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 2026  aprile 25 Sabato calendario

Yudori parla delle sue opere e della Corea del Sud

Nata in Corea del Sud ma cittadina del mondo, Yudori ama raccontare storie in cui Oriente e Occidente si incontrano e una certa idea di ordine sociale viene incrinata da eroine non conformi, allergiche ai pregiudizi e irresistibilmente attratte dall’idea di fare quello che vogliono. Ne La scelta di Pandora si trattava di una ragazzina nata da un americano e da un’asiatica e insofferente ai dettami della puritana New York del 1850, ne La conquista del cielo di una giovane donna dalla mente troppo brillante per gli standard dell’Olanda del XVI secolo e del suo ottuso marito. Nel nuovo fumetto Figli dell’Impero, ambientato nella Corea degli anni ’30 durante l’occupazione giapponese, al centro del racconto c’è invece l’adolescente Arisa, l’emancipata figlia di un ricco mercante che veste all’occidentale e sconvolge il cuore del giovane Jun, erede di una famiglia nobile decaduta che vive alle dipendenze del padre della ragazza. Con le sue eroine Yudori ha di sicuro in comune una cosa, la capacità di sgretolare quello che diamo per scontato.
Hai scritto che con “Figli dell’Impero” stai facendo una cosa molto coraggiosa: “essere bella e stupida e non chiedere scusa a nessuno”. In che senso?
«Ogni volta che un paese o una società attraversano un momento di crisi, tutto quello che riguarda le donne tende a esser visto come secondario e poco importante. È a questo che mi riferivo. Il volume parla di una ragazza di ceto medio-alto nella Corea coloniale, un periodo che a scuola è uno degli argomenti principali delle lezioni di storia, ma non si parla mai di come vivevano le donne. Si parla di come soffrivano, di come venivano ridotte in schiavitù, o di come le “brave” mogli aiutavano i loro uomini a combattere per la libertà. Mi sono resa conto che c’erano molti tasselli mancanti. Ecco che cosa volevo mettere in luce».
Hai accennato ad Arisa, l’eroina della storia. E il protagonista maschile, Jun?
«Jun è come una lente attraverso cui viene vista Arisa. I suoi pensieri sulle donne sono sessisti e giudicanti, ma è pur vero che ha solo 17 anni e attraverso la sua immaturità emerge tutta la sua infelicità. L’odio per le donne nasce da traumi personali. È quello che succede oggi ai redpilled e agli incel, hai presente? Una cosa simile si avverte leggendo le opere scritte dagli autori maschi di quell’epoca: appartieni al gruppo demografico più importante della società, cresci pensando che sei l’élite e che governerai il paese, e poi tutto ti viene portato via dall’imperialismo di un altro popolo. Sarà di certo stata un’esperienza traumatica, essere un uomo in quel momento storico. Jun proietta questa frustrazione su Arisa, e anche se lei in fondo gli piace davvero, questo sentimento viene spesso fuori nel modo sbagliato. Volevo riflettere sull’immaturità di Jun, ma anche degli uomini di quell’epoca di passaggio. Quando avvengono grandi cambiamenti si commettono degli errori, e questo accade sia a una società in crisi che a una persona che sta attraversando l’adolescenza. Sta a chi legge decidere se Jun è un bravo ragazzo o se è sessista, se è una cattiva persona o se è soltanto confuso».
La Seul che descrivi è sospesa tra occidentalizzazione e tradizione, un conflitto che trapela anche dall’abbigliamento dei protagonisti. Da dove arriva il tuo interesse per la moda?
«Da bambina volevo essere Sailor Moon, una ragazza bionda, alta, magra e con gli occhi azzurri. Crescendo non sono diventata bionda ma ho cominciato a leggere Platone e i classici latini e greci, e in generale opere di storia e filosofia occidentale. E nel vivere la fascinazione per i classici occidentali, come molti coetanei coreani, ho realizzato che stavo facendo la stessa cosa che avevo fatto con Sailor Moon. Questo mi ha fatto pensare a come l’aspetto influenzi quello che siamo e quello che ci piace. La moda riflette sempre la società e, di conseguenza, la cambia».
Dell’occupazione giapponese mostri non tanto la violenza esplicita quanto il fatto che i coreani convivessero quotidianamente con la paura. Perché è importante raccontare una pagina di storia così dolorosa?
«Mia madre, che è nata negli anni ’60, mi raccontava che il suo liceo era a circa un’ora a piedi da casa, e la sua preoccupazione più grande all’epoca era che, se fosse scoppiata la guerra mentre era in classe, non sarebbe riuscita a tornare a casa. Quando ero piccola vivevamo ancora nel ricordo della guerra di Corea, che è scoppiata a causa di ciò che è successo nell’epoca di cui parlo nel fumetto. Si dice che certi traumi si trasmettano di generazione in generazione. Oggi che la cultura coreana è diventata popolare, la gente parla dei coreani come di un popolo che lavora tanto, che è pronto a tutto, che incassa ogni colpo. Ne parlano come di qualità positive, ma a volte mi chiedo se non sia una conseguenza dell’imperialismo questa costante pressione di essere performanti e perfetti, questa tendenza a vedere sé stessi attraverso gli occhi degli altri, questa strana sindrome di inferiorità, come se la Corea sentisse di dover dimostrare qualcosa al mondo, al Giappone, all’America o all’Europa».
C’è qualcosa della Corea del 1929 che ricorda il mondo di oggi?
«Il mondo in cui vive Arisa è simile al mio. Io vivo una vita tranquilla, se ho bisogno di qualcosa posso comprarla in un negozio, non mi sento direttamente minacciata. Ma so che, in sottofondo, ci sono posti in cui c’è la guerra e so che da qualche parte c’è qualcuno vittima di crimini dettati da odio e razzismo».
Con l’ascesa oggi di movimenti politici di estrema destra, quanto conta raccontare gli orrori del fascismo?
«Cerco di convincermi che non ho il potere di cambiare nessuno. Non sono così ambiziosa da pensare che un uomo pieno d’odio e che non prende mai un libro in mano all’improvviso sfogli il mio fumetto e cambi la sua visione del mondo. Quello che spero è che le persone che già hanno l’abitudine di leggere e di riflettere e che credono nell’uguaglianza capiscano che le cose non sono bianche o nere. Sono cresciuta in Corea in un momento in cui si pensava che tutto quello che era giapponese dovesse essere condannato perché i giapponesi hanno fatto del male ai coreani, eppure continuiamo ad apprezzare gli anime, continuiamo a mangiare il cibo giapponese. Le cose non sono mai bianche o nere, e, sia online che nella vita reale, non bisogna trarre conclusioni affrettate ma cercare di afferrare le sfumature delle cose».
Anche i tuoi precedenti lavori sono di ambientazione storica. Quale filo conduttore c’è, se c’è, tra le storie che scegli di raccontare?
«Forse la convinzione diffusa che Oriente e Occidente non abbiano avuto contatti fino a tempi recenti, cosa che non è affatto vera. In passato nella società occidentale sono vissute, a vario titolo, anche persone di origine asiatica, e in un certo senso questo ha messo in una nuova luce anche la mia esperienza personale: quando da adolescente mi sono trasferita negli Stati Uniti, in una città di provincia, ero considerata una cosa esotica, una novità entusiasmante. Spesso i miei personaggi subiscono lo stesso trattamento. In secondo luogo, poiché sono cresciuta leggendo manga come Lady Oscar – Le rose di Versailles e Candy Candy che hanno un’ambientazione storica, vorrei che il mio lavoro fosse nel solco di quelle autrici. In un certo senso, è come se raccogliessi la loro eredità, in una versione più moderna».
Ricostruire il passato è utile per sottolineare che nel tempo gli esseri umani non sono migliorati affatto?
«Beh, questa è la mia teoria personale. È in un certo senso una maledizione ma anche una benedizione, perché così si può sempre trovare un legame attraverso la storia. Credo che le persone restino sempre persone, il che può essere deludente ma ci rende tutti più vicini».
Arisa, Amelie e Pandora hanno qualcosa in comune tra loro? E hanno qualcosa in comune con te?
«Non sono personaggi amabili, e penso sia importante per le donne accettare di non piacere a tutti. Alcuni mi trovano gentile, dolce ed educata, per altri sono una specie di psicopatica, altri ancora decidono che non gli piaccio anche se non mi conoscono affatto. E va bene così. Proprio perché racconto delle difficoltà affrontate dalle donne, mi impegno perché le mie eroine non siano troppo simpatiche, altrimenti sarebbe troppo facile, no? Per esempio, Amelie è coraggiosa e intelligente, ma è intrappolata in un matrimonio infelice e il mondo è crudele con lei. Perché dovrebbe essere gentile?».
Le tue eroine ricercano la libertà per motivazioni personali e finiscono per incarnare dei valori antipatriarcali. Si potrebbero definire femministe?
«Nessuna di loro pensa che le sue azioni siano femministe nel senso moderno del termine. Pandora è una bambina del XIX secolo arrabbiata con suo padre. Amelie non legge certo saggi sul femminismo. Sono femministe? Oppure sono solo egoiste, assetate di potere, ambiziose, testarde, fastidiose e aggressive? Sono tutto questo e sono anche femministe? Lascio che a decidere sia chi legge».
Sei nata in Corea del Sud e hai vissuto nelle Filippine, negli Stati Uniti e ora nel Regno Unito. Cosa ti porti dietro?
«Ultimamente ci ho pensato molto. Ho lasciato il paese a 16 anni, poi ci sono tornata ma ora mi sono stabilita nel Regno Unito. Più tempo passo fuori dalla Corea, meno mi sento radicata nella cultura coreana, e forse questo, sì, mi rende meno coreana. Vivere in posti diversi ha fatto sì che io non senta di appartenere a nessun posto, di non essere né interamente coreana né americana né niente. Non c’è niente di male finché rimango me stessa. Credo anche che tutte queste esperienze mi hanno aiutato a mettere in discussione molte cose che sono date per scontate. Così, invece di sentirmi schiacciata dalla pressione sociale e fare quello che la gente mi dice sia normale, mi fermo un attimo e mi chiedo “e perché mai sarebbe normale?"».