27 aprile 2026
Sulla morte di Verdi e altri aneddoti
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I tesori custoditi, anzi nascosti, in quel baule non saranno più un mistero. Finalmente potremo entrare nel cuore del processo creativo di Giuseppe Verdi, delle sue intuizioni, ripensamenti, dubbi, infine certezze. Quel baule, un robusto baule da viaggio di colore verde scuro, con borchie e lucchetti, rivestito di una carta gialla ormai sbiadita, costruito a Chicago dalla Marshall Field and Company Retail alla fine dell’Ottocento, se ne sta lì dove è sempre stato, nella villa Verdi di Sant’Agata a Villanova sull’Arda, in provincia di Piacenza. Però adesso è vuoto e le 17 cartelle che lo riempivano – 16 intestate a opere del Maestro, più una carpetta bianca, per un totale di 2700 fogli di abbozzi musicali, appunti e corrispondenza – sono state trasferite all’Archivio di Stato di Parma.
«In sei mesi, grazie a fondi già disponibili, saranno completati la descrizione analitica e il restauro dei documenti che lo richiedono, per procedere subito dopo alla digitalizzazione e alla messa a disposizione online di un materiale che il mondo degli studiosi attendeva da troppo tempo. Non era fruibile, presto lo sarà», ha detto orgogliosamente Gino Famiglietti, direttore generale per gli archivi del ministero dei Beni culturali, durante la conferenza stampa che si è tenuta a Roma nella sede dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi.
La fine di un paradosso
Da troppo tempo. Verdi muore nel 1901, senza figli: ne aveva avuti due dal primo matrimonio, vissuti entrambi pochi anni. Adotta la cugina Filomena, che sposa Alberto Carrara, figlio di Angiolo, il notaio di Verdi. Di generazione in generazione, ancora oggi eredi (quattro, e litigiosi tra loro) sono i Carrara Verdi, che hanno sempre custodito il baule nella villa di Sant’Agata dove Verdi ha passato gran parte della sua vita adulta, assieme alla seconda moglie Giuseppina Strepponi. Impedendo però, per ragioni mai chiarite, la conoscenza del materiale.
Un atteggiamento molto criticato, ma finora tutti i tentativi di trovare un’intesa si erano rivelati inutili. «Ancora in questi giorni abbiamo ricevuto delle diffide dagli eredi. Eppure le leggi sono chiare: sia l’articolo 9 della Costituzione, che tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione, sia il codice del ministero che ci obbliga a verificare la conservazione e la consistenza dei beni archivistici anche se in possesso dei privati, fino a prevedere il deposito coattivo. Ma non ce n’è stato bisogno, siamo addivenuti a un deposito consensuale. Ricordo, anche in previsione di casi analoghi in futuro, ad esempio per l’archivio Vasari di Arezzo, che il valore economico dei documenti è subordinato alla tutela culturale», precisa Famiglietti.
Ma perché si è atteso così a lungo? «Perché le leggi ci sono, ma occorre poi applicarle, con la dovuta fermezza. Tenendo conto che talvolta il privato si rivela più retrivo dell’amministrazione pubblica», precisa Elisabetta Arioti, sovrintendente archivistico dell’Emilia Romagna. Le prime reazioni degli studiosi sono di profonda soddisfazione: «È la fine di un paradosso, di un’anomalia intollerabile», dice Markus Engelhardt, direttore della sezione musica dell’Istituto Germanico di Roma e studioso verdiano.
L’amarezza del Maestro
Ogni cartella reca un titolo: Luisa Miller, Rigoletto, Il trovatore, La traviata, Stiffelio, Un ballo in maschera, La forza del destino, il Libera me, Domine (dalla Messa composta dopo la morte di Rossini), Don Carlos, Aida, il suo unico Quartetto per archi, la Messa da Requiem (dedicata alla memoria di Alessandro Manzoni), Simon Boccanegra (nelle versioni del 1857 e del 1881), fino ai due ultimi capolavori, entrambi desunti da Shakespeare: Otello e Falstaff. Infine i Quattro pezzi sacri, sorprendente, libero omaggio dell’anziano maestro alla musica sacra. Una miniera, un arco creativo lungo sessant’anni. Saranno possibili edizioni critiche attendibili, mentre l’analisi dettagliata di queste migliaia di fogli non esclude sorprese, inediti ritrovamenti.
Il decisivo sopralluogo a Villa Verdi è stato effettuato lo scorso 10 gennaio. «Le 17 cartelle erano distese sul tavolo da biliardo di Sant’Agata, pronte per venire trasferite all’archivio di Parma. L’occhio mi è caduto su un foglio dove Verdi aveva scritto: “Abbruciate tutte queste carte!”», ricorda Mauro Tosti Croce, sovrintendente archivistico del Lazio e rappresentante del ministero presso il consiglio di amministrazione dell’Istituto Nazionale di Studi Verdiani di Parma.
«Siamo stati individuati dal ministero come referente tecnico-scientifico di questo progetto di portata storica», commenta Nicola Sani, presidente dell’Istituto verdiano. «Una decisione che si affianca al compito affidatoci dal Mibact di promuovere l’Edizione nazionale dei carteggi e dei documenti verdiani». Imminente l’uscita del primo volume, dedicato alla corrispondenza tra Verdi e l’amico Giuseppe Piroli, senatore del Regno d’Italia: illuminante per comprendere come, dopo gli entusiasmi risorgimentali, nel compositore prevalga il disincanto, se non l’amarezza. La conoscenza di Verdi continua a progredire. Un baule è stato aperto, un pesante velo d’ombra è stato sollevato. Finalmente.
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Oltre tutto non è che Verdi, nato nella frazione delle Roncole, avesse un gran rapporto con Busseto: i “codini” del tempo – conservatori integralisti cattolici – prendevano a sassate le finestre della casa dove conviveva con la cantante Giuseppina Strepponi, sua seconda moglie, apostrofandola in malo modo. E Verdi non mise mai piede nel teatro cittadino a lui dedicato.
Nessuno ha mai incrociato il fantasma dell’opera per eccellenza nemmeno a Villa Sant’Agata, quattro chilometri a nord, la magnifica tenuta dove visse mezzo secolo fino alla morte nel 1901 e oggi adibita in parte a museo, intatta con arredi, pianoforti, carrozze e ricordi del maestro esattamente come li lasciò. Ventimila visitatori all’anno, tra le stanze e il parco con il laghetto fatto scavare a forma di chiave di violino, e manco una segnalazione. Neanche nell’ala (che questa domenica viene eccezionalmente aperta al pubblico) dove vivono tuttora i discendenti di Filomena, la cugina di secondo grado che Verdi adottò e nominò erede universale. «E lei lo ha visto?» sorride Cristina Micconi, appassionata custode al termine della visita. Eppure un misterioso fatto di sangue pare che accadde, a fine Ottocento, in quella magione, quando una giovane e bella cameriera forse incinta fu uccisa da una fucilata: una voce di popolo che Maurizio Chierici romanzò nel 1980 in forma di giallo. Quindi martedì avremo prove concrete di queste apparizioni? Difficilino. «I fantasmi o non esistono o non sono fotografabili, noi non abbiamo l’assillo di dimostrare alcunché» afferma Merendi, l’originale capo del centinaio di ghostbusters italiani, già alla ribalta della cronaca per aver avvistato l’anno scorso una strana creatura marina nel Lago Maggiore («Ma non ci giurerei, eh»: peccato) e pubblicizzato l’apparizione di Fernandel dalla statua di don Camillo a Brescello (ben dodici segnalazioni in quel caso). E allora? «Ci limitiamo a raccogliere tutti gli avvistamenti non anonimi, circa duemila in dieci anni di attività, e di scremare quelli più attendibili, facendo verifiche con la nostra strumentazione: rilevazioni elettromagnetiche e una colonnina che fotografa a infrarossi, sensibile anche alle variazioni di temperatura corporea». No, non serve chiedere come faccia un fantasma ad avere una temperatura corporea. Perché “tutto nel mondo è burla, l’uom è nato burlone, la fede in cor gli ciurla, gli ciurla la ragione” cantava il Falstaff nella fuga finale dell’ultima opera firmata da Giuseppe Verdi.
