Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 27 Lunedì calendario

Intervista ad Anita Caprioli

«La cosa che mi fa più arrabbiare? Vedere intorno tanta sofferenza e non poter fare niente, sapere che il potere è in mano a pochi e non si ha nessuna reale possibilità di intervenire. So che non è una sensazione solo mia e che, in questa fase storica, in molti non accettano certe ingiustizie. Potremmo vivere bene, e anche felici, con molto meno. Rispetto al potere e al denaro, il valore della vita rischia troppo spesso di diventare minuscolo, e questo mi sembra incredibile, sconsolante». Anita Caprioli riflette a voce alta, intrecciando pensieri e sensazioni. Più che un’intervista, un flusso di coscienza, che, per una come lei, schiva, riservata, è davvero inusuale.
Di lei non si sa nulla, non appare mai alle feste, sui tappeti rossi, sui social. Perché ?
«È la mia indole. Amo profondamente questo lavoro, ma sono estranea a certi meccanismi del mestiere, mi piace stare sul set, preparare un ruolo, tutto il resto lo tralascio. Uso i social quasi sempre solo per informarmi. Se qualcuno mi chiede qualcosa, rispondo, ma non ho mai ritenuto fosse il caso di mettere la mia vita privata in primo piano».
È legata a Daniele Pecci con cui ha una figlia: quando è diventata madre, ha deciso di prendersi una pausa. Non lo fanno tutte.
«Mi sono fermata per due anni, una decisione drastica, ma volevo stare molto con lei, almeno fino all’inizio della scuola. Sono stata fortunata, sul lavoro ho rallentato, e questo mi ha permesso di aspettare personaggi belli, interessanti. Adesso ho ricominciato, Viola è più grande».
Che tipo di madre è?
«Non apprensiva, a mia figlia ho cercato di insegnare l’indipendenza. È anche vero che vengo da una famiglia calabrese, nel senso che, insomma…non sono una mamma nordica. Fare figli oggi non è un obbligo, ma nel momento in cui li fai, è giusto esserci».
I suoi inizi sono legati a Gabriele Salvatores, che la volle in Denti. Come andò?
«È stato il mio primo film importante, arrivavo dal teatro, avevo una formazione sperimentale e Salvatores, in quel periodo, faceva proprio sperimentazione teatrale. Questo ha facilitato tutto. Denti era un film psichedelico, Gabriele ha osato molto, recitare con lui è stato un grandissimo regalo. Oggi capisco bene quanto sia stato importante quell’incontro, all’epoca non ne ero così consapevole».
Con Santa Maradona è arrivato il successo di pubblico. Se ripensa a quell’esperienza, qual è l’immagine che le è rimasta più impressa?
«Il primo giorno di set, a Torino. Dovevo fare la prova costumi, in un bellissimo edificio, un intero piano in Piazza Castello. Nel salone, enorme, con un pavimento splendido, Picchio (n. d. r. Pierfrancesco Favino) continuava a girare in tondo, in bicicletta. Senza fermarsi, mi lanciò un grido “Ehi, Dolores”, che era il nome del mio personaggio, con un forte accento torinese. Mi sono messa a ridere».
Qual era il clima sul set?
«Eravamo tutti giovanissimi, coetanei, c’era entusiasmo, empatia, consapevolezza di star facendo qualcosa di diverso. Il regista Marco Ponti era riuscito a trasmettere la sua visione in una maniera così marcata, che vita, set e racconto sono diventati una cosa sola. E poi c’era la Torino di quegli anni di grande rinnovamento. Forse, insieme a Tutti giù per terra, Santa Maradona è stato uno dei primi film che hanno raccontato la generazione giovane di quell’epoca, con uno sguardo pop, alternativo. Ancora adesso è amatissimo».
Nel cast c’era Libero De Rienzo come «Bart» Vanzetti.
«Libero ha portato tutta la sua freschezza, quando se n’è andato è stata dura, avevamo condiviso qualcosa che tutti noi ci siamo portati dietro, un legame forte».
Ha recitato con Alice Rohrwacher, come si è trovata?
«È stato un incontro molto bello, Alice ha una poetica assoluta, tutta sua. È dotata di incredibili lucidità e sensibilità, sul set è aperta, con lei i ruoli non sono mai definiti, è come se si facesse un lavoro a due, vivendo un incontro umano in cui non esistono più confini».
Nella serie Guerrieri La regola dell’equilibrio è Nadia, proprietaria del locale frequentato dal protagonista. Cosa l’ha attratta del personaggio?
«È un carattere in apparenza forte, con delle fragilità legate al passato da escort, pesante, e anche un po’ misterioso. Si è trovata a fronteggiare situazioni faticose, complicate, ho provato a raccontarla, facendo vedere quello che fa, più che quello che dice».
Come è andata con Alessandro Gassmann?
«Non avevamo mai recitato insieme, è un compagno di lavoro ideale, una persona di grande generosità, molto attento, non solo a se stesso, ma anche a tutti quelli intorno».
Ha rimpianti?
«Non molti, forse mi sarebbe piaciuto interpretare certi personaggi maschili che mi hanno colpito come quello di Castellitto nell’Ora di religione di Marco Bellocchio, un capolavoro, o Un profeta di Jacques Audiard. Le parti maschili sono spesso scritte benissimo» Rispetto a quando ha iniziato, a che punto è, secondo lei, il cammino delle donne verso l’emancipazione?
«Sono passati 70 anni dalla conquista del voto alle donne, ma siamo più o meno nella stessa posizione. Le conquiste ci sono state, grazie alle lotte femminili, ma in tanti aspetti siamo indietro, basta pensare alle differenze di salario tra maschi e femmine. E poi c’è il problema della violenza di genere, un argomento complesso, in cui penso abbia molto rilievo l’educazione ricevuta nei primi anni di vita, bisognerebbe insegnare il modo per accettare i no».