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 2026  aprile 25 Sabato calendario

Carlotta Fruttero ricorda suo padre

Esco dall’ascensore insieme ai miei due figli Matteo e Tommaso, appena recuperati da scuola, entro in casa mentre squilla il telefono fisso. So già chi è. Rispondo.
«Papà?»
«Sí sono io. Sei diventata veggente a mia insaputa?»
«Non ancora. Semplice intuito. Non mi chiami mai sul cellulare e a quest’ora puoi essere solo tu.»
«Già. Senti, puoi venire da me? Devo dettarti un pezzo per Orengo.»
«Certo. Dammi solo il tempo di rifocillare i bambini. Mezz’oretta al massimo. Va bene?»
«Benissimo. Porta il tuo strumento mi raccomando.»
Il mio strumento è il pc portatile che sostituisce la macchina da scrivere in caso di consegne urgenti perché, invece di dettare il pezzo al telefono, può mandarlo in tempo reale a Tuttolibri, una magia di cui ancora non si capacita e che io non sono in grado di spiegargli.
Quando arrivo ci mettiamo nel suo studio, lui sulla sua poltrona, io su quella della mamma. Il taccuino sulle ginocchia, un bloc notes a quadretti formato A4 comprato dal tabaccaio sotto casa, la Tratto Pen blu tra le dita. Ha sempre scritto a mano, con quella calligrafia minuta e appuntita che in pochi sapevamo decifrare. Quando correggeva (di rado) rigirava il foglio e aggiungeva la nuova versione. Solo lui era in grado di capire le modifiche e ricostruire il pezzo.
Nei taccuini che custodisce la Fondazione Mondadori ci sono molti esempi di questo metodo, incomprensibile ai più ma chiarissimo per lui.
Mentre detta fuma. Dopo l’intervento al cuore dalle Gitanes senza filtro è passato alle Gauloise con filtro, ma non ha mai smesso. Toglietemi il fumo e sarà morte certa, diceva ridacchiando. Persino i medici si erano rassegnati.
La dettatura dura un’oretta. Qualche silenzio, qualche modifica, mi fa rileggere ad alta voce, ancora qualche virgola da aggiungere o togliere e il Temperino è pronto per essere spedito a Nico Orengo.
«Ma quando lo riceve?»
«L’ha già ricevuto».
«Sei sicura?»
«Sicurissima. Vuoi chiamarlo?»
«No, no mi fido. Anche se non capisco. Bene, ho fatto il mio dovere, ora vado dai due manigoldi e ci mangiamo una ciotolina di noccioline americane.»
«No, dai papà, poi gli passa la fame e a cena fanno storie.»
«E che sarà mai, due spaghetti in meno non hanno mai denutrito nessuno».
Questa scena si ripeteva ogni due settimane, la frequenza dei Temperini, ma la mia «carriera» da piccola scrivana torinese/maremmana comincia molto prima, ai tempi del nostro esilio in Maremma, 1976/1978, quando frequentavo il liceo classico Carducci Ricasoli a Grosseto. Il sabato uscivo a mezzogiorno ma il pullman per tornare era alle 13.30. I miei genitori non volevano che ciondolassi in città senza meta per più di un’ora, così papà mi aveva iscritta a un corso di dattilografia in una scuoletta dietro al duomo, a pochi passi dalla fermata del bus. Tre mesi, tutti i sabati. E al pomeriggio mi dettava lui stesso per farmi esercitare. Ero diventata abbastanza bravina e, col senno di poi, penso che quella fosse una strategia premeditata non solo per tenermi fuori dai guai o da incontri poco raccomandabili, piuttosto uno strumento per guadagnarmi il pane. Studiare non era la mia passione, non avevo particolari talenti, la segretaria poteva essere un mestiere salvavita.
Non è andata esattamente così. Ho fatto sì la segretaria, ma solo di papà.
Nel 1978 mi ha dettato buona parte di A che punto è la notte, nel rifugio di Franco a Moncourt, vicino a Parigi, avevo 16 anni. Poi ha continuato con gli articoli, fino a Donne informate sui fatti il suo primo romanzo senza Franco, del 2006. Quando mi ha convocata con il mio strumento e mi ha dettato La bidella e La barista ho provato un sollievo immenso: aveva ricominciato a scrivere. Da quel momento non l’ho più lasciato in pace: Mutandine di chiffon, La Patria bene o male (con Gramellini), La Creazione, Da una notte all’altra, La linea di minor resistenza. «Lucidissimo», diceva di sé scherzando, fino al giorno in cui se n’è andato, il 15 gennaio 2012. Ma a volte, nel silenzio della pineta, mi sembra ancora di sentire la sua voce: «Carlottina vieni qui e porta il tuo strumento».