Avvenire, 26 aprile 2026
Venezuela, nonostante l’amnistia in carcere 473 detenuti
L’amnistia è finita. Le celle sono di nuovo chiuse.
Centinaia di prigionieri sono ancora dietro le sbarre. Un totale di 473, secondo le Ong. Chi è riuscito a cavarsela (fortuna, pressione o altro) è fuori. Gli altri restano, anche senza un perché. Fonti ufficiali parlano di 8mila beneficiari e 700 scarcerati di cui centinaia senza libertà piena: obbligo di firma, divieto di espatrio e silenzio stampa. Il limbo delle misure sostitutive è ben più ampio e riguarda almeno 3mila persone.
Vivono a metà, con un piede fuori e l’altro dentro il carcere. Nessuna certezza della pena, tutto dipende dell’umore di chi governa. «Questa legge di amnistia giunge a termine», è quanto detto da Rodríguez, che paragona la sua amnistia ai casi Sudafrica e Spagna. Gli esclusi?
«Potranno sempre avvalersi di altri mezzi», rassicura. Lei però è convinta di «eradicare l’odio». Il nocciolo autoritario rimane: basta un discorso del potere esecutivo per abrogare una legge approvata dall’Assemblea nazionale. «È un atto unilaterale», dice Martha Tineo dell’Ong “Justicia, Encuentro y Perdón”. «Un gesto contro le vittime, un segnale d’allarme al sistema giudiziario», aggiunge. Sulla vicenda interviene anche Alfredo Romero, dell’Ong Foro Penal: «Dal punto di vista giuridico colpisce che sia proprio la presidente a stabilire la caducità di una norma». Romero rivendica che una legge «non ha data di scadenza». Nel frattempo il sistema penitenziario va in crisi. Nove morti in meno di una settimana. L’ultimo: José Ramón Yelamo Zárraga, deceduto venerdì a Tocuyito. «Le sue condizioni di salute erano peggiorate e non aveva accesso a cure mediche», spiega ad “Avvenire” l’Osservatorio venezuelano delle prigioni. «Le malattie si diffondono senza controllo», spiega l’Osservatorio, che chiede a Caracas «misure urgenti per affrontare l’emergenza in atto». Ma Palazzo di Miraflores tace. In fondo la legge di amnistia era solo un gesto richiesto dagli Usa. Occorreva rassicurare gli investitori dopo la cattura di Maduro di inizio anno. La Casa Bianca è soddisfatta, nonostante tutto. Di qui l’apertura al finanziamento della difesa di Maduro, sotto processo a New York, tramite un’apposita licenza Ofac. La decisione arriva dopo il colloquio di venerdì tra Rodríguez e il nuovo ambasciatore Usa, John Barrett.
«Una giornata completa a Caracas», dice Barrett, che sottolinea l’esistenza di un «piano a tre fasi» volto a beneficiare entrambi i Paesi. Caracas ha pure ripristinato le relazioni con il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale e si appresta a ricevere nuovi prestiti.
Del resto la «fine dell’Amnistia» è anche un messaggio alle opposizioni.
La politica interna appartiene al chavismo. Rodríguez doveva renderlo presente, ponendo un freno all’attivismo di María Corina Machado che, nel suo recente tour in Europa (Italia inclusa) ha annunciato il suo rientro in Patria.
«Oggi è iniziato il ritorno a casa», ha detto con entusiasmo alla Plaza del Sol (Madrid) mentre chiedeva «nuove elezioni», vista l’assenza totale di Maduro.
A Caracas non è andata giù quella piazza, fatta da cori razzisti contro Rodríguez, aizzati dal cantante Carlos Baute: «Fuori la scimmia».
Non è roba da Premio Nobel per la Pace, ma un atto di rabbia speculare al Chavismo stesso. E ora tutti tornano in trincea. Lo aveva già avvertito lo stesso ministro dell’Interno venezuelano, Diosdado Cabello, con toni minacciosi e paternalistici: «Con l’amnistia molti tornano a “comportarsi male”.
Vedremo cosa faranno quando sarà finita». Ci vuole ancora un po’ per parlare di riconciliazione.