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Vieri Poggiali, NONNO, MI RACCONTI L’OPERA?, Zecchini Editore Giuseppe Verdi muore il 27 gennaio 1901. Colpito dalla notizia, Gabriele D’Annunzio, per consacrarne la grandezza, scrive: “Pianse e amò per tutti”. Queste parole (che si possono trovare anche sulla tomba, a Casa Verdi, in piazza Buonarroti a Milano) dicono della grandezza del compositore di Roncole di Busseto, ma anche della portata di un genere musicale quale il melodramma.
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La città benedice chi sa leggere, scrivere, dipingere o suonare. (…) Giuseppe Verdi è scomparso nel 1901, dopo aver fondato la Casa di riposo per musicisti, costruita su progetto di Camillo Boito, ma la sua musica continua a essere eseguita, come quella degli emuli.
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«Questa profonda quiete mi è sempre più cara. È impossibile trovare località più brutta di questa, ma d’altronde è impossibile che io trovi per me ove vivere con maggior libertà». Così Giuseppe Verdi scriveva nel 1858 all’amica Clara Maffei parlando della villa di Sant’Agata. Dove, sette anni prima, nel 1851, quando ancora la grande casa non era diventata propriamente una villa, si era trasferito a vivere insieme con Giuseppina Strepponi, in fuga da Busseto e dalla gente che aveva scatenato contro «la concubina» (si sposeranno solo nell’agosto del 1859) ogni genere di maligni pettegolezzi. Di Giuseppina si sapeva che aveva avuto due amanti e dei figli, affidati agli orfanotrofi. (In fondo, come ha scritto Gaia Servadio, «la vera traviata» era lei). Verdi era vedovo dal 1840, da quando la moglie Margherita, figlia del possidente bussetano Barezzi che era stato il generoso mecenate del giovane musicista, era morta, pochi mesi dopo aver perso due figli, Virginia e Icilio. La Strepponi, che già aveva cantato nella prima opera verdiana rappresentata alla Scala (Oberto conte di San Bonifacio, 1839), aveva condiviso, nel 1842, il trionfo scaligero del Nabucco nel ruolo di Abigaille. La relazione fra i due diventerà una cosa stabile a Parigi, nel 1848, da qui la decisione di tornare insieme in Italia, a Busseto, dove Verdi aveva comprato un palazzo signorile.
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Le istruzioni ai muratori. Un trasloco di pochi chilometri (ma era anche un cambio di provincia: Busseto è in provincia di Parma, Villanova sull’Arda, dove si trova la villa, è in provincia di Piacenza) che significava però prendere le distanze da quel borgo di gente meschina. E poi quella casa doveva essere, per Giuseppina, anche un modo per dimenticare la pessima accoglienza che Busseto le aveva riservato. Ma lei, forse, quella casa non riuscì mai ad amarla veramente. Lì tutto era regolato secondo i voleri del Maestro, anche il giardino su cui all’inizio Giuseppina aveva fatto dei progetti. Niente da fare, un po’ di spazio per i fiori ma nemmen tanto, al resto pensava Verdi che nella sua incessante attività piantava alberi, disegnava viali, creava un laghetto artificiale (Giuseppina rischiò di affogarci!), una grotta, una ghiacciaia. E quando tra i due arrivò Teresa Stolz, la prima Aida, la donna che tutti dicevano fosse l’amante di Verdi, lui la invitava alla villa senza troppo curarsi dei sentimenti della moglie.
Lì, in campagna, la coppia trascorreva primavera e inizio autunno; fra luglio e agosto andavano a passare le acque a Montecatini, d’inverno stavano a Genova, in una casa che guardava il mare che a lei piaceva tantissimo. In una lettera Giuseppina ricorda i primi tempi, con i lavori in casa, quando non si sapeva dove ricevere gli ospiti e i muratori, diretti personalmente da Verdi, creavano nuove stanze, due terrazze, un porticato, una cappella. Instancabile, il Maestro seguiva anche le terre che via via veniva acquistando, introducendo nuove colture, migliorie tecniche, rivoluzionari sistemi di irrigazione.
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Un aiuto ai braccianti. A questo Verdi “musicista e architetto” (la dicitura è dell’editore e amico Giulio Ricordi) è dedicato il libro pubblicato da Allemandi, con le fotografie di Francesco Maria Colombo e testi di Carlo Majer e Alessandro Turba. Colombo, già critico musicale per il Corriere, è da anni direttore d’orchestra. Nonché fotografo. Che visita tre luoghi verdiani: Sant’Agata, l’Ospedale di Villanova d’Arda e la Casa di riposo per musicisti di Milano. Un viaggio di cinquant’anni nella vita del musicista, dal 1851 (è l’anno di Rigoletto) al 1901, la morte a Milano e la sepoltura nella cripta della Casa di riposo. Di Sant’Agata, Colombo preferisce fotografare il giardino (gli alberi con la neve gli ricordano il primo atto del Don Carlo, la foresta invernale di Fontainebleau). C’è il laghetto, con una barca tirata a riva, ci sono i grandi viali, con il loro gioco di ombre e di luci. Quando arrivava l’inverno, diceva Giuseppina, quel luogo non le piaceva, troppo cupo e buio, perciò tirava le tende a fiori per coprire le finestre.
1851-1901. Mezzo secolo in cui cambiano tante cose, l’Italia viene unificata sotto i Savoia, la capitale passa da Torino a Firenze e infine (1871) a Roma, ai governi della Destra storica succede la Sinistra di Depretis con il suo trasformismo, nascono le prime lotte di braccianti e operai. Eletto nel primo Parlamento italiano (1861), Verdi nel 1865 non si ricandida. Nel 1874, comunque, sarà nominato senatore. Ma si tiene alla larga dalla politica, a suo giudizio troppo lontana dalla gente (nelle sue lettere da Sant’Agata registra il malcontento contro la Legge sul macinato, istituita da Quintino Sella nel 1869 e rimasta in vigore fino agli anni 80). Conosce la miseria dei braccianti (molti dei lavori che fa nella villa e nelle sue terre, confessa, servono solo a dare un salario a chi non ha lavoro). Dona molti soldi, ogni anno, in beneficenza. Vede le tragiche condizioni di salute dei contadini, colpiti dal vaiolo, dalla malaria, dalla pellagra. Per questo decide di costruire un ospedale nel comune di Villanova sull’Arda, che sarà inaugurato nel 1888. Giulio Ricordi lo descrive come «un edificio semplice e severo, ma senza alcun carattere di tristezza». Verdi si era sostituito all’architetto e aveva diretto i lavori personalmente, informandosi, a Milano, dei requisiti dei moderni ospedali. Dopo la donazione al Comune, continuerà a occuparsi della gestione anche con notevoli contributi di danaro.
L’ultima opera è la Casa di riposo per musicisti a Milano, in piazza Buonarroti, che Verdi definiva «l’opera mia più bella». Acquistato il terreno nel 1889, per la costruzione viene incaricato l’architetto Camillo Boito, fratello del poeta e compositore Arrigo, che ha scritto il libretto di Otello (1887) e sta scrivendo quello di Falstaff (1893). La planimetria – un grande edificio neoromanico – viene approvata nel 1895: comprende 75 camere, 50 singole e 25 doppie, per cento ospiti. Verdi impone solo una condizione: che i primi ospiti entrino dopo la sua morte. Intanto, nel novembre 1897, muore Giuseppina. Meno di quattro anni dopo, il 27 gennaio 1901, anche Verdi muore. Viene sepolto nel Cimitero Maggiore. Ma già il 27 febbraio la sua salma e quella della moglie vengono traslate nella cripta della Casa di riposo, decorata con i mosaici eseguiti sui cartoni del pittore Lodovico Pogliaghi (a cui Colombo dedica grandi fotografie). Quei mosaici erano stati pagati da Teresa Stolz.
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Nel numero scorso abbiamo detto come nel suo testamento Verdi avesse prescritto che il trasporto della sua salma al cimitero – dovunque egli esalasse l’estremo sospiro – dovesse avvenire nelle forme più modeste, senza alcuna pompa, senza musiche, senza bandiere, senza fiori. «Io sono orso» egli scriveva ad una signora nel 1852 raccomandando certo suo allievo: e infatti rifuggiva dagli onori come la gente dai monatti al tempo della peste descritta dal Manzoni, ed era nemico della «reclame».
