Il Messaggero, 26 aprile 2026
Intervista a Edoardo Pesce
Il malavitoso romano nella serie Sky Romanzo Criminale, il mafioso sanguinario Giovanni Brusca nella serie di Rai1 Il Cacciatore. l’ex pugile tossico e violento in Dogman di Matteo Garrone (premiato nel 2019 con il David di Donatello come miglior attore non protagonista). Insomma, Edoardo Pesce nei panni del cattivo psicopatico da anni fa la sua figura. Ci sta dentro che è una bellezza.
Nel suo nuovo film, “Eva” di Emanuela Rossi, appena uscito, chi è?
«Sono Giacomo, padre del piccolo Nicola, che ospita la protagonista Eva nel suo casale (la brasiliana Carol Duarte, già protagonista nel 2023 del film La chimera di Alice Rohrwacher, ndr). Un personaggio doppio, positivo e negativo, in un thriller psicologico che mette insieme horror, ambientalismo e futuro. Un lavoro molto particolare e coraggioso perché la regista se n’è fregata dell’algoritmo che ormai ci dice anche quello che bisogna raccontare e ha fatto qualcosa di molto personale».
Lei invece come se la passa, chi è oggi?
«Sono un attore 46enne che vive in una sorta di limbo. Ho fatto tante cose, e di alcune sono molto contento, ma so che avrei potuto anche fare meglio. Diciamo che mi trovo in una fase un po’ contemplativa, ho sempre seguito l’istinto e scelto di conseguenza, ma adesso con più consapevolezza voglio selezionare e diversificare di più gli impegni da accettare».
Ha raccolto il giusto?
«Fra alti e bassi, penso di sì. Adesso, però, sento che ho anche delle cose da dire: per questo ho scritto un paio di soggetti per inetrpretare personaggi più complessi e articolati. Li sto sviluppando con una società di produzione e sembra proprio che andranno in porto».
Li farà anche da regista o solo come attore?
«Io sono un attore e li ho scritti per recitarli, però mi hanno detto che forse potrei anche dirigere. Ovviamente, nella direzione mi farei aiutare da un bravo direttore della fotografia».
Storia autobiografica o di pura fantasia?
«Di fantasia con un po’ di commedia, visto che faccio quasi sempre personaggi tosti e cattivi. Ecco, diciamo che sono un po’ come Jessica Rabbit: mi disegnano così, ma non sono così».
Neanche un po?
«La parte un po’ scura c’è in ognuno di noi, ma niente di più. Diversamente a quest’ora sarei a Regina Coeli».
Professionalmente è mai stato un problema?
«No, però di sicuro gli addetti ai lavori ti identificano un po’ con certi ruoli. E anche il pubblico. In giro per strada mi fermano ancora come Aldo Buffoni di Romanzo criminale».
Nel nuovo film di Paolo Genovese, però, “Il rumore delle cose nuove”, che dovrebbe uscire entro l’anno, è Umberto, il marito che al lavoro allevia il dolore dei malati e a casa picchia la moglie Alba, interpretata da Claudia: è vero?
«Sì. Sono un narcisista violento. Ma è una bella storia, un film corale girato con una grande squadra formata da Stefano Accorsi, Emanuela Fanelli, Claudio Santamaria, Lino Musella, Vittoria Puccini e Rolando Ravello».
È vero che da ragazzino sognava di fare il chitarrista blues più che l’attore?
«Sì, certo. Avrei fatto volentieri il musicista, ma sono una fortissima pippa. Suono a livello amatoriale».
Però è stato una delle anime dell’Orchestraccia, popolarissima formazione dall’organico mutevole – Marco Conidi, Giorgio Caputo e altri che dal 2010 mette insieme musica folk e rock ispirandosi alla tradizione e alla cultura romana: con loro ha chiuso?
«Sì, dal 2019. Siamo sempre amici, ma c’è stata una gestione un po’ strana. Io, facendo l’attore, volevo fare pochi eventi ma tutti ragionati. I musicisti giustamente volevano più continuità».
Quando iniziò a recitare?
«A 22-23 anni, in teatro. Ho scommesso su di me, magari con un po’ di incoscienza. Mio padre è medico e se avessi fatto medicina, mi avrebbe aiutato indirizzandomi in qualche modo. Io invece ho provato a fare quello che sentivo, tanto certezze sul futuro nessuno ce l’ha».
Il chiodo fisso qual era, chi voleva diventare?
«Nessuno. E forse proprio questo mi ha salvato. L’ho preso subito come un gioco serio e mi sono sentito a casa: facevo spettacoli nei teatrini off, mi prendevano per gli spot, in piccoli ruoli... Insomma, le cose andavano avanti in maniera naturale. Poi è arrivato Romanzo criminale ed è cambiato tutto, anche se ricordo che ci diedero pochissimi soldi. Eravamo tutti sconosciuti. Quelli di Sky fecero un affarone».
Chi l’ha aiutata di più?
«I registi Stefano Sollima, Sergio Castellitto e Matteo Garrone (per Romanzo Criminale, Fortunata e Dogman, ndr) per le esperienze che mi hanno fatto fare. Per il resto, devo ringraziare solo a me stesso. Non lo faccio mai, ma ho la mentalità del giocatore d’azzardo: punto sempre tutto. A volte va bene, altre meno. Non mi lamento».
Gli attori si dividono in...?
«Quelli che lavorano e quelli che non lavorano. A livello di recitazione ci sono quelli che usano la tecnica e quelli che puntano sulla roba emotiva. Tutto qui. Io sono fra questi ultimi».
Va bene, ma la crisi è sempre più nera: cosa manca al cinema italiano?
«Spazio per i giovani, mezzi, politiche dedicate. È un discorso lungo».
Ai David di Donatello, che lei ha vinto nel 2019 per “Dogman”, quest’anno “Buen Camino” di Checco Zalone, il film con il maggior incasso della storia del cinema italiano, corre solo per il miglior brano “La prostata enflamada": puzza sotto il naso dei soliti circoletti pseudo intellettuali?
«Certo. Qualcuno avrà pensato: “Ha incassato 76 miliardi, mo’ pure il David gli diamo?”. Le commedie e chi le fa sono sempre snobbate. Succedeva anche in America con Adam Sandler, poi ha fatto il bellissimo Diamanti grezzi dei fratelli Josh e Benny Safdie e ha dimostrato a tutti di essere un attore bravissimo in ogni ruolo, comico e drammatico».
Lei si sente così?
«Sì, certo. Mare e monti».
Le imitazioni le fa ancora? Il piatto forte?
«Le facevo da ragazzo, mi esercitavo allo specchio e poi mi buttavo. Me la cavavo con Beppe Grillo, Carlo Verdone, Enrico Montesano, Corrado, Totò... Nel giro degli attori i più bravi sono Pierfrancesco Favino e Claudio Santamaria, due fuoriclasse».
Quando nel 2020 si calò nei panni di un mito come Alberto Sordi nella miniserie di Rai1 si prese un bel rischio: lo rifarebbe?
«Sì. Anche perché confesso che tutto il progetto nacque dopo un mio ottimo provino. Mi impegnai moltissimo, fu faticoso – giravamo undici ore al giorno – ma anche bellissimo. Lo rifarei, certo. Molto meglio».
Lei raccolse tanti complimenti, il film tv di Rai1 nessuno: cosa non funzionò?
«Il progetto fu cambiato troppe volte, ci furono troppi interventi sulla sceneggiatura. Il risultato non fu come me l’aspettavo. Troppo piatto».
La lista delle rivincite, per caso è lunga?
«No, perché non sono competitivo, non lo sono mai stato. Ho sempre puntato sulla simpatia. Anche arrivare secondo mi sta bene».
Ce l’ha uno sfizio che vorrebbe togliersi a tutti i costi?
«Fare un viaggio da solo. Sono molto abitudinario e il classico viaggione che uno dovrebbe fare a vent’anni non l’ho fatto. E mi manca. Andrei in Oriente e Sudamerica».
E con gli impegni solenni: moglie e figli come è messo? Ha paura?
«Ho avuto le mie storie, belle e brutte, ma adesso sto abbastanza bene da solo e sto cercando di crescere a livello personale senza immaginarmi per forza accanto a qualcuno».
Tempo fa raccontò di aver comprato una casa sull’Appia Antica aggiungendo che l’avrebbe pagata «per tutta la vita»: vive sempre lì?
«Sì, certo. Il problema è che mi sbagliavo: agli attori un mutuo lungo, da pagare con comodo, magari per tutta la vita, non lo danno. Per le banche dobbiamo estinguere il debito in tempi rapidi. Non si sa mai».
Altri conti da saldare, non economici, ne ha? Si è perso qualcuno di importante lungo la strada?
«Sono sempre stato abbastanza onesto, mi sono sempre fatto vedere per quello che sono, anche se il successo un po’ di esaltazione la fa vivere. Le cose vanno bene, ti pagano, fai un bel lavoro... Un po’ ci credi. Diciamo che dopo essere stato per un po’ “Egoardo”, un egoista, da un annetto ho rapporti più veri e profondi con le persone».
Sui social ho visto che indossa spesso maglietta con frasi di ogni tipo: quella che oggi meglio la definisce qual è?
«Non lo so. Forse adotterei una foto con un pesce rosso. Un pesce rosso con la pinna da squalo».