Avvenire, 26 aprile 2026
Pisa, stop a nuovi negozi di souvenir
Arrivano in aereo, in nave, in treno o in autobus. Attraversano il centro cittadino, diretti verso la meta: piazza dei Miracoli. Il battistero, la cattedrale, il camposanto monumentale, i musei, soprattutto il campanile del Duomo – famoso per la sua pendenza – attirano a Pisa oltre 4 milioni di visitatori all’anno. I più si accontentano di un selfie. E di un oggetto ricordo. Calamite e portachiavi, magliette e cappellini, sciarpe ed ombrelli, tazze, penne ed accendini con il marchio «Pisa», riproduzioni in plastica, resina o metallo della torre pendente. Si trovano ovunque: non solo tra le attività a posto fisso a due passi dalla piazza, ma anche in decine di piccoli fondi commerciali che sono sorti come funghi – soprattutto negli ultimi due anni – nel quartiere della stazione ferroviaria e nel centro storico cittadino. Tanti, forse troppi. La pensa così, almeno, l’assessore al Commercio Paolo Pesciatini, che difende la delibera della giunta guidata dal sindaco di centrodestra Michele Conti di vietare l’apertura di nuovi negozi di souvenir in un’ampia zona della città. «Una misura temporanea – spiega ad Avvenire Pesciatini – cui farà seguito l’approvazione di un piano di rigenerazione urbana che, giocoforza, passerà anche attraverso la riqualificazione del tessuto commerciale».
Ripercorriamo le vie più battute dai turisti una volta giunti a Pisa. Le gallerie Gramsci, via Crispi, via Roma, via Oberdan, via dei Mille, via Santa Maria. Negli ultimi tredici anni (sono dati Confcommercio) il centro cittadino di Pisa ha perso il 18% di attività di commercio al dettaglio», racconta. Il numero di ferramenta e di negozi di mobili si è dimezzato, ma hanno chiuso le saracinesche anche diversi librai, boutique, negozi di giocattoli, bar, gelaterie e alimentari. «Botteghe storiche e di vicinato tradizionali – osserva il direttore di Confcommercio Pisa Federico Pieragnoli – che avevano difficoltà a reggere i canoni di affitto, la concorrenza dell’e-commerce e dei grandi centri commerciali».
Al loro posto aprono, spesso chiudono e, poco dopo, riaprono negozi di souvenir, per lo più gestiti da commercianti asiatici. Syed (nome di fantasia), bengalese, è titolare di uno di questi negozi. Quando ci presentiamo, escono dal retrobottega anche sua moglie Sharmin, la figlia Farzana e il cugino Nazmul: «Ci alterniamo durante la giornata» dice. E ci parla di un amico che avrebbe avuto intenzione di seguire le sue orme. «Sì, abbiamo la percezione di un coordinamento tra titolari della stessa nazionalità – dice l’assessore al Commercio –. Condividono fornitori e logistica. I loro fondi commerciali sono gestiti da intere famiglie, il che riduce drasticamente i costi del personale. La loro merce è facile da stoccare e non presenta problemi di deperibilità». Lamenta: «Non è facile intervenire, dal momento che la normativa europea e nazionale – per effetto della liberalizzazione – non consente più il contingentamento numerico di negozi che vendono lo stesso prodotto, distinguendo solo i negozi alimentari da quelli non alimentari».
Confcommercio plaude all’iniziativa del Comune. «Non vogliamo fare crociate contro nessuno, sia chiaro – dice Pieragnoli –. Abbiamo il massimo rispetto per ogni lavoratore. Ma una città che dovesse offrire solo souvenir è una città che ha smesso di parlare ai suoi abitanti. Perché quando l’ultimo fornaio o il negozio di qualità lasciassero il posto all’ennesimo punto vendita di oggettistica a basso costo, a perdere non sarà solo l’economia locale, ma la stessa tenuta sociale del quartiere». «A Pisa, come in molte altre città turistiche, il tema della qualità del commercio volto ad un mercato “mordi e fuggi” di merchandising a basso costo è ormai sotto gli occhi di tutti – osserva Paolo Martinelli, capogruppo di “La Città delle persone”, che sta all’opposizione in consiglio comunale –. Il tema vero è come riuscire a premiare qualità, radicamento, reti e sinergie col territorio a fronte di un mercato delle catene omologate e on line che si stanno mangiando fette di mercato delle famiglie sempre più cospicue».