Insieme, le tre potenze sono responsabili del 60% dell’intero investimento in armamenti e una concentrazione di risorse belliche senza precedenti.
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Anche l’Europa accelera. Oltre al 20% di Roma e al 14% dei 27, a crescere del 16% sono i fondi per eserciti e armamenti in Europa centrale e occidentale, soprattutto per mano di Paesi come la Germania, al quarto posto con 114 miliardi di spesa e un incremento del 24% (il ministro della Difesa Pistorius ha promesso che Berlino sarà la forza convenzionale più forte d’Europa); la Polonia con +23% e – a sorpresa – la Spagna di Sanchez a +50%. Quest’ultimo è il più elevato incremento percentuale tra i primi 15 Paesi della classifica, pari solo a quello di Norvegia e Danimarca (+49 e +46%), due dei Paesi che più “temono” la guerra in Ucraina. Altro che rimbrotto del capo della Casa Bianca: la spesa dei 32 Paesi Nato nel 2025 ha raggiunto 1.581 miliardi di dollari, il 35% del quale apportato dai membri Ue dell’Alleanza, per un totale di 559 miliardi.
A colpire è anche il dato che i due principali Paesi in guerra – l’Ucraina e Israele – che hanno speso rispettivamente 84,1 miliardi di dollari per la difesa (+20% rispetto al 2024), aggiudicandosi così Kiev il 7° posto nel ranking, quasi pari al prestito di 90 miliardi di euro appena approvato dall’Ue; e 48,3 miliardi di dollari. Quest’ultimo dato dà Tel Aviv in calo del 4,9% sul 2024, ma con una spesa elevata rispetto alla serie storica. Ultimo ma non ultimo: a spendere di più nella Regione nel 2025 sono stati Arabia Saudita, Israele e Turchia. Ancora prima dell’ultimo conflitto con l’Iran.
È proprio da questo nuovo conflitto e “dall’allargamento dei conflitti armati” che Francesco Vignarca, Coordinatore Campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo sottolinea “un’amara contraddizione di fondo: questa spirale di riarmo non sta producendo un mondo più sicuro”, anzi, nel 2026 “assistiamo a un numero di guerre e conflitti armati violenti attivi ai massimi livelli dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Conflitti che a loro volta alimenteranno ulteriori aumenti di spesa militare negli anni a venire, in un ciclo vizioso che non ha nulla a che fare con la costruzione della pace”, continua Vignarca. Per questo le richiesta “della campagna globale Gcoms, Global Campaign on Military Spending ai governi (a partire da quello italiano) è ridurre le spese militari e riorientare quei fondi verso i settori sociali e ambientali”, “ridurre gli arsenali nucleari e i fondi loro destinati”, lavorare per “il disarmo e la giustizia globale, la diplomazia, il multilateralismo e la riforma dell’Onu”.