Nello stesso ’52 scriveva a C. Borsi inorridito all’idea d’una certa decorazione che forse lo stesso sig. Borsi voleva fargli ottenere.
«Sono orso, orso…»; Ma in realtà con gli intimi era espansivo e spesso anche gaio. Nato modesto aveva voluto rimanere sempre tale, ed era la modestia della superiorità, della vera grandezza.
Le sue disposizioni furono rigorosamente rispettate, ma egli non poteva però impedire che il popolo italiano, dovunque egli morisse, ne seguisse la bara fino all’estrema dimora. Vero è che nell’evidente intenzione di impedire anche questo egli comandò che le funebri esequie si celebrasse all’alba o a notte, ma chi non avrebbe sopportato volentieri l’incomodo dell’ora?
Una grandiosità, un’imponenza senza esempio. Chi non era nelle vie di Milano all’alba di mercoledì della settimana scorsa non può immaginare lo spettacolo ch’esse presentavano. Un’ora prima di quella fissata per il trasporto, nei quartieri lontani, dalle vie più remote, da ogni vicolo, da ogni casa sbucava la gente affrettandosi verso l’«hotel Milano» o disponendosi lungo il percorso del corteo per fare onore al morto glorioso. Il cielo era grigio e di lampioni in giro ancora accesi. Pareva che qualche forza misteriosa avesse cacciato tutti gli abitanti dei loro letti e così eccezionale movimento non un grido, non i soliti rumorosi a pelli, chè tutti sembravano compresi della tristezza della cerimonia a cui spontaneamente intendevano prendere parte.V’ha chi ha calcolato seguissero o attendessero lungo le vie il feretro ben centomila persone. Forse sono troppe, forse sono poche: certo all’infuori dei bimbi dei malati nessuno rimase in casa. Funebri degni di Re: del Re dell’armonia, del sovrano dell’arte dolcissima che parla un linguaggio che tutti comprendano perché penetra in tutte le menti, perché commuovere tutti i cuori.
12 sacerdoti si recarono avanti le sette a benedire la salma dorata all’Hotel Milan, di dove essa fu poscia condotta nella chiesetta di San Francesco da Paola. Presso l’altare maggiore sorgeva un catafalco basso e modesto: lo stesso in uso per i funerali comuni. Di fuori, su la facciata della chiesa leggevasi: «Pace-all’anima-di-Giuseppe Verdi-». Dopo l’aspersione e qualche prece, la bara fu deposta su di un carro di seconda classe a due cavalli, e… Cominciò l’apoteosi. Davanti, lungo i fianchi e dietro il carro accomunati dal dolore camminavano signore e donnette, stabilità dell’aristocrazia, dell’arte, della finanza e operai in giacchetta, studenti universitari con i tradizionali berretti e bambini, sacerdoti e soldati, cilindri e cappellacci pellicce e bluse: tutta Milano, tutta l’Italia, tutto il mondo. Fanteria e cavalleria in arme duravano fatica a contenere quell’oceano di teste per impedire disgrazie, e vi furono momenti d’orgasmo, e presso il Cimitero poco mancò che le stesse truppe andassero travolte dall’irrompere della folla smaniosa di accompagnare infine sulla fossa la salma dell’uomo che più onorava l’Italia e l’ingegno umano.
Il corteo percorse via Manzoni, piazza Cavour, via Manin, i bastioni di Porta Nuova, quelli di Porta Garibaldi fino al viale del cimitero Monumentale. Lo spettacolo che presentavano i bastioni, in qualche punto sollevati sulla via incassata fra essi, non si descrive. Soltanto su ora i bastioni attendevano da due ore decine di migliaia di persone. E il carro passava lentamente, avvolto nella nebbia mattinale, assumendo co’ suoi pennacchi e le gale un aspetto fantastico; e dietro camminavano urtandosi, sospingendosi altre decine di migliaia di uomini e di donne basso per la tristezza della funzione e dell’ora. L’insieme faceva pensare, chi sa perché, ai drammi di Shakespeare.
La salma calò nella fossa con l’aiuto di argani, mentre intorno talune donne piangevano. Verdi fu seppellito nel reparto IV, Zona I, accanto ai resti della moglie Strepponi, in attesa della legge, teste approvata dal Parlamento, che autorizzi il trasporto della salma nella «Casa di riposo per i musicisti».
Subito cominciò in pellegrinaggio del popolo al camposanto per vedere la modesta tomba circondata da poche pianticelle: e il pellegrinaggio continua e continuerà ancora fin che duri la riconoscenza.
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Poco noto è il rapporto d’amicizia tra Verdi e il poeta Cesare Pascarella, che in gioventù aveva scritto un sonetto sulla musica verdiana, da lui preferita a quella di Wagner. L’amicizia tra loro due si consolida dopo il Falstaff del 1893: i due trascorsero a Milano anche il Capodanno del 1901, l’ultimo per il maestro.
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ARCHITETTO GIUSEPPE VERDI –
La concretezza di Giuseppe Verdi, la sua praticità economica (bando agli orpelli!), la sua nitida ottica degli ambienti generata da un temperamento asciutto, insomma la sua capacità di costruire spazi con essenzialità, rigore e senso della funzione, ben riflessa nel suo geniale teatro musicale, convergono nell’attività “laterale” di Verdi architetto, ora emergente da un patrimonio grafico proposto per la prima volta alla stampa. Tratto brusco, mano esatta, intenti limpidi, planimetrie decifrabili con chiarezza, indicazioni puntuali su perimetri e proporzioni. La solidità è la stessa che sorregge le strutture narrative delle sue opere.
I disegni qui riprodotti, mai usciti prima dall’archivio privato di Villa Verdi a Sant’Agata, dove sono custoditi dall’erede Angiolo Carrara Verdi, dimostrano questo peculiare talento del più amato tra gli operisti, di cui cade quest’anno il bicentenario della nascita. Della propria dimora, acquisita nel 1848 e situata nel cuore della Bassa Padana, Verdi curò l’intera e dettagliata progettazione. Scrive sua moglie, Giuseppina Strepponi, a Clara Maffei nel 1867: «Comperando il latifondo di Sant’Agata, Verdi si trasformò in architetto». E dopo aver elencato le tappe del rifacimento conclude: «Quando volle Iddio la casa fu finita, e ti assicuro che Verdi diresse i lavori bene e forse meglio di un vero architetto».
Quella tenuta sarebbe diventata il suo rifugio, la sua reggia, il suo ideale di armonizzazione del mondo e la culla delle opere generate nell’arco creativo che da Rigoletto (1851) giunge a Falstaff (1893). Grazie all’operosità del compositore in persona, tutto a Sant’Agata fu riassestato con solerzia puntigliosa. Rinascono il tetto, il fienile, la stalla e soprattutto l’edificio settecentesco che sorge sul terreno. Poi s’aggiungono il laghetto, la ghiacciaia, la colombaia, il mulino e la fornace. «I fogli conservati a Sant’Agata», spiega lo storico della musica dell’Istituto nazionale di studi verdiani Giuseppe Martini, «mostrano come Verdi avesse basato la concezione della parte posteriore della casa e quella di rappresentanza su rapporti modulari e matematici accuratissimi, sfruttando anche la sezione aurea. L’antico edificio venne trasformato da Verdi in una villa di pianta quadrangolare, con due avancorpi simmetrici e un allungamento del corpo posteriore».
Non solo: Verdi si lancia nell’ideazione di meccanismi d’ingegneria, creando infrastrutture e avviando un impianto di riscaldamento formato da condotti in cotto che avrebbero dovuto diramarsi nella casa. Per tale strategia si fece mandare dalla Russia due mastodontiche caldaie: nel 1861 si era recato a San Pietroburgo per allestirvi La forza del destino, ed era stato ospitato in appartamenti caldi che lo avevano difeso dal tremendo inverno russo. Quel soggiorno lo aveva ispirato. Tentò anche di mettere a punto un marchingegno per pompare dal torrente Ongina l’acqua utile all’irrigazione. In una lettera del 1867 all’amico Arrivabene riferisce lo stato dei lavori per il canale sotterraneo, confidandogli di passare tutto il suo tempo con gli operai «per strapazzarli e dirigerli». Aggiunge che gli preme di più essere apprezzato in tale mansione che come musicista: «È questo il debole del signor maestro», dice adottando il vezzo di parlare di sé in terza persona. «Se tu gli dici che il Don Carlos non val niente non gliene importa un fico, ma se tu gli contrasti la sua abilità nel fare il magut (muratore, in milanese, ndr) se n’ha a male…».
