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 2026  aprile 27 Lunedì calendario

Intervista a Bruno Bozzetto

Mentre risponde al telefono, Bruno Bozzetto, 88 anni, disegna: «Ho immaginato un David che, invece della spada, impugna una matita, un cambiamento simbolico positivo». Alla fine della nostra conversazione, l’opera di Donatello e il Signor Rossi sono uniti in una sola immagine: «È per voi, ve la mando».
Partiamo dall’inizio. Suo nonno era un pittore sacro.
«Sì. Faceva affreschi alti trenta metri nelle chiese: Madonne, angeli, Gesù bambino, cavalieri. Da lui ho preso l’istinto per la prospettiva, le proporzioni e il movimento: da piccolo disegnavo una piscina, ci mettevo chi si tuffava, chi nuotava, chi faceva il salto mortale... mi ha aiutato poi quando ho iniziato l’animazione».
Ha preso lezioni?
«Qualcuna, da una vicina pittrice, ma non ho mai studiato arte, la mia scuola è stata il cinema. Ho iniziato con i Super 8, ritraevo i compagni di scuola, poi gli animali, gli insetti, con il macro. Papà costruì un tapis roulant per le formiche, ma era lo stesso un incubo filmarle. E da ex alpino, suggerì il titolo del primo corto Tapum! La storia delle armi».
A vent’anni era a Cannes.
«Una rassegna a latere del Festival. Il critico Pietro Bianchi vide il mio film e scrisse poi che era migliore di quello con Sophia Loren, che aveva visto nella sala accanto. Quell’articolo mi ha fatto risparmiare dieci anni di carriera. Altrimenti sarei finito nello stabilimento di mio padre e dei miei zii. Avrei fatto l’avvocato».
È vero che il Signor Rossi nacque per vendetta?
«Sì. Il mio secondo film, La storia delle invenzioni, fu rifiutato dal festival di Bergamo. Quando ho visto i film ammessi, opere falsamente moderne, porcherie incomprensibili, mi sono arrabbiato. Così ho disegnato il Signor Rossi che fa un film,
sfascia la casa, fa lavorare la moglie, la traveste, fa di tutto, poi manda l’opera al festival e gliela rifiutano. Allora calpesta la pellicola, la colora, la rigetta dentro il palazzo del festival e gli viene assegnato l’Oscar. E Rossi fisicamente è una sorta di caricatura di Nino Zucchelli, il direttore di quel festival di Bergamo».
Carosello” è stata una tappa importante della sua carriera.
«È quello che ci ha permesso di aprire lo Studio Bozzetto. Ho potuto assumere i ragazzi che già collaboravano con me. Abbiamo fatto, all’inizio, soprattutto l’Ariel, poi Recoaro, poi tanti altri come Perugina. I soldi che guadagnavo con la pubblicità li investivo per fare cortometraggi e, successivamente, per i lungometraggi. Per me Carosello era la banca. La banca da cui prelevavo i soldi per fare ciò che volevo davvero».

Il Signor Rossi non invecchia mai.
«Si evolve perché rappresenta l’uomo comune e l’uomo comune siamo noi: ogni giorno c’è qualcosa di nuovo. In questo momento stiamo scrivendo delle storie, tra un po’ entrerà in produzione una serie per la Rai: il Signor Rossi – sempre insieme a Gastone – è in mezzo al bailamme tecnologico che coinvolge tutti. Se compra l’auto completamente automatica, ha i problemi che abbiamo tutti. Siri in casa, il navigatore automatico, le vacanze programmate. Lui vive tutto come lo viviamo noi».
Con Piero Angela c’è stata una collaborazione feconda.
«Con lui il disegno animato era utile per comunicare cose complicate, la meccanica quantistica, per esempio. Era il cavallo di Troia: il mezzo più giusto per parlare a tutti, per rendere accessibile ciò che altrimenti sarebbe rimasto chiuso in una stanza di laboratorio. Lui l’aveva capito perfettamente. Era un uomo di straordinaria intelligenza e umiltà».
Veniamo all’America. “Allegro non troppo” uscì prima là che in Italia.
«In Italia non lo volevano: “Non è né per grandi, né per bambini”. Grazie a una mia collaboratrice che si era trasferita negli Stati Uniti, il film è uscito prima là. Ho fatto una tournée: New York, Chicago, Denver, Los Angeles. Poi un italiano che lo aveva visto al cinema mi ha chiamato: ma in Italia è uscito? Vuole farlo uscire? Ed è uscito con sei mesi di ritardo. L’America mi ha aiutato parecchio. Ho conosciuto Matt Groening de I Simpson, Ralph Bakshi, John Lasseter di Pixar. Ho avuto offerte della Hanna-Barbera per andarci a lavorare stabilmente. Ma preferivo lavorare con la mia piccola squadra. Vip – Mio fratello superuomo l’abbiamo fatto in sei. Se va a guardare i titoli di un film di oggi di quella portata, ci sono centinaia di nomi».
Nel 1990 arriva la candidatura all’Oscar con “Cavallette”.
«Sì, e andai alla cerimonia. Ero seduto vicino a Nick Park – quello di Wallace & Gromit – che era candidato per due film, uno più bello dell’altro. Lui era tesissimo. Io me la sono goduta. C’erano Kevin Costner e Kim Basinger, molto più bella che nei film. Diedi i biglietti per il party a mia nipote che vive a Los Angeles. Così io e mio figlio, con il frac da pinguini, siamo finiti in un piccolo bar con tre cinesi. Il momento più bello della serata».
Il film di cui è più orgoglioso?
«D’istinto direi West and Soda, il lavoro fatto da ragazzi, con più entusiasmo, libertà. Abbiamo anticipato l’onda degli spaghetti western. Però poi si è condizionati dal successo, e devo dire che Allegro non troppo mi ha dato più soddisfazione. Amo la musica classica e l’episodio del valzer triste mi piace molto: è una storia vera, è il gatto di mia moglie, ho dei ricordi particolari legati a quel racconto».
A chi dedica il David speciale che riceve il 6 maggio?
«A mio padre, mi ha aiutato in modo profondo e totale».
Un sogno oggi?
«Far capire alla gente quanto siano importanti gli animali. Lo faccio con dei fumetti, ci dedico quasi tutto il tempo. Per caso mi è capitata la fortuna di ospitare una pecora in casa. Quando ho scoperto l’intelligenza di un animale così umile – per noi è solo l’abbacchio – ho capito che stavo sbagliando tutto. Sono diventato vegetariano e ho iniziato a difenderli. Uccidiamo ottanta miliardi di animali l’anno. La gente non vuol saperne, non gli interessa. Questo è il mio sogno e spero di riuscire a farne un film».