Domenicale, 26 aprile 2026
Calvino, il sorriso di sentirsi "taroccato"
Avete mai visto Italo Calvino che ride? Poche fotografie pubbliche lo ritraggono così. Una la trovate in questa pagina. Fa parta di un gruppo di tre foto e la loro storia viene da lontano.
Il 3 maggio 1969 Calvino scrive da Parigi una lettera a Gianni Celati per raccontargli come sia completamente assorbito da un mazzo di tarocchi marsigliesi con cui cerca di «produrre un numero di varianti praticamente infinito». Le carte, spiega, funzionano come lo Zahir del racconto di Borges: «l’oggetto che una volta visto non riesci più a dimenticare in nessun istante, così che non posso più fare niente, appena mi siedo alla scrivania comincio a disporre tarocchi sul tavolo». A volte poi prosegue sul pavimento per via dell’alto numero di carte. La lunga lettera, ora inclusa in Alì Baba e altri discorsi («Riga», Quodlibet), continua spiegando per varie pagine i suoi differenti tentativi di ricavare dei racconti dal mazzo, una specie di Canterbury Tales dove i personaggi s’incontrano in una locanda e raccontano la loro storia usando le figure: la Taverna dei destini incrociati.
L’idea, a Calvino, è venuta nel luglio del 1968 ascoltando Paolo Fabbri al centro semiotico di Urbino: Il racconto della cartomanzia e il linguaggio degli emblemi. Il lavoro procede con difficoltà. Poi l’editore Franco Maria Ricci gli porta un mazzo di tarocchi viscontei, quelli dipinti intorno al 1450 dalla bottega cremonese di Bartolomeo Bembo. Gli propone di pubblicare i tarocchi con un suo testo. Calvino ha una illuminazione: scrivere una serie di storie ispirate all’Orlando furioso di Ariosto, autore preferito. Nel giro d’una settimana il cruciverba composto di figure anziché di lettere, da leggere ovviamente nei due sensi, è pronto. Nel 1969 esce il lussuoso libro di Ricci, Il castello dei destini incrociati, stampato in mille esemplari.
In quell’epoca lo strutturalismo e la semiotica sono di gran moda, per cui la critica e vari scrittori, come Manganelli e Arbasino, lodano l’impresa. Nel 1973 Calvino raccoglie in un libro per Einaudi con il medesimo titolo quelle sette storie, più le altre sette che aveva realizzato a partire dal mazzo settecentesco di Marsiglia. Poco prima di darlo alle stampe chiede a un esperto di fumetti, Antonio Faeti, di trovargli dei comics con cui scrivere il Motel dei destini incrociati. La terza serie non sarà mai realizzata.
Gli resta però un cruccio: il secondo gruppo di racconti, quelli marsigliesi, non segue le regole, la contrainte, che si era imposto sul modello dell’Oulipo. Mario Lavagetto, giovane professore universitario, gli scrive per dirgli che i conti non tornano, cosa che invece era accaduta per Le città invisibili, dove lo schema geometrico congegnato risultava ineccepibile. La risposta non si fa attendere: «Caro Lavagetto, la Sua lettera riapre l’ormai vecchia piaga nel mio petto. Sì la Taverna non segue le ferree regole». Ha fallito e alla fine hanno vinto i tarocchi: «non si sono lasciati ridurre a servire da macchina come nel mio progetto», risponde. «La Grande Opera – sentenzia – non è riuscita», e lui s’è trovato in un labirinto senza uscita.
Che libro è Il castello dei destini incrociati? È il libro d’uno scacco, ma anche il libro con cui Calvino apre la strada a un’opera a cui consegnare un’autobiografia senza Io. Non terminerà mai di scriverla, per via dell’improvvisa scomparsa nel 1985. Nella Taverna tuttavia c’è un nucleo importante della sua personalità. Il più bello ed esplicito di questi racconti s’intitola Anch’io cerco di dire la mia. Comincia il narratore che spiegala propria vicenda usando le figure, poiché è privo di parola. S’identifica con l’Autore, e dunque con lo Scrittore, e ci indica quali carte dei tarocchi lo riguardano direttamente: l’Eremita e il Cavaliere di spade prima di tutto, e per illustrarlo meglio il racconto abbandona per un momento le carte e passa in rassegna celebri quadri come se fossero emblemi in cui specchiarsi. Le pitture si trovano a Parigi, Londra, Firenze, etc., mentre gli autori sono: Dürer, Antonello da Messina, Carpaccio. Raffigurano San Girolamo o Sant’Agostino, immersi nei loro studi o innanzi alla grotta. Un’altra serie di quadri mostra invece San Giorgio che combatte il drago. Sono le due parti della personalità di Calvino stesso, ma anche le due missioni cui si è dedicato a partire dal 1947, quando è uscito il suo Sentiero.
La prima è quella dello scrittore solitario, che oscilla tra»l’armoniosa geometria intellettuale» e «l’ossessione paranoica» nel portare a compimento il proprio lavoro. La seconda presenta invece la figura dell’eroe, del combattente che contrasta il male della Bestia. Per meglio definire questa figura nella Taverna aggiunge che «la psicologia non fa per l’uomo d’azione», poiché sta tutta dalla parte del Drago «coi suoi rabbiosi contorcimenti»; precisa che l’animale rappresenta anche il fondo oscuro dell’eroe, che qui si esteriorizza. L’Eremita e il Cavaliere di spade corrono entrambi dei rischi: quello di abitare la solitudine credendosi tranquilli perché la bestia feroce è inoffensiva – il leone nelle pitture ha una spina confitta nella zampa; e poi c’è il rischio di «accettare le condizioni della bestia feroce dandogli in pasto i nostri figli» – sono i cadaveri straziati presenti nella scena dipinta da Capaccio.
Ma c’è anche un’altra carta che attrae Calvino e in cui finisce per riconoscersi: il Bagatto: «Forse è arrivato il momento d’ammettere che il tarocco numero uno è il solo che rappresenta onestamente quello che sono riuscito ad essere: un giocoliere o illusionista». Nel 1973, all’uscita del libro, il fotografo torinese Mario Monge invita lo scrittore a posare per lui. Lo convoca nel suo studio e prepara un tavolo con degli oggetti che si scorgono nella carta marsigliese: la spada del Cavaliere e la coppa; in una mano Le Bateleur regge il denaro del Fante, mentre nell’altra reca il bastone, o meglio la bacchetta magica.
Di questa seduta di posa si conoscono tre fotografie ora esposte nella mostra bergamasca dell’Accademica Carrara dedicata ai Tarocchi. In una, a sfondo nero,Calvino in giacca e cravatta appare serio; nelle altre due, dove s’intravede lo studio di Monge, invece ride. Forse recitare quella parte, a beneficio della macchina fotografica, gli aveva messo un’improvvisa allegria, strappato una piccola risata, quasi una risposta alla Grande Opera fallita. Ora il primo degli Arcani maggiori sa anche perdere.