Questa smania d’inventare spazi è un nucleo fondante del suo teatro: profetico nelle regie strutturali delle sue opere, pensava la musica anche in rapporto alla messinscena. È anche in quest’innesto immaginativo che si riflette la sua modernità di uomo di teatro. Inoltre Verdi “governava” materialmente (o registicamente) la concretizzazione teatrale dei suoi lavori, come testimoniano le sue “disposizioni sceniche” su carta. Dalla Francia, dopo l’esperienza de Les Vêpres siciliennes, aveva importato in Italia tale pratica in uso a Parigi. Pur essendo di volta in volta gli spettacoli affidati ai “direttori di scena” (qualcosa di analogo ai registi odierni), ogni particolare era controllato dal suo sguardo vigile. Annotava a margine della musica le sue intenzioni teatrali, in aggiunta alle didascalie, e le sue «piantazioni» sono ricche di schemi e vignette, con spiegazioni grafiche precise riguardo ai movimenti dei personaggi. Verdi costruttore di spazi può disegnare la Sala del Consiglio di Simon Boccanegra o le entrate e uscite del coro di Aida o la piazza del Don Carlos, specificando con numeri e lettere dinamiche e spostamenti.
Le sue doti architettoniche confluiscono anche in due imprese benefiche: l’Ospedale di Villanova d’Arda nel Piacentino e la Casa di Riposo di Milano. Nel 1878 viene dato l’incarico di progettare il primo di questi due edifici all’architetto cremonese Vincenzo Marchetti, ma sarà Verdi a suggerire la mappa delle stanze e la visione strutturale dell’insieme. Alla costruzione del ritiro milanese per vecchi musicisti provvede invece l’architetto Camillo Boito, fratello di Arrigo, autore dei libretti di Otello e Falstaff.
I lavori vengono terminati nel ’99. Verdi se ne accollò le spese senza renderlo noto. Odiava ogni forma di autopromozione. Per sua volontà, la palazzina in stile neogotico di Piazza Buonarroti fu inaugurata nel 1902, cioè dopo la sua morte (1901). In quella casa prediletta («è la mia opera che più mi piace»), destinata a quelli che definiva «i poveri e cari compagni della mia vita», Verdi è sepolto, nell’oratorio, accanto a Giuseppina.
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Negli Anni Settanta, dopo il trionfo internazionale di Aida, l’esistenza di Verdi è sempre più ritirata e solitaria, poco propensa alle frequentazioni mondane. La tenuta di Sant’Agata lo assorbe quasi totalmente nel seguire il lavoro dei campi. «La prego… non aquila di Busseto ma Contadino delle Roncole», scrive a Giuseppina Morosini, affettando una severa ostentazione della propria origine rustica. L’artista ama la solitudine, ma dal suo ritiro lo sguardo spazia sull’Italia e sul mondo.
Un pessimismo radicale dilaga in quelle giornate solitarie, passate con la Strepponi in «lunghe e tenebrose meditazioni», rotte solo da pochissime visite. Dall’osservatorio verdiano di Sant’Agata il panorama politico appariva desolante. Passato l’entusiasmo risorgimentale, tramontato l’idealismo della lotta per la libertà, ogni memoria sembrava tramontata. «Ma chi pensa ora a quei martiri nostri che si sacrificarono per la Patria?» scrive la contessa che aveva perso un fratello durante i giorni della Repubblica Romana: «Non già chi sta a capo del Governo [Depretis] e meno ancora questa folla di affaristi che popola Montecitorio, per cui il bene del Paese è l’ultimo dei pensieri. Che disgusto si prova al vedere caduto sì basso il pensiero Nazionale!». E Verdi di rimando: «Crede ella ancora alla riconoscenza?!!! La riconoscenza è un peso anche per gli individui: s’immagini dunque se possono sentirla gli uomini di governo». Verdi loda la Morosini quando legge sul Fanfulla la notizia che lei studia il modo di migliorare la vita dei contadini, e commenta che le buone azioni fanno tanto bene. Ma i disordini e certe pretese delle classi rurali lo preoccupano: «Questi scioperi a lungo produrranno la barbarie e la distruzione. Non parlo della nostra politica interna ed esterna. Chiudo gli occhi, e le orecchie per non vedere e sentire».
Non si parla di musica nelle lettere. Le imprese degli ultimi anni – il rifacimento di Simon Boccanegra, Otello eFalstaff – traspaiono solo per piccoli accenni nelle gentilissime lettere della Morosini, che si entusiasma suonando al pianoforte il nuovo Boccanegra, ma ha il divieto di domandare alcunché sui nuovi progetti del vecchio compositore: «Qui tutti si aspettano a vederci presto sorpresi da qualche nuovo vostro lavoro: ma zitto, se no mi mandate un’altra sgridata». Ma se il fervore creativo delle due ultime opere ribolliva nelle contemporane e lettere a Boito, la buona Contessa aveva il privilegio di raccogliere le confidenze privatissime di un’anima sfiduciata e stanca, oppressa poi, negli ultimi otto anni, dall’inerzia forzata della vecchiaia.
Andando avanti nella vita, l’orizzonte di Verdi appare sempre più oscuro. Gli anni pesano: «I dispiaceri sono il pane quotidiano della vita, ma arrivati ad una certa età aumentano con una forza sorprendente». Anche se intanto «scarabocchio ancora qualche nota; e non mi affatico perché il genere mi diverte e tra me faccio qualche grossa risata». Il Falstaff è quindi in gestazione: vietato, però, saperne di più. Dopo l’ultimo trionfo, l’artista tace. La salute se ne va. «Questo mondo è pur noioso»; «Oh se potessi lavorare!»; «Ella ha dei figli affezionati e premurosi… Io son solo!! Triste triste triste!». Si spengono, così, a poco a poco, «quello sguardo potente e insieme dolcissimo (…) la naturale semplicità e affabilità dei modi», affettuosamente descritti dalla Contessa Giuseppina come ritratto del suo interlocutore. E il carteggio, iniziato con giovanile allegria, in brillante tono cortese, finisce in pianissimo, come le ultime battute del Requiem.
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La Stampa, venerdì 22 giugno 2012
È poco nota la passione botanica che innervava le ore liete di Giuseppe Verdi (1813-1901). Nato in una piccola casa di campagna a Roncole, oggi museo natale del compositore, dopo il successo del Nabucco nel 1848 acquista una piccola tenuta a Sant’Agata di Villanova sull’Arda, nella pianura piacentina, dove si trasferisce pochi anni più tardi. Fa restaurare e ampliare l’abitazione, si applica alla disciplina dell’arboricoltura e inizia a disegnare un parco all’inglese, scegliendo anche specie alloctone ed esotiche, immaginando un laghetto artificiale attraversato da un ponticello. Respirando l’aria di questa campagna Verdi compone buona parte della trilogia popolare, fra il ’51 ed il ’53, composta da Rigoletto, Trovatore e Traviata.
All’ingresso del parco svetta un grande platano plurisecolare, l’unico albero già presente al momento dell’acquisto da parte di Verdi. Gli eredi e attuali proprietari affermano che sia un albero di almeno 300 anni, della specie Platanus orientalis, ma chi scrive serba qualche dubbio sull’età. I sentieri si trovano prevalentemente in ombra, nel corso di un secolo e mezzo la flora s’è moltiplicata, gli alberi appaiono in buona salute e così oggi si possono incontrare noci del Caucaso, noci americani, farnie, tassi, cipressi dell’Arizona, siepi di carpino nero e ancora magnolie grandiflora, pioppi neri, tigli, abeti, falsi cipressi, esemplari di alberi della pioggia dorata. Fra gli alberi più spettacolari un altissimo noce americano, che sfiora i 28 metri, una magnolia dall’insolita altezza di circa 25 metri e un Ginkgo biloba femmina che se ne sta accanto alla villa, un tronco da cui parte un figlio ruspante, due ramificazioni sostenute da bastoni.
