Corriere della Sera, 27 aprile 2026
Beaton, l’occhio che scrive
«Da tanti anni, per me la Garbo era un’ossessione», scrive il giovane fotografo Cecil Beaton in uno dei primi capitoletti di Molto dipendeva dal futuro, l’intrigante raccolta dei suoi diari dal 1922 al 1974 allestiti e tradotti da Laura Grandi per Neri Pozza. «La sua immagine mi perseguitava». Come fare a carpire il permesso di fotografare questa leggenda vivente restia a ogni tipo di pubblicità, ormai sparita, sempre nascosta dietro grandi occhiali scuri, foulard neri, cappelli neri, vagante – dopo lo strepitoso successo cinematografico – da un nascondiglio segreto a un altro nascondiglio segreto? Così, quando a Hollywood, nel 1932, il regista Eddie Goulding che ha diretto Greta Garbo in Grand Hotel, propone un incontro nella sua casetta in stile spagnoleggiante, a Cecil manca il respiro. Ma poi, che meravigliosa bellezza, che voce amichevole e profonda, che sorrisi luminosi con quei denti perfetti scintillanti. Quale sorprendente giovialità, confidenza, allegria con tutte quelle cose buone da bere. È l’incontro della vita (e lo sarà per davvero, assai stranamente).
L’Europa ancora non sa nulla, in questi grigi primi anni Trenta, quando il primo conflitto mondiale con i suoi milioni di morti sembra trascorso o da due secoli o da un paio di settimane; le due sponde dell’Oceano (fra le quali Beaton fa avanti e dietro in nave come in vaporetto sul lago Maggiore, essendo diventato fotografo di «Vogue») ignorano che, molto prima di quando immaginino, Hitler farà discorsi terrificanti a Monaco di Baviera e a Norimberga, e loro dovranno riunire martiri e morti sulle spiagge della Normandia. A Londra, intanto, la regina fa sapere da una sua dama di compagnia che è pronta per farsi fotografare e a Buckingham Palace cambia abito ben tre volte, anche dopo il tè con gli squisiti scone; ma al 10 di Downing street l’atmosfera è assai più tesa, mentre Winston Churchill di macchine fotografiche non vuol nemmeno sentire parlare, dopo le complicate abluzioni mattutine, i teli umidi lasciati in corridoio, e il minaccioso sigaro incollato alle labbra. Hitler sta per parlare a Norimberga, le cancellerie tremano, e poi lui deve uscire, quindi, sì, una fotografia a quel burbero, simile a un bulldog a guardia della cuccia, Cecil potrà scattargliela, alla fine: «Purché non sia mentre mi infilo cappotto e cappello – niente scherzi!».
A Parigi, Picasso ha ben tre studi, grandi stanze comunicanti pieni di tele del periodo blu e rosa, di quello cubista, donne strabiche con tre nasi e pesci in guisa di cappelli; è felice di ricevere fiumane di visitatori, anche celebri come il conte Balthus, o semplici marinai. Si fa fotografare seduto sul bordo della vasca da bagno e ride, risponde felice alle domande innocenti, tipo: «Mr Picasso, come mai lei vede una donna con tre occhi – uno sul mento», con la grazia salvifica di chi ha ancora tanto da fare, tanto da lavorare. Non come da Gide, diventato un venerabile nel suo appartamento sotto i tetti di rue Vaneau, impassibile come una divinità cinese, con quegli occhietti da girino, la pelle di pergamena bianca, la testa da uovo sodo, e la voce rantolante dopo aver letto un paio di paragrafi di Plutarco. Mentre in Costa Azzurra, dove William Somerset Maugham, nella principesca villa La Maureque, conduce la sua vita di semi-invalido, fra una chiacchierata con Marc Chagall e un bridge con la regina d’Olanda, perfettamente scontento del settantaquattresimo anno della propria riverita esistenza, sempre pronto a cattiverie, acido come una mela cotogna, indispettito dalla smisurata ricchezza, della quale, dall’«altra parte» sa di non poter trasferire con sé manco un tavolino.
E Greta va e viene da Parigi a New York. Le offrono film che poi non si realizzano; lei se ne duole, si offende, si nasconde. Con Cecil continua il tormentone del matrimonio: ma per quale motivo dovrebbero sposarsi, più va avanti la storia meno è chiaro, nel senso che magari, tecnicamente, qualcosa potrebbe anche succedere e tuttavia è nella vera sostanza che una simile unione non funziona. La guerra è finita. A Londra c’è stata l’incoronazione di Elisabetta con un profluvio di fotografie immortali. A Taormina, nell’estate ’50, Truman Capote ancora sconosciuto, «piccolo e spettacolare, siede nel caffè della piazza, sotto il solito albero, con la borsa della spesa e il cane Kelly». È gentilissimo (anche dopo, a Rapallo), servizievole, va a prendere la gente alla stazione, fa piaceri a tutti, e scrive racconti sublimi. Ha molto tempo davanti per diventare cattivo: celebre e cattivissimo. E lo diventerà, come lo è già da anni, invece, Evelyn Waugh, disturbato irreparabilmente di non essere lord. O come Lawrence Olivier e sua moglie, presuntuosi e sgarbati.
A Paros, con il meltemi che soffia furibondo, Truman trincia giudizi: E. M. Forster è lo scrittore migliore, ogni sua frase è costruita perfettamente; dopo Shakespeare nessuno un orecchio migliore di Virginia Woolf; Maugham, senza orecchio, ha imparato a scrivere da solo. Greta arriva a New York. Sulla soglia, ha l’aria di una creatura terrorizzata: occhi spalancati e bocca aperta, pronta per qualsiasi tortura. Poi riparte, s’imbarca nello yacht di Aristotele Onassis e pare che la vacanza sia allegrissima. A Londra sono ormai lontane le bombe. Un giovane ballerino russo, Rudolf Nureyev, si esibisce al Royal Drury Lane: sembra un animale selvatico, un cerbiatto, il teatro è percorso da una corrente elettrica mai avvertita. La baronessa Karen Blixen accetta un invito a pranzo: ha le gambe magre che paiono due stecchini. Jacqueline Kennedy sembra un giocatore di baseball. A Mougins, dove ha un immenso studio, Picasso è parecchio invecchiato nell’aprile del 1966, ma non intende riposarsi. In quello successivo, malvolentieri, Evelyn Waugh si affida al riposo eterno.