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 2026  aprile 27 Lunedì calendario

La Cina minaccia ritorsioni contro il piano industriale Ue

«Se l’Unione Europea ignorerà i suggerimenti della Cina e insisterà nell’adottare il testo, danneggiando così gli interessi delle aziende cinesi, non avremo altra scelta che adottare contromisure». L’avvertimento arriva dal ministero del Commercio di Pechino, e il testo a cui fa riferimento è la nuova legge sull’accelerazione industriale presentata lo scorso marzo dalla Commissione europea e in fase di approvazione del Parlamento europeo e degli Stati membri.
Il cosiddetto piano “Made in Europe” nasce dalla crescente preoccupazione delle istituzioni europee per il declino della capacità manifatturiera dell’Europa, per la dipendenza tecnologica dall’estero e per la pressione competitiva esercitata da economie fortemente sovvenzionate come quella cinese. Il testo imporrebbe alle aziende che operano in settori strategici di utilizzare una quota minima di componenti critici di origine europea per poter accedere ai fondi pubblici, coinvolgendo in particolare l’automotive, le tecnologie energetiche a basse emissioni di carbonio (come pannelli solari, batterie, pompe di calore e perfino il nucleare) oltre all’industria pesante e all’acciaio. Nella maggior parte dei casi, si tratta di settori in cui i legami con la Cina sono fortissimi, visto che il colosso asiatico ha conquistato da tempo posizioni dominanti.
Il vicepresidente della Commissione europea, Stéphane Séjourné, ha spiegato che l’obiettivo è rafforzare la sovranità industriale dell’Europa e ridurre le vulnerabilità emerse negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, la guerra in Ucraina e le profonde crisi nelle catene globali di approvvigionamento. Ed è proprio qui che entra in gioco la Cina. Sebbene il testo non nomini esplicitamente Pechino, è evidente che il bersaglio principale della normativa sia proprio la Repubblica Popolare. Da anni molte imprese europee denunciano quella che considerano una concorrenza sleale da parte delle aziende cinesi, soprattutto nei settori dei veicoli elettrici, delle batterie, del fotovoltaico e delle materie prime critiche. Il problema, secondo Bruxelles, è che queste imprese beneficiano di un forte sostegno statale, di politiche industriali aggressive e di una capacità produttiva sovradimensionata che consente loro di praticare prezzi difficilmente sostenibili per i concorrenti europei.
Per l’Unione Europea, dunque, il piano “Made in Europe” rappresenta una risposta difensiva. Per la Cina, invece, la lettura è completamente opposta. Il ministero del Commercio di Pechino ha espresso “grave preoccupazione” e ha parlato apertamente di “discriminazione sistemica”, accusando l’UE di introdurre restrizioni che colpiscono direttamente gli investitori cinesi e alterano i principi della concorrenza internazionale. In particolare, Pechino critica le clausole di “origine UE” negli appalti pubblici e nelle politiche di sostegno statale, oltre ai requisiti che imporrebbero alle aziende straniere partnership obbligatorie con imprese europee e trasferimenti di know-how tecnologico.
Secondo il governo cinese, queste misure non solo limitano l’accesso delle aziende cinesi al mercato europeo, ma rischiano di creare un precedente pericoloso, trasformando il mercato unico europeo da spazio aperto e competitivo a strumento di selezione geopolitica. Il messaggio inviato da Pechino è stato estremamente chiaro: se l’Unione Europea porterà avanti questa legislazione ignorando le osservazioni cinesi e danneggiando gli interessi delle imprese della Repubblica Popolare, la Cina “non avrà altra scelta che adottare contromisure”.
In caso di ritorsioni, Pechino potrebbe rispondere in modo selettivo, colpendo i settori più sensibili o adottando misure simboliche, evitando però uno scontro totale che danneggerebbe anche la propria economia. Il primo terreno di ritorsione potrebbe essere quello delle esportazioni di materie prime critiche. La Cina domina gran parte della filiera globale delle terre rare, del gallio, del germanio, della grafite raffinata e di altri materiali essenziali per l’industria europea, soprattutto nei settori delle batterie, dei semiconduttori, dell’automotive elettrico, dell’aerospazio e della difesa. Limitare o rallentare l’export verso l’Europa sarebbe una leva molto potente. Già in passato Pechino ha utilizzato restrizioni su materiali strategici come strumento di pressione geopolitica.
Un secondo ambito riguarda il settore automobilistico, in particolare i grandi marchi tedeschi come Mercedes-Benz, BMW e Volkswagen, che dipendono fortemente dal mercato cinese. La Cina potrebbe rallentare autorizzazioni, aumentare controlli normativi, ostacolare joint venture o rendere più difficile l’accesso commerciale. Colpire l’auto tedesca significherebbe toccare uno dei cuori industriali dell’Europa. Anche il settore aerospaziale potrebbe diventare sensibile. Aziende come Airbus hanno una presenza strategica in Cina e dipendono in parte dalla domanda cinese. Pechino potrebbe rivedere ordini, autorizzazioni o collaborazioni industriali, utilizzando il mercato dell’aviazione civile come leva negoziale.
Un’altra area riguarda gli appalti pubblici e gli investimenti. La Cina potrebbe escludere o penalizzare aziende europee nei grandi progetti infrastrutturali, energetici o tecnologici, favorendo concorrenti locali o di altri Paesi. Sul piano simbolico e politico, la Cina può ampliare la lista dei controlli sulle esportazioni e inserire nuove aziende europee, come già avvenuto con gruppi della difesa come FN Herstal e Hensoldt AG, accusati di rapporti con Taiwan.