Una barchetta dal tono romantico sta davanti alle tre grotte, tipiche di molte ville di metà 800, che inaugurano il laghetto artificiale a due polmoni immerso nella pacifica ombra coltivata da una ventina di tassodi, i cipressi della palude immancabili nei parchi cittadini e nei giardini storici. Sono cresciuti in altezza, intorno ai 30 metri, ma non molto in circonferenza, con i maggiori che si aggirano fra i 280 ed i 300 cm. La costa è costellata di radici affioranti, i pneumatofori che servono a questa specie per respirare fuori dall’acqua. Mancano una mappa ed una pubblicazione che illustrino le meraviglie botaniche qui presenti, ma presto anche questa lacuna sarà colmata.
La villa e il parco sono visitabili da marzo a ottobre, tutti i giorni (9.30-11.30 e 14.30-18.30 tranne il lunedì). Per informazioni: 0523 83.00.00.
Tiziano Fratus
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Il Messaggero, giovedì 21 gennaio 2010
IL 13 aprile del 1893 giunse a Roma, da Milano, un treno speciale. Portava nella Capitale un uomo atteso da tutta la città: Giuseppe Verdi. Il maestro aveva accettato di presenziare alla “prima” romana del suo Falstaff, il 15 aprile, due mesi dopo il debutto assoluto alla Scala del 9 febbraio dello stesso anno. Una gran folla accorse alle undici di sera alla stazione per dargli il benvenuto. Molte le autorità, dal sindaco principe Ruspoli, al maestro Edoardo Mascheroni con l’orchestra del Costanzi e tanta gente comune. Il convoglio arrivò con 20 minuti di ritardo e appena avanzò nella stazione il pubblico cominciò ad applaudire e a gridare «viva Verdi!». Ma non è finita qui. Dopo il clamoroso successo della “prima”, il compositore, nonostante l’età avanzata, non poté evitare di rispondere alla folla esultante che riempiva via Nazionale. Si affacciò a una delle finestre dell’Hotel Quirinale, dove ancora oggi una targa ricorda quell’evento.
Al Quirinale alloggiavano, di preferenza, cantanti e artisti impegnati al Costanzi, che trovavano funzionale il passaggio segreto di collegamento tra l’albergo e il teatro, voluto dallo stesso costruttore del Massimo romano, Domenico Costanzi, l’imprenditore marchigiano al quale peraltro si deve l’albergo stesso, nei primi anni Settanta del XIX secolo. Per l’esattezza, l’hotel fu inaugurato l’8 gennaio 1874. Il 25 novembre 1880 ebbe invece luogo l’inaugurazione del vicino Teatro dell’Opera, che nella neonata Capitale ancora mancava e che Costanzi volle collegare all’albergo con il famoso passaggio interno. Si tratta, in pratica, di una comoda galleria coperta che agli artisti dell’epoca parve una meravigliosa opportunità. Ne hanno “approfittato” personaggi come Toscanini, Puccini, Mascagni, Caruso, Del Monaco e, in anni più recenti, Carla Fracci, Nureyev e addirittura la mitica Callas, protagonista nel 1958 di una chiaccheratissima fuga dal palcoscenico, proprio attraverso la fatidica galleria. E che dire degli incontri, nel corridoio segreto, fra Eleonora Duse e Gabriele D’Annunzio, che soggiornarono insieme al Quirinale nel 1901, in occasione della “prima” assoluta della Francesca da Rimini? Infine, le mura del vecchio albergo ricordano la grande Isadora Duncan, che nel 1912 passeggiava a piedi nudi non solo nel passaggio segreto, ma anche nei saloni.
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dalla biografia di Montanelli
Era di una frazione di Busseto in quel di Parma, e fin quasi da adulto credeva di essere nato il 9 ottobre del ’14, come gli aveva detto sua madre. Invece era nato il 10 ottobre del ’13, e già questo rivela l’umiltà d’una famiglia che non sapeva tenere nemmeno i conti anagrafici. Suo padre aveva una botteguccia di generi alimentari, e per farlo studiare a Busseto lo mise a pensione da un ciabattino, cui pagava una retta di trenta centesimi al giorno.
“Un musicista con l’elmo in testa” lo definiva sprezzantemente Rossini.
Sebbene ormai ricco e trionfante, seguitava a vivere da studente povero, in un alloggetto disadorno e senza conforti. E buon per lui che ad accudirlo fosse sopravvenuto un suo giovane compaesano, Muzio, anche lui allevato da Barezzi per farne un musicista. Musicista non diventò perché di talento era totalmente sprovvisto. Ma in compenso possedeva sconfinate riserve di umiltà e di dedizione, che mise al servizio del Maestro e di cui il Maestro profittò con esemplare egoismo. Gli faceva far di tutto, da segretario, da cuoca, da lavandaia, ma soprattutto da infermiere. Verdi aveva una salute di ferro. Ma nei momenti di tensione – e in questo periodo di forsennata creatività lo furono tutti, senza pause – i nervi gli si ribellavano e gli procuravano mali di gola e crampi di stomaco. Allora diventava irascibile e se la rifaceva col povero “testa rossa”, come aveva ribattezzato Muzio per via dei suoi fulvi capelli.
Il Nabucco, che aveva dato avvio alla gloria di Verdi, aveva segnato il declino della stella di Giuseppina Strepponi. Sebbene allora avesse solo trent’anni, aveva cominciato a soffrire di abbassamenti di voce e di deliqui, che poco dopo l’avevano costretta ad abbandonare le scene. La sua salute era rimasta scossa da un dramma sentimentale, sopportato con estrema dignità, ma fra indicibili tormenti. Con la solita sciocca timoratezza, i nostri biografi hanno sorvolato il particolare facendovi solo delle allusioni, che per di più erano sbagliate. Essi credevano che il destinatario della sua passione, cui Giuseppina si riferiva con l’iniziale M. nei rari sfoghi che faceva per lettera all’impresario fiorentino Lanari, fosse Merelli. C’è voluto uno studioso inglese, Walker, per appurare che si trattava invece di Moriani: il quale, regolarmente ammogliato, non si era più curato né di lei, né dei due figli ch’essa gli aveva dato. Una terza gravidanza, interrotta da un aborto, l’aveva definitivamente stroncata e costretta a ritirarsi a Parigi, dove dava lezioni di canto per mantenere, oltre ai due bambini, la madre vedova, due fratelli e una sorella malata di etisìa.
Nonostante i trionfi mietuti in gioventù, questa donna coraggiosa e duramente provata dalla vita non era affatto “diva”. Anzi, sapeva stare al suo posto, e lo preferiva di secondo piano. Quella che nacque fra lei e Verdi non fu una passione, e forse nemmeno un amore, ma un’amicizia che piano piano si trasformò in un affetto profondo e duraturo. Verdi era un solitario che aveva bisogno di compagnia, e nessuno sapeva dargliela come Giuseppina, che intuiva i suoi umori e vi s’intonava docilmente. Lo liberava da tutti i fastidi, e specialmente dalla corrispondenza: le lettere di Verdi che riempiono cinque grossi volumi, sono in realtà lettere di Giuseppina, che oltre al resto era più colta e sapeva scrivere meglio di lui. Essa seppe anche sopportarne le debolezze e meschinerie. Verdi, che per mentalità era un piccoloborghese, per molti anni si vergognò della sua relazione con questa donna di teatro madre di due bastardi, e la nascose agli occhi del mondo per paura delle maldicenze. Maldicenze infatti ce ne furono specie a Busseto, dove i due si rifugiarono. Tutti gridarono allo scandalo e trattarono Giuseppina come un’appestata, compreso Barezzi. Verdi si ritirò in campagna rompendo anche con lui, ma lo screzio fu di breve durata, e ad aggiustarlo fu proprio Giuseppina. L’antico benefattore fu conquistato da lei tanto che prese a chiamarla “la mia quasi figlia”. Pure, dovettero trascorrere dodici anni prima che Verdi si decidesse a sposarla. Più tardi quando lui, ormai sessantenne, s’innamorò di Teresa Stolz, l’interprete di Aida e, quel che è peggio, ne fece ostentazione, Giuseppina sopportò in silenzio l’affronto, e non certo per indifferenza. “La tua lettera di martedì – gli scrisse a Milano – e i miei presentimenti mi consigliano di declinare l’offerta che mi fai di venire ad assistere alle prove della Forza del Destino. Tollera dunque che il mio cuore esacerbato trovi la dignità del rifiuto, e Dio ti perdoni l’acutissima e umiliante ferita che mi hai recato.” Verdi rispose portandole in casa la rivale, e Giuseppina l’accolse con grande cordialità qualificando “infami e stolte dicerie” le voci che correvano sul conto di lei e di suo marito. Ma alla sua amica Maffei confidava: “Non credo più niente e nessuno. Quando qualcuno dice di volermi bene, rido”.
Ma nemmeno quella rivincita bastò a ridargli la gioia di vivere. Proprio quell’anno morivano suo padre e Barezzi, e il suo carattere diventava sempre più suscettibile e ombroso. Restituì la Commenda della Corona d’Italia, di cui era stato insignito, al Ministro Broglio che aveva deplorato la decadenza del melodramma italiano dopo Rossini, e ruppe i rapporti col maestro Mariani, suo devoto amico, non solo perché aveva diretto il Lohengrin, ma anche perché aveva avuto una relazione con Teresa Stolz, l’ultimo suo amore e il più tempestoso. Quando di lì a poco Mariani morì, roso da un cancro, commentò freddamente: “Per l’arte, è una perdita”.
Il fatto è che Verdi non sapeva come riempire le sue giornate. Altri interessi, fuorché la musica, non aveva. Non leggeva, non seguiva gli avvenimenti politici, e l’unico capriccio che un po’ lo teneva occupato era una collezione di autografi.
Ma stavolta era proprio l’ultimo, sebbene ormai tutti avessero smesso di crederci. Il pancione girava il mondo dovunque acclamato. I critici si scervellavano a spiegare il miracolo di quell’ottantenne quercia che ad ogni stagione rinnovava le sue fronde. Sul suo tavolo si accatastavano telegrammi di felicitazioni e di omaggio. Ma Verdi era triste: la musica aveva smesso di zampillare dentro di lui. Quando seppe che il Re voleva dargli il Collare dell’Annunziata, lo pregò di astenersene. E quando il Conservatorio di Milano gli chiese il permesso di fregiarsi del suo nome, rifiutò: non aveva ancora digerito la bocciatura di sessant’anni prima, eppoi tutto questo baccano lo infastidiva. Aveva terribilmente sofferto quando sembrava che il pubblico, sedotto dalla nuova musica wagneriana, gli voltasse le spalle. Ora che tornava in massa a lui, non sapeva che farsi dei suoi osanna. E neanche dei soldi sapeva che farsi. Ne aveva accumulati tanti a furia di non spendere. Comprò un vasto terreno alla periferia di Milano per erigervi una Casa di riposo per i musicisti poveri e anziani. Destinò gran parte dei suoi diritti d’autore all’ospedale di Villanova d’Arda. Anche fisicamente declinava. “Sono mezzo sordo, mezzo cieco, parlo a stento...”.
Ai primi del ’97 ebbe un lungo svenimento che fece pensare al peggio. Morì invece Giuseppina, stroncata da una polmonite. Fu un colpo terribile per il vegliardo: proprio a tutti, oltre che a se stesso, era dunque condannato a sopravvivere? Il tempo passava più lento che mai nella sua vuota casa di campagna. Si ritrasferì a Milano nel solito albergo di via Manzoni. E qui, nel gennaio del 1901, fu colto da una paralisi che gl’immobilizzò il lato destro. Spirò sei giorni dopo, senz’aver ripreso conoscenza. “Per i funerali, basteranno due preti, una candela e una croce” aveva lasciato scritto. E la sua volontà fu rispettata. Ma un mese dopo, quando la sua salma fu traslata, insieme a quella di Giuseppina, dal Cimitero Monumentale alla cripta della Casa di riposo, tutta Milano era lì, e furono le vere esequie del Risorgimento. Un coro intonò: “Va’, pensiero, sull’ali dorate”. Lo dirigeva un giovane maestro suo quasi compaesano: Arturo Toscanini, che anche noi abbiamo fatto in tempo a conoscere e applaudire a lungo.
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Grand Hotel et de Milan. L’appartamento del Grand Hotel et de Milan, dove Verdi morì nel 1901, è ancora intatto. Quando il compositore si ammalò, il signor Spatz, proprietario dell’albergo, appese all’ingresso più volte al giorno i bollettini con lo stato di salute.
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• Giova in questo senso ricordare che il Nabucco era stato dedicato nel 1842 da Verdi a Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena e I lombardi alla prima crociata l’anno successivo a Maria Luigia d’Asburgo, duchessa di Parma. Tutto molto ben misurato.
Solo sull’entusiasmo del 1848 Verdi ha compiutamente abbracciato la causa unitaria: il suo primo contributo musicale davvero “impegnato” è infatti venuto solo nel 1849 con La battaglia di Legnano. La sua passione politica è durata poco, si è riconsegnato subito ai suoi impegni di lavoro e alla sua complicata relazione con Giuseppina Strepponi. Nel 1861 Cavour lo aveva fatto deputato nel primo Parlamento
nazionale: ci è andato pochissimo, era un grande assenteista e alla fine del mandato non si è ricandidato. Il carattere del suo ruolo politico è perciò tutto nella forza simbolica che è stata affidata alle sue musiche e al fortunato caso che ha permesso al suo cognome di diventare l’acronimo di “Vittorio Emanuele Re D’Italia”, per cui scrivere o urlare “Viva Verdi” diventava un modo neppure troppo criptico di manifestare un’idea politica. È però un marchingegno inventato da qualche cronista fantasioso e quasi certamente ex post: raccontare che il grido avesse una funzione rivoluzionaria al debutto del Nabucco è un falso molto patriottico e altrettanto patetico. Il re di Sardegna era allora Carlo Alberto e Verdi avrebbe dovuto chiamarsi Cardi. [1404526]
• una volta, a chi gli rimproverava la convivenza con la Strepponi e gli anni trascorsi insieme prima di sposarla, scrisse parole di fuoco: «Io non ho nulla da nascondere. In casa mia vive una Signora libera e indipendente, amante come me della vita solitaria. Né io né lei dobbiamo a chicchessia conto delle nostre azioni; ma d’altronde chi sa quali rapporti esistano fra noi? Quali gli affari? Quali i diritti che ho io su di lei, ed Ella su di me? Chi sa se è o non è mia moglie? Chi sa se ciò sia bene o male? Non potrebbe anche essere un bene?» [91122]
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• Sembra che le ultime parole di Giuseppe Verdi, sul letto di morte, siano state:”Bottone più, bottone meno”. Nel delirio, polemizzava con la cameriera. [56094]
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• Giuseppe Verdi non si allontanava da Busseto, il suo paese natale, senza il culatello: se lo portò anche a San Pietroburgo per il debutto de”La forza del destino”. Nella villa di Sant’Agata aveva fatto mettere lo scrittoio vicino alla finestra, per poter contemplare le stalle, che all’epoca erano proprio di fronte, e prima di mettersi a comporre faceva il giro della tenuta e chiedeva ai fattori:”Come sta oggi il vitellino? Avete sistemato il pioppo là in fondo?”. [56093]
• Giuseppe Verdi adorava”Il Cova”, una pasticceria meneghina che esiste dal 1817. Qui acquistava il panettone per la sua seconda moglie, la”Peppina” (’Credo che andasse lui stesso a metterlo nel forno”, scrive Dario Niccodemi). D’estate, il maestro proponeva ai suoi ospiti un semifreddo fatto con burro, amaretti e savoiardi: era uno dei pochi italiani dell’epoca a possedere una ghiacciaia. Verdi pasteggiava a champagne e invitava sempre gente a casa. Tra i suoi piatti preferiti c’erano i tortelli ripieni di erbetta con il lambrusco. Viaggiando per le cure termali, tra Montecatini e Monsummano, aveva imparato ad apprezzare anche le specialità toscane, che ordinava con puntiglio: Chianti sì, ma solo di un certo tipo; olio d’oliva leggero per le fritture e più corposo per il consumo a crudo. Era anche un ottimo cuoco. In una lettera alla famiglia Ricordi illustra una ricetta per la spalla cotta, da mangiare con la torta fritta, completa di tutti i trucchi per non farla diventare stopposa:”Metterla nell’acqua tiepida per circa 12 ore onde levargli il sale, trasferirla in acqua fredda e poi farla bollire a fuoco lento, onde non scoppi, per circa 3 ore e mezza. Per sapere se la cottura è al punto giusto, si fora la spalletta con un curedents”. [56087]
