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 2026  aprile 26 Domenica calendario

Intervista a Caterina D’Amico

Caterina D’Amico, qual è il suo primo ricordo del cinema?
«Il primo film che ho amato: “Peter Pan”. Meraviglioso, l’ho visto, rivisto, e rivisto ancora. E poi avevo una passione per Danny Kaye. Da adulta ho capito perché: somigliava a mia madre».
Sua madre è Suso Cecchi D’Amico, probabilmente la più grande sceneggiatrice del cinema italiano. Che rapporto aveva con lei?
«Ottimo. Era una donna simpaticissima, una persona straordinaria. Io ho un carattere abbastanza ispido, anche un po’ dogmatico. Mia madre è stata un modello di vita: spargeva intorno a sé la serenità che viene dalla consapevolezza che tutto si può risolvere. Aveva il dono di sdrammatizzare».
Questo dipende dal fatto che avesse alle spalle una famiglia di grande spessore culturale? Suo nonno, Emilio Cecchi, è stato un noto critico letterario e sceneggiatore. Sua nonna, Leonetta Pieraccini, una pittrice e scrittrice.
«Probabilmente l’ambiente in cui si nasce e si cresce esercita un’influenza, ma credo che alla fine siamo noi che ci modelliamo, noi che diventiamo quello che siamo».
Ha conosciuto i registi con cui lavorava sua madre?
«Assolutamente sì. Mia madre ha sempre privilegiato la famiglia. Il lavoro era una cosa che le piaceva moltissimo, necessaria, perché, come ci hanno insegnato da piccoli, bisogna lavorare. Però non è il luogo dove ti realizzi. Ti realizzi in un luogo molto più complesso, che è il rapporto con gli altri, anche attraverso l’amicizia, la solidarietà. Le piaceva lavorare molto, ma a casa. Per cui, scrivendo in gruppo, gli sceneggiatori si radunavano in salotto. Lei e i suoi colleghi stavano seduti sui divani e conversavano lasciando la porta aperta. Quando mia madre lavorava con Antonioni, io entravo in questa stanza e chiacchieravo con loro finché mi andava. Nessuno me lo impediva».
Con quale regista sua madre aveva maggiore intesa?
«La vera amicizia, quella durata tutta la vita, è stata con Mario Monicelli. Sì, d’accordo, si parla sempre del rapporto di mia madre con Visconti, che c’era, esisteva, però Visconti era una persona che non frequentava così assiduamente casa nostra. Veniva soltanto d’estate. Lei e Monicelli erano tutti e due toscani, spiritosi, con un grande senso dell’ironia, per cui si prendevano sul serio fino a un certo punto. Erano di poche parole, però tra loro c’era un rapporto affettivo fortissimo, una grandissima solidarietà, pur nella diversità di caratteri. Monicelli, per esempio, non aveva questo grande rapporto con la famiglia. Le figlie, negli anni, mi hanno raccontato che non si occupava di loro. Ed è strano, perché Monicelli è sempre venuto a vedere i miei saggi di danza, quando ero piccola. Ma ne comprendo anche la ragione: con gli affetti vicini si ha più pudore. Quando mio padre è morto, Mario è stato straordinario. Non ha lasciato mia madre sola nemmeno per cinque minuti».
Suo padre è Fedele D’Amico, musicologo, critico musicale e teatrale, figlio di Silvio, fondatore dell’Accademia nazionale d’arte drammatica a Roma. Che coppia erano i suoi genitori?
«Mamma era spiritosa e leggera, anche con delle punte di frivolezza, mentre mio padre era un uomo serissimo. Lei gli ha tirato fuori il senso dell’umorismo, gli ha temperato la severità, gli ha insegnato a prendersi in giro. Li divideva il cinema. Mio padre se n’è distaccato molto presto, nonostante da giovane avesse curato le colonne sonore di alcuni film di Castellani. Si può dire che lui fosse entrato nel cinema prima di lei, e poi progressivamente se n’è disamorato. Non gli piaceva, tanto era legato al teatro. Verso la fine degli Anni 40 ha smesso di andare nelle sale, in pratica non ha mai visto i film scritti da mia madre, se non due o tre: “Ladri di biciclette” e poco altro. E mia madre era contentissima di questo, perché così evitavano screzi tra di loro».

