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 2026  aprile 27 Lunedì calendario

Araghchi in Pakistan e a Mosca. La Casa Bianca: se vuole, ci telefoni

Gli spari alla cena di Washington oscurano il fronte mediorientale dove, anche se con molte incognite, la diplomazia è comunque al lavoro per cercare di tessere la tela di pace fra l’Iran e la coalizione Usa-Israele.
Nel Paese mediatore – il Pakistan – è tornato ieri il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, dopo aver lasciato Islamabad, sabato, senza aspettare i negoziatori che il presidente Usa Donald Trump aveva deciso di inviare. Araghchi aveva preso un volo per l’Oman e il tycoon aveva risposto annullando la missione dei suoi uomini, l’inviato per il Medio Oriente Steve Witkoff e il suo consigliere informale, nonché genero, Jared Kushner.
Araghchi rientra quindi in Pakistan dopo una breve visita in Oman e prima di un’altra tappa diplomatica in Russia. Motivo? Consegnare ai mediatori di Islamabad i messaggi da trasmettere agli Stati Uniti che riguardano le richieste americane. L’agenzia di stampa Fars, vicina ai pasdaran, scrive che «sono messaggi che riguardano alcune delle linee rosse della Repubblica islamica, tra cui le questioni nucleari e lo Stretto di Hormuz» e che alle richieste Usa su quegli argomenti Teheran non è disposta ad acconsentire. «Non sono messaggi correlati ai negoziati» si legge. Quindi non un passaggio diplomatico ma «una iniziativa dell’Iran per chiarire la situazione regionale».
«Hanno offerto molto ma non ancora abbastanza», aveva detto Trump sabato sera dopo aver ricevuto da Islamabad un documento con l’elenco delle condizioni base iraniane per una tregua duratura. Ieri, in una intervista a Fox News, ha aggiunto molto altro. «Prenderemo le polveri nucleari dell’Iran, come parte dei negoziati», ha detto tanto per citare un tema delle «linee rosse» iraniane. «È molto semplice: non possono avere un’arma nucleare». E ancora: la guerra con l’Iran «finirà presto e saremo vincitori. Se vogliono possono chiamarci». Poi ha citato uno scenario disastroso riguardo al sistema petrolifero dell’Iran che potrebbe «esplodere entro tre giorni» in caso di altri danni alle infrastrutture energetiche. Se il petrolio non può essere trasportato, «continua ad accumularsi meccanicamente e nel sottosuolo» ha spiegato. La pressione aumenta nei sistemi di condutture e nelle strutture sotterranee, fino a provocare «una rottura o un’esplosione che potrebbe danneggiare il sistema in modo permanente».
Infine un messaggio per la Cina che starebbe aiutando l’Iran «ma non molto». Trump ha detto che «potrebbero fare molto di più. Non sono eccessivamente deluso. Anche noi abbiamo aiutato l’Ucraina e non avremmo dovuto farlo in quella misura».
La diplomazia è al lavoro ma, partendo da queste premesse la strada è tutta in salita. A partire dal fatto che l’Iran, pur considerando il Pakistan «un buon vicino e un buon amico», lo ritiene «non adatto come mediatore» perché «tiene sempre in considerazione gli interessi di Trump», scrive su X Ebrahim Rezaei, portavoce del Comitato di Sicurezza Nazionale iraniano. Il presidente Masoud Pezeshkian aggiunge che «non trattiamo sotto le minacce» e ipotizza nuovi negoziati solo se gli Usa «revocheranno il blocco dei porti iraniani» che ieri ha riguardato una nave della «flotta ombra» legata all’Iran, intercettata nel Mar Arabico.
Gli occhi restano quindi puntati sul conflitto Usa-Iran, ma si è riacceso anche il fronte libanese, con Hezbollah e il premier israeliano Benjamin Netanyahu che si accusano a vicenda di aver violato la tregua in corso e con la ripresa dei bombardamenti.