Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 27 Lunedì calendario

Teresa Marchesini parla della sorella

Da dieci anni, Anna Marchesini è più viva che mai. La pensiamo ancora tanto, e in tanti, sorridendo e ridendo. Se n’è andata ma solo in un certo senso, il 30 luglio 2016, diciamo in tournée, però nei cuori è sempre sul palcoscenico e dentro la tivù. Lo conferma un libro, “Anna Marchesini, la voce e l’arte”, scritto da Nicola Lucchi e Mariangela Galotto per Bompiani: un ritratto, appunto, vivissimo. E lo sono ancora di più le parole di Teresa Marchesini, sorella quasi gemella (Teresa è maggiore di appena 14 mesi): ad ascoltarla ad occhi chiusi, l’identica intonazione di Anna, le stesse pause sornione, la medesima giocosità attenta.
Com’era Anna bambina?
“Un genio, da subito. Dopo la prima elementare fece l’esame per passare direttamente in terza e stare in classe con me. E quando eravamo al liceo classico, io ci mettevo un’ora e mezza a tradurre la versione di greco, lei il pomeriggio scalzettava con i ferri da maglia e in dieci minuti aveva finito la traduzione”.
Poi Anna e Teresa, ragazze.
“Si andava al mare in Calabria partendo da Orvieto sulla Dyane arancione, avevamo la capote alzata, e per arrivare già abbronzate ci spalmavamo il corpo di birra: i camionisti strombazzavano per chilometri alle nostre gambe al vento, uno spettacolo”.
C’era competizione tra voi?
“Ma quando mai! Io ero furba e così evitavo, non ci sarebbe stata partita, Anna era di un altro pianeta. Ho preferito farle da guardia del corpo: lo faccio anche adesso, cercando di proteggerla da chi vuole ficcare il naso nella sua vita privata, e dalla mediocrità che non sopportava. Lei era teatro, doppiaggio, tivù e libri. Tutto il resto, fatti suoi”.
Come giocavate?
”Ininterrottamente. Recitavamo dal mattino alla sera la parte delle “gesie”, le ballerine canterine, io ero la bambola di Anna e Anna era la mia. E facevamo le famose vocette. Quando andavamo a studiare nelle case delle amiche, capivamo di essere diverse”.
Due attrici nate.
“Facevamo il gioco delle facce davanti allo specchio per ore, senza ripeterne mai due uguali. E quando eravamo invitate ai pranzi delle prime comunioni degli alunni di mamma, quelle tavolate in famiglia con le lenzuola di lino bianco, poi si sparecchiava e io e lei salivamo sul tavolo per interpretare le gemelle Kessler. Anna mi faceva un segnale, inarcando il sopracciglio sinistro, e a quel punto io sapevo che si doveva cominciare lo spettacolo. In pratica, era un ordine”.
Non ha mai pensato di recitare?
“No, ho fatto l’ostetrica negli anni in cui la salute della donna cominciava a essere vissuta e compresa anche come fatto politico, dunque ho svolto il mio mestiere con un forte impegno sociale. In Umbria, siamo stati tra i primi ad aprire i consultori”.
Quanto ha riso con sua sorella?
“Fino a soffocare. A teatro, lei mi vedeva e mi faceva le facce buffe, mi riconosceva dalla risata. Però eravamo diversissime”.
Anna aveva quell’ombra che ogni tanto si intuiva.
“Sempre stata così. Aveva paura di giocare a nascondino, sapeva attraversare il dolore mentre io ne fuggivo. Cercavo di difenderla, senza capire che l’artista ha bisogno di quel dolore per raggiungere la conoscenza di sé. Volevo farle scudo: lei era generosissima, e qualcuno se ne approfittava”.
Come si formava l’attenzione di Anna Marchesini per le vite degli altri? Quella straordinaria capacità di trasformarle in commedia umana.
“La nostra mamma Zaira, maestra elementare a Orvieto, quando ci portava in spiaggia ci diceva di stare con gli altri bambini. Se noi esitavamo, lei ripeteva: “Andate e chiedete: possiamo giocare con voi?”. Ecco, non abbiamo fatto altro per tutta la vita”.
Ci parli dei suoi genitori.
“Mamma portava a casa gli alunni più problematici per fare i compiti, papà Galileo era simpaticissimo e a Orvieto lo chiamavano “Zairo”, però lui non sentiva il peso del carisma di mamma, era cinquant’anni avanti, in casa faceva tutto”.
Perché Anna è tanto amata dal pubblico?
“Perché in lei si accendeva qualcosa di mai visto prima. Era anche l’autrice dei suoi testi, un’intellettuale vera, laureata in psicologia e fenomenale con la scrittura. Le scene del Trio nascevano con loro chiusi in una stanza a inventare, però era Anna a tenere il taccuino in mano. Cercava la perfezione, non si accontentava di niente di meno. Aveva, nei confronti del mondo, un punto di vista angolare che poi sapeva rendere, in scena, nelle voci e nelle facce. Surreale e meravigliosa, e ovviamente spassosissima. Credo che soltanto Franca Valeri, nella storia del nostro spettacolo comico, sia stata un po’ come lei”.
Non pensa che Anna fosse molto più dei personaggi indimenticabili che interpretava?
“La vita non le ha dato il tempo di dimostrarlo. Sarebbe diventata un’attrice di teatro a tutto tondo, aveva già cominciato con Giorni felici di Beckett, e nei suoi ultimi due anni viveva quasi in simbiosi con Pirandello. Insegnava all’Accademia di Arte drammatica con passione e fermezza, gli allievi la adoravano”.
Il Trio rimane nella storia.
“Erano perfetti, generosi e senza gelosia. Poi, si sa, tutte le cose finiscono, è la vita. I tempi in scena di Anna erano come i battiti del cuore: non ne perdeva uno. Massimo e Tullio erano consapevoli di avere a che fare con un genio. L’energia che lei ha acceso nel pubblico la manterrà per sempre viva. E adesso c’è Virginia, sua figlia che io ho adottato. Spero che un giorno, lei che è così brava con le parole e che con le poesie è anche più in gamba di Anna, scriva un libro sulla sua mamma”.
Come si fa, senza Anna?
“Mi ripeteva “non preoccuparti, comprati ‘sto vestito, togliti qualche sfizio, tanto invecchieremo insieme e ci penserò io”. Già ci vedevamo anziane, due prugne secche a braccetto, ma non è andata così. Quando entro nella sua casa di Roma, a volte scorgo mia sorella con la coda dell’occhio. Ma se ho un dubbio, un pensiero mio, un ricordo da rimettere a posto, a chi telefono ormai? Non cerco i suoi filmati, soffro troppo. Senza Anna non rido più”.