Qual è il film a cui sua madre era più legata?
«Non lo so con precisione, penso ai grandi film di Visconti: ha amato particolarmente “Rocco e i suoi fratelli”. E anche un film di Castellani, si intitolava “Nella città l’inferno”, che lei aveva scritto per la Magnani. Era fiera delle sceneggiatura del “Processo alla città” di Luigi Zampa. In generale, però, era abbastanza disincantata, aveva la consapevolezza di fare bene il suo mestiere, ma non lo mitizzava affatto».
E lei invece?
«Beh, in cima al mio podio c’è “I soliti ignoti”, la prima sceneggiatura di cui abbia avuto consapevolezza. Avevo 10 anni e Monicelli mi regalò una macchina da scrivere per Natale. Imparai ad usarla e mia madre mi dava le scene da battere a macchina. Le copiavo per esercitarmi. Il film uscì a settembre, eravamo appena tornati dal mare a Castiglioncello. A casa c’eravamo soltanto io e lei. E, con aria furba, mamma mi disse: andiamo a vedere “I soliti ignoti”. Al cinema Adriano, grande, immenso, la sala era gremita e noi siamo rimaste in piedi. La gente rideva talmente tanto e talmente forte che le battute successive non si sentivano. E mamma me le sussurrava in un orecchio, perché le sapeva a memoria».
Lei viene da una forte tradizione cinematografica: si rimane impigliati in certe storie familiari?
«È così, si è impigliati e io ho cercato di svincolarmi. Non mi volevo occupare di spettacolo, mi piaceva molto, ma non sentivo nessun tipo di vocazione. Andavo al teatro e al cinema, ascoltavo la musica, mio padre a un certo punto ha provato anche ad insegnarmela, ma non avevo talento. Ho studiato danza, quella sì mi piaceva moltissimo. Ma volevo fare il sociologo. Mi ero innamorata dei libri di Umberto Eco. Quando ho preso la maturità classica, aveva appena aperto Sociologia a Trento. Dissi a mio padre che intendevo iscrivermi a quella facoltà. Mi chiese perché. Gli parlai di Eco. Lui mi disse: allora sentiamo cosa ne dice Eco. E un pomeriggio lo invitò a casa. Ero incredula, tremavo dall’emozione».
Eco la incoraggiò?
«L’opposto, stroncò il mio progetto di vita. Mi disse: “Stai sbagliando tutto, se studi sociologia ti faranno fare l’assistente sociale”. Mi chiese se parlassi inglese, gli risposti di no. E lui: “Devi studiare l’inglese e iscriverti a filosofia, poi ti prendi un Fulbright e vai in America per un anno”. E io: obbedisco. Mi iscrissi a filosofia e andai in Inghilterra a studiare l’inglese, che imparai molto bene. Tanto che alcuni colleghi di università mi proposero di entrare nella loro compagnia teatrale. È l’unica volta in vita mia che ho recitato ed è stato lì che ho capito che recitare non mi piaceva per niente, ma che il teatro era la cosa più bella del mondo. Quando sono tornata a Roma, ho mollato il Fulbright, le scienze sociali e tutto il resto, e ho cominciato ad occuparmi di teatro».
Ma il teatro sarebbe stato una tappa di avvicinamento al cinema. Lei ha dichiarato che venne scelta per dirigere la scuola del Centro Sperimentale di Cinematografia grazie alla sua agenda telefonica.
«Lo penso sul serio ma lo considero un punto di forza. Ero stata evidentemente capace di costruire una serie di contatti con professionisti nell’ambito dello spettacolo e quei contatti funzionavano. Ho collaborato per tanti anni al Festival di Spoleto. Ho lavorato come direttore di palcoscenico e come assistente alla direzione artistica. Ho gestito una piccola compagnia di teatro in lingua inglese a Roma. A un certo punto ho fatto l’aiuto regista con Giorgio De Lullo, sia nell’opera che nel teatro di prosa. Quindi mi sono sposata, ho avuto un figlio. In Italia il teatro lo fai se puoi muoverti. Io volevo stare con mio figlio, ho cambiato mestiere, per un po’ mi sono dedicata alla radio. E a un certo punto ho cominciato ad organizzare delle mostre sulle arti dello spettacolo, a raccontare un regista piuttosto che un compositore, uno scenografo o un costumista».
Infine è arrivata la chiamata di Lina Wertmüller.
«Sospetto che c’entrasse in qualche modo mia madre, che le abbia detto: guarda, mia figlia è brava. Lina venne chiamata al Centro Sperimentale e mi disse: “Se tu vieni con me, accetto. Altrimenti no. Perché io ci posso mettere la faccia, la firma, posso dare delle linee, ma mi serve una persona che stia sul posto dalla mattina alla sera”. E io ho pensato: tentiamo. Non avrei mai immaginato che sarebbe diventata l’esperienza più importante della mia vita».
Si aspettava la chiamata della Rai?
«Per niente, non ci volevo credere. Anche se una spiegazione me la sono data. Quando nacque Rai Cinema, stabilì un ottimo rapporto di collaborazione con il dirigente che si occupava delle opere prime e seconde. Avevamo costruito una specie di partenariato per cui Rai Cinema aveva un osservatorio privilegiato sui ragazzi di maggiore talento che uscivano dalla mia scuola. E, insomma, mi trovavo in una pasticceria, stavo facendo colazione con un danese e un cