Tuttolibri, 25 aprile 2026
Le lettere tra Fruttero e Samuel Beckett
A quel tempo la Francia sembrava sull’orlo della guerra civile e Parigi contava ogni giorno i suoi attentati al plastico, i suoi morti e feriti. Il carcere della Santé era pieno di terroristi e guerriglieri algerini, d’intellettuali francesi che simpatizzavano con la loro causa, e verso sera i richiami e i canti dei prigionieri entravano, attraverso le finestre aperte, nel piccolo e ordinatissimo appartamento di Samuel Beckett.
Ma mentre Kant, in una situazione domiciliare analoga, mobilitò la burocrazia prussiana per far tacere i canori ospiti del carcere di Königsberg, Beckett non appariva infastidito né disturbato da quei clamori. Altissimo, fragile, aquilino, era, anche nell’aspetto, nel modo di muoversi e di parlare, un perfetto «estraneo», l’impassibile abitatore di un tempo privato, appena tangenziale al nostro. A nessuno sarebbe venuto in mente di chiedergli una presa di posizione, una firma di protesta, di porgergli un microfono sulla pubblica piazza; ma neppure, d’altra parte, di rimproverargli la sua rigorosa ritrosia di poeta. Anzi.
Tra le infinite accuse che merita la nostra epoca, non ci sarà quella di aver ignorato il fascino extramondano della voce di Beckett, di aver misconosciuto la sua difficile, distante grandezza. Nel prestigio, nell’universale rispetto che lo circonda da quasi un quarto di secolo (da quando Aspettando Godot fu rappresentato per la prima volta su un minuscolo, e oggi scomparso, palcoscenico parigino) è forse il caso di vedere, alla distanza, una specie di gratitudine per chi ha resistito alle tentazioni dell’effimero, per chi non si è lasciato coinvolgere dal contingente.
Il nostro tempo brucia tutto con rapidità spietata. Un amico francese che partecipò appassionatamente, e con qualche rischio, alle turbolenze connesse con la liberazione dell’Algeria, ci racconta, di ritorno da Algeri, malinconiche storie di quella ormai placata città. I giovani e giovanissimi figli degli eroi, dei torturati, dei dinamitardi, dei veterani del deserto, pensano oggi alle motociclette giapponesi, ai jeans americani originali, alla fuga verso Parigi, e a niente altro. Sono quasi il quaranta per cento della popolazione, e parlargli di Massu e della battaglia di Algeri è come parlare a un giovane francese di Von Moltke o della Marna. I ricordi dei “vecchi” li annoiano, le imprese di un vicinissimo ieri sono già, per loro, polverose, insignificanti. Nessuna vera tradizione di eroismo, di fierezza nazionale e civile, si è potuta formare, trasmettere da una generazione all’altra, – ci dice il nostro depresso amico – nessun mito rivoluzionario è più in grado di accendere la fantasia e l’entusiasmo di questi eredi della liberazione. E spaventa, soprattutto, che un così completo cambiamento di clima, cui una volta sarebbero occorsi decenni di lenti aggiustamenti e trasformazioni, si sia prodotto in un giro danni fulmineo.
Ma come? In un attimo tutto è già dimenticato?
Eh, sì. Tutto è già dimenticato. In un attimo.
Si può vedere Samuel Beckett come colui che non si spaventa, che non si smarrisce, perché su quell’attimo, sull’atroce e ineluttabile passaggio di quell’attimo (di qualsiasi attimo) non ha mai smesso di lavorare. Dalle finestre di casa sua ha continuato a guardare il grigio muro della Santé, ad ascoltare con un orecchio solo altri canti, di altri impegnati, senza lasciarsi distrarre dagli andirivieni della cronaca e della storia. Sull’Oas è sceso l’oblìo, De Gaulle è morto, amare nubi fitzgeraldiane si addensano sui protagonisti del Maggio francese. E il dogma della dittatura del proletariato è stato accantonato. Tutto passa.
Si è allora riconoscenti a quei nobili animali in via (ma chissà?) di estinzione che sono gli artisti solitari, e che, dalle loro orbite attorno alla terra, ancora si ostinano a mandarci segnali immutabili e rarefatti. Tutto passa. La vita di ognuno non è che un enigma minore, un breve e doloroso pasticcio. Tutto ciò che facciamo non è che un patetico espediente per tenere lontano il vuoto, il nonsenso, la vanità ultima delle cose.
In mezzo alle arroganti e fatue sollecitazioni dell’attuale, contro gli isterici assalti dell’immediato, bisogna pure che qualcuno tenga duro nelle vecchie trincee della poesia dove si batterono, con sdegnosa fissità, Leopardi e la Dickinson, Thomas Hardy e Montale.
L’ultima commedia di Beckett è intitolata Quella volta e dura circa mezz’ora. Ha un solo personaggio, che non apre mai bocca. Sulla scena completamente buia appare la faccia di un vecchio coi capelli bianchi disposti a raggiera e la cui voce, registrata in tre tonalità diverse, parla da tre punti distinti. A, B, e C.
Il vecchio (le sue tre voci) ricorda piccoli episodi del passato, sempre gli stessi, che si ripetono, si arricchiscono, si precisano, s’incastrano, si confondono e sfumano secondo la tecnica della fuga. Ma quelle immagini assolutamente banali e assolutamente uniche (un giardino pieno di ortiche visitato nell’infanzia e rivisitato a un’età più tarda, un museo pieno di vecchie croste, un campo di grano sotto il sole insieme a una ragazza, un topo morto che galleggia sul fiume, una collina da cui sono scomparse le rotaie del tram), quei frammenti così simili alle rimembranze di chiunque sono solo in apparenza una proposta nostalgica. Il vecchio va rimestando in quella minutaglia spinto non già da abbandoni rievocativi ma dalla volontà, dal bisogno affannoso, di ripescare là in mezzo il ricordo decisivo, definitivo, la volta in cui qualcosa è avvenuto di supremamente importante. Ma che cosa? E quale volta?
Da A, da B e da C sale una litania rimuginante e ossessiva, ritornano le ortiche del giardino, il campo di grano, le rotaie, in cielo ripassa un aliante, ripassa nel fiume il topo – o forse un uccello? – morto, e il vecchio, come un astronauta che veda accelerarsi intorno il vortice delle costellazioni, è preso da un crescente senso di vertigine e indeterminatezza.
C’è stato (lo sa, lo ripete) un fatto elusivo e fatale, una svolta misteriosa che basterebbe individuare per capire tutto. Ma quando è stato? Quella volta, o quell’altra, o quell’altra ancora?
A, B e C parlano a ritmo via via più serrato, precipitano verso la ormai inevitabile scoperta: il vecchio è morto, quella volta suprema che ha disperatamente cercato è l’attimo in cui il sudario è finalmente calato su di lui, il vuoto ha finalmente prevalso.
Sulla maestrìa e genialità formale di questo monologo (che rimette i numerosi e non sempre spregevoli imitatori di Beckett al loro posto) è appena il caso di soffermarsi. E quanto al protagonista si tratta, a prima vista, del solito barbone decrepito che è il più noto e appariscente contributo di Beckett alla letteratura teatrale.
Ma il vegliardo bavoso e ripugnante, infagottato in un pastrano «a prova di buchi», fradicio di pioggia e carico di passato, sembra parlare qui con un accento nuovo. La sua ansia è meno comica, il suo stato confusionale meno grottesco, il suo tour de force mnemonico suona più lacerante, più urgente. Gli spiragli ironici si sono in gran parte chiusi, mentre una straordinaria tensione lirica s’è impadronita di questa ormai classica “maschera”; come se Beckett, dopo averla intuita, modellata e mirabilmente perfezionata per anni e anni, di opera in opera, si fosse a poco a poco avvicinato alla sua stessa finzione fino a coincidere direttamente con essa e ad accettarla come strumento di confessione, come veicolo a un poema di congedo.
A Londra, da alcune settimane, si stanno replicando tutte le commedie di Beckett. È una specie di grande giubileo, che impegna vari teatri contemporaneamente e che culminerà la sera del 20 maggio al Rogai Court Theatre. La polizia perquisirà le borsette delle signore, farà passare gli uomini davanti al metal detector (perché ci sono in giro altri terroristi, irlandesi come l’autore) e poi tutti si siederanno e assisteranno alla prima mondiale di Quella volta, che è stata scritta per l’occasione.
Samuel Beckett compie settant’anni.
Egregio Signor Beckett,
La settimana scorsa ho cercato di fissare un appuntamento definitivo con Lei tramite l’ufficio londinese de La Stampa, ma a quanto pare è stato loro detto che non è disponibile per nessuno in alcun momento. Forse i Suoi collaboratori hanno sospettato che fossi un giornalista in cerca di un’intervista, mentre il mio unico legame con La Stampa è che stanno per pubblicare Quella volta come servizio speciale domenicale intorno al 20 maggio, per il quale naturalmente scriverò un’introduzione.
Deve esserci stato qualche malinteso, a meno che Lei non sia davvero troppo occupato con le prove. Se davvero è così, cercherò di ridurre al minimo le mie perplessità.
Footfalls, pag. 3 – il gioco del lacrosse è sconosciuto in Italia; il croquet o il battledore potrebbero costituire un sostituto accettabile.
Pag. 4 – il suo povero braccio, quel povero braccio: temo di non capire.
Pag. 4 – Mrs. W.: in italiano «Signora Doppiavu» suona farsesco; forse si potrebbe modificare.
Quella volta, pag. 2 – “had you swivel on the slab": il senso è «ti faceva girare sulla lastra»?
Altri dettagli devo tralasciarli, ma Le sarei molto grato se potesse rispondermi.
Con i miei più cordiali saluti,
Carlo Fruttero
Caro Signor Fruttero,
La ringrazio per la Sua lettera. Mi dispiace per il malinteso che ha impedito il nostro incontro: il messaggio che ho ricevuto mi ha fatto credere che desiderasse intervistarmi.
Sarò qui fino al 21 maggio. Se viene a Londra posso prometterLe alcune ore di lavoro sulla Sua traduzione.
Nel frattempo:
"Lacrosse” è stato scelto per il suo richiamo alla croce, alla crocifissione e alla chiesa.
Amy entra nella chiesa dalla porta nord e cammina nel transetto nord, come il braccio destro del Cristo crocifisso.
Mrs Winter: nome scelto per la sua freddezza; qualsiasi equivalente può andare.
"Had you swivel": «ti fece girare».
Con i migliori auguri,
Samuel Beckett