Quando in città si sparse la voce che Verdi era stato colpito da un’emorragia cerebrale, i milanesi portarono da casa delle fascine di paglia e le stesero sul selciato di via Manzoni, sotto la suite 105 del Grand Hotel et de Milan, in modo da attutire il rumore di carri e tranvai e alleviare così le ultime ore del maestro. Il signor Spatz, proprietario dell’albergo, appendeva all’ingresso più volte al giorno i bollettini con lo stato di salute. Verdi morì il 27 gennaio 1901 ed ebbe, com’era suo desiderio, funerali modestissimi: quattro ceri, un rito brevis e un cartellone con scritto”Pace all’anima di Giuseppe Verdi”. Esattamente un mese dopo, il 27 febbraio, i milanesi celebrarono un secondo trionfale funerale che durò 12 ore e vide protagonista Arturo Toscanini. Sotto la sua direzione, il popolo intonò il”Va’ pensiero”. [55906]
«Il famosissimo medico... avvicinò al suo orecchio l’orologio da tasca, un orologio che, toccato sul pulsante, mandava qualche nota di un minuscolo carillon. A quelle piccole note, a quel piccolo canto, il caro vecchio aprì gli occhi come per dire: “Ho udito"» (Orio Vergani sul “Corriere della Sera” del 27 gennaio 1951). [52871]
• Nel 1856 Giuseppe Verdi ricevette in regalo un cagnolino di razza maltese (preferita dagli aristocratici dell’epoca). Si trattava di un maschio, ma Verdi volle comunque dargli un nome da femmina, Lulù. Il maestro non se ne separava mai: quando componeva, lo teneva su una poltroncina vicino al pianoforte, durante le pause gli parlava e gli chiedeva consigli. Un giorno Lulù si ammalò, e Verdi capì che sarebbe morto presto. Commissionò allora al pittore Filippo Palizzi un dipinto a olio di forma ovale, quaranta centimetri per trenta, che ritraeva la bestiola con un fiocchetto azzurro e le zampine poggiate sul tavolo, e lo tenne sempre sul pianoforte (ora è conservato nella camera da letto della moglie, a Villanova D’Adda). Lulù fu tra i pochissimi testimoni delle nozze del compositore, a lungo tenute segrete e rese note solo un anno dopo la morte del cagnolino (28 luglio 1867). Ci fu anche una cerimonia funebre: Verdi depose il corpicino nella buca all’angolo del giardino, in modo da poterla vedere dalla finestra del suo studio. Poche ore dopo scrisse a un amico, il conte Arrivabene: «Povera bestiolina. Il mio dispiacere è grandissimo e la Peppina è nella desolazione». [52513]
• Giuseppe Verdi non amava vestirsi alla moda. Un amico di Genova, Giuseppe De Amicis (cugino di Edmondo), lo ricorda all’epoca delle nozze, nel ’59, con una folta chioma e la barba «da cospiratore della scuola mazziniana». Verdi portava i capelli tagliati a zazzera, anche se la moda degli anni trenta aveva decretato la fine delle pettinature «renaissance» con i capelli lunghi, «che hanno un aspetto di trascuranza». Portava sempre cravatte di seta nera legate a fiocco e una mantellina che ricordava il tabarro paesano. Il suo cappello preferito era rotondo, con grandi ali da rialzare e abbassare a piacere. Per le serate di gala, Verdi indossava invece il cilindro nero, di feltro lucidissimo, una sciarpa di seta bianca a righe colorate e un cappotto nero, di panno pesante (il cappotto era tornato di moda dopo esser stato considerato, per tutto il Settecento, «indumento inelegante»: ma ancora nel 1838 la rivista di moda «Il Corriere delle Dame» lo giudicava roba da cocchieri, parrucchieri e carrettieri). A Verdi piaceva il nero (ma nel 1845 la contessa Appiani gli regalò un paio di bretelle ricamate apposta per lui, in colori vivaci). Oltre i sessant’anni, il maestro scrisse a Chiarina Maffei di rimpiangere i primi anni della carriera, quando possedeva solo quattro camicie e un vestito: «Se la vita diventa troppo agiata, diventa più noiosa». [52212]
• Giuseppina Strepponi, compagna di Giuseppe Verdi, alla vigilia della partenza per San Pietroburgo (dove debutterà “La forza del destino") si lagna del caratteraccio del compositore: «Per evitare ogni burrasca mi son proposta di dargli sempre ragione, dalla metà d’ottobre a tutto giugno, prevedendo che durante la fatica dello scrivere e delle prove non ci sarà modo di persuaderlo che possa aver torto una volta sola!». [52031]
• A sette anni il bimbo Giuseppe Verdi serve messa. Perso nel suono dell’organo, si scorda di passare al prete le ampolle d’acqua e vino. Il prete gli allunga un calcio, lui fugge gridando: «Dio t’manda na sajetta». Otto anni dopo il prete viene colpito da un fulmine mentre canta i vespri. [52030]
• Giuseppe Verdi indossava il tabarro (ampio mantello da uomo) soltanto in campagna, a Busseto, mentre quand’era a Milano portava preferibilmente il paltò. [23789]
• Pascarella aveva assistito alla prima esecuzione del “Falkstaff”, e dopo l’opera era andato con Verdi, Boito e altri amici a cena in un ristorante dove uno dei commensali, senza dar peso alle proprie parole, fece osservare al Maestro che nell’aria “Quando ero paggio del duca di Norfolk” l’accento cadeva erroneamente sulla seconda “o” invece che sulla prima, come esigeva l’esatta pronuncia del nome. Verdi impallidì e, contrariato, battè il pugno sul tavolo. “Nòrfolk, Nòrfolk”. Il successo che aveva riscosso l’opera fu dimenticato, e Verdi restò cupo e silenzioso per tutto il resto della serata». [21304]
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La stessa Milano, ai contemporanei, doveva sembrare caotica. Al punto che nel 1901, per rispetto di Verdi agonizzante al Grand Hotel, viene proibito ai conduttori di tram che passano di suonare il clacson davanti all’albergo. «Quasi a voler risparmiare al grande genio morente, nato e vissuto nei silenzi dell’Ottocento, il fragore di una nuova epoca che si apre»
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1899 In febbraio-maggio Verdi è a Genova; in luglio a Montecatini in compagnia di Teresa Stolz; in agosto a Sant’Agata. Sempre più spesso è a Milano, nel suo appartamento al primo piano del Grand Hôtel et de Milan. In questa città, il 16 dicembre firma il documento che stabilisce la fondazione della Casa di riposo per musicisti. Trascorre le feste natalizie e il capodanno in compagnia di amici.
1900 In marzo Verdi si trasferisce a Genova, dove trascorre la Pasqua in compagnia di Boito. Il 14 maggio, a Milano, firma il testamento con il quale nomina Maria Carrara Verdi erede universale; fra i numerosi lasciti, quello all’Ospedale di Villanova d’Arda e alla Casa di riposo per musicisti, alla quale sono destinati tutti i diritti d’autore delle sue opere. In maggio Verdi è a Sant’Agata, che lascia per l’ultima volta il 4 dicembre per recarsi a Milano in compagnia della figlia Maria.
1901 Verdi trascorre il capodanno all’Hotel de Milan in compagnia di Boito, Pascarella, Teresa Stolz, del pittore Carlo Mancini e di un ristretto gruppo di amici. Il 18 gennaio scrive alla cognata Barberina Strepponi:”sono da quasi quindici giorni in casa perché ho paura del freddo!! Io sto abbastanza bene, come in passato, ma ripeto ho paura del freddo!! (…) Speriamo che le belle giornate come questa d’oggi continuino”. Il 21 gennaio, alle 10,30 del mattino, viene colpito da paralisi per emorragia cerebrale. Verdi lotta con la morte per sette giorni ed alle ore 2,45 del mattino del 27 gennaio il medico Grocco in lacrime, annunzia la morte ai presenti. La sua salma riposa, insieme a quella della moglie, nella cappella della Casa di riposo per musicisti”Giuseppe Verdi”.
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• Cent’anni fa è morto il compositore Giuseppe Verdi. «(…) a Milano nel solito albergo di via Manzoni, nel gennaio del 1901, fu colto da una paralisi che gl’immobilizzò il lato destro. Spirò sei giorni dopo, senz’aver ripreso conoscenza. “Per i funerali, basteranno due preti, una candela e una croce” aveva lasciato scritto. E la sua volontà fu rispettata. Ma un mese dopo, quando la sua salma fu traslata, insieme a quella di Giuseppina, dal Cimitero Monumentale alla cripta della Casa di riposo, tutta Milano era lì, e furono le vere esequie del Risorgimento. Un coro intonò: “Va’, pensiero, sull’ali dorate”. Lo dirigeva un giovane maestro suo quasi compaesano: Arturo Toscanini». [Indro Montanelli, Storia d’Italia, Rizzoli 1971]
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Quando in città si sparse la voce che Verdi era stato colpito da un’emorragia cerebrale, i milanesi portarono da casa delle fascine di paglia e le stesero sul selciato di via Manzoni, sotto la suite 105 del Grand Hotel et de Milan, in modo da attutire il rumore di carri e tranvai e alleviare così le ultime ore del maestro. Il signor Spatz, proprietario dell’albergo, appendeva all’ingresso più volte al giorno i bollettini con lo stato di salute. Verdi morì il 27 gennaio 1901 ed ebbe, com’era suo desiderio, funerali modestissimi: quattro ceri, un rito brevis e un cartellone con scritto”Pace all’anima di Giuseppe Verdi”. Esattamente un mese dopo, il 27 febbraio, i milanesi celebrarono un secondo trionfale funerale che durò 12 ore e vide protagonista Arturo Toscanini. Sotto la sua direzione, il popolo intonò il”Va’ pensiero”.
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• La cerimonia si tiene nella chiesa di San Francesco di Paola, in via Manzoni, proprio di fronte all’Hotel Milan nel quale Verdi risiedeva. I paramenti funebri della chiesa riportano queste semplici parole: «Pace all’anima di Giuseppe Verdi». All’interno della chiesa il settimanale L’Illustrazione Italiana descrive «un semplice catafalco bassissimo con quattro candelabri ai lati: nessun altro addobbo» (Giuseppe Barigazzi).
• Alle 7 di mattina il corpo viene trasportato al cimitero Monumentale di Milano. È buio e i fanali sono ancora accesi. Mezza Milano segue il feretro sino al cimitero. La gente è così tanta che le sei carrozze a disposizione dei parenti e degli amici sono lasciate indietro dalla massa di persone al seguito. Malgrado il sacerdote che guida la processione cammini lento, deve più volte fermarsi per la calca. «Sul piazzale del cimitero, mancò poco che i bersaglieri, le guardie, i carabinieri, non fossero sopraffatti» (Giuseppe Barigazzi).
• Alle 8.15 il feretro è calato, come aveva lasciato scritto nel testamento Verdi, accanto a quello della seconda moglie Giuseppina Strepponi. [Barigazzi] [Leggi anche la morte di Verdi il 27 gennaio 1901 e il trigesimo il 27 febbraio 1901]
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• All’alba Giuseppe Verdi riceve l’estrema unzione (Verdi era un convinto anticlericale, ndr). [Toye]
• Il sacerdote che gli ha somministrato l’ultimo sacramento «si sentì in dovere di testimoniare che la lunga stretta di mano del morente aveva forse segnato la sua conversione» (Casini). [Casini]
• Iniziano ad arrivare numerosi telegrammi dal Re, dai ministri, deputati, amici e ammiratori. La folla si raduna ansiosa al di fuori del suo albergo in via Manzoni, in silenzio. [Leggi anche il 27 gennaio 1901]
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La mattina del 21 viene accuratamente visitato dal dottor Caporali. Lo trova in buona salute. Verdi si riveste, sulla sponda del letto, aiutato dalla fedele governante romagnola, Teresa Gentilini. Trova difficoltà ad abbottonarsi il gilet. Gli sembra che troppi bottoni non obbediscano più alla sua mano diventata all’improvviso distratta e stanca. Anche la governante glielo fa notare e Verdi prontamente replica: «Bottone più bottone meno...», e queste sono le sue ultime parole, prima di stramazzare rivelto sul letto. La cameriera chiede aiuto, torna il medico, ma la situazione appare ormai irriversibile: un attacco di emiplegia destra ha paralizzato il Maestro. Parte il telegramma convenzionale e da Montecatini Grocco si precipita al capezzale di Verdi, ormai incosciente. Gli avvicina all’orecchio il suo orologio per fargli sentire la musica familiare del carillon da anni cara a Verdi. Per un istante Verdi apre gli occhi come per dire che ha capito che il suo caro amico, il medico in cui ha sempre riposto tanta fiducia, è lì accanto a lui.
Nell’appartamento si sono riuniti Boito, Ricordi, la Carrara Verdi, Giuseppe Giacosa, Giuseppe Spatz, proprietario dell’albergo, il cognato Demetrio Barezzi, il fratello superstite di Margherita, la prima moglie del Maestro. Il cuore del Vecchio resiste per otto giorni, completamente immobile nel letto. La situazione lentamente si aggrava: ogni dieci-dodici respiri segue una pausa e le pause si fanno via via più frequenti e più lunghe. Il ritmo cessa e riprende; per interminabili secondi non un moto, un sussulto, poi la vita e l’armonia del fiato ritornano udibili.
Grocco rimane sempre lì, fisso al suo fianco, non lo lascia un solo secondo. Ogni tanto si alza e gli controlla il respiro con l’orecchio appoggiato al petto. Finché l’ultimo soffio di vita è come il cadere della bacchetta dal podio. È la notte fra il 26 e il 27 gennaio, alle 2.50. Verdi muore senza riconoscere nessuno di quelli che gli stanno intorno.
Fuori è freddo e buio. Il Comune aveva fatto stendere della paglia davanti all’albergo perché il traffico mattutino dei carri non disturbasse il Maestro. Appena si propaga la notizia della morte del compositore, arrivano telegrammi di condoglianze del Re, dei ministri, dei presidenti della Camera e del Senato, di tenori, soprani, direttori d’orchestra e impresari, ma anche quelli di gente del popolo tipo l’umile prete di campagna che scrive: «La Vergine degli angeli ti copra col suo manto».
Le sue ultime volontà rispecchiano i modi semplici con cui aveva caratterizzato tutta la sua vita. Queste alcune frasi del suo testamento: «Ordino che i miei funerali sieno modestissimi e si facciano allo spuntar del giorno od all’Ave Maria di sera, senza canti e suoni. Basteranno due preti, due candele ed una croce.» Ordina anche che non venga mai toccato il grande parco di S. Agata, cresciuto insieme alla sua fama.
E le sue ultime volontà sono rispettate. I funerali si svolgono la mattina del 30 gennaio, su un carro di terza classe, alle sei e mezzo, senza alcuno sfarzo. Però, i funerali solenni avvengono il 20 febbraio. Una folla immensa saluta le salme di Giuseppe e Giuseppina Verdi, che lasciano il cimitero monumentale per una cripta nella Casa di riposo, quella costruzione che Verdi ha considerato l’ultima sua grande opera. Nel suo testamento aveva espresso «il vivo desiderio di essere sepolto in Milano con mia moglie nell’oratorio che verrà costruito nella Casa di Riposo dei musicisti da me fondata».
[Luca De Simone, http://archivio.tuttomontecatini.it/verdi1.html].
Giuseppe Barigazzi, La Scala racconta, Hoepli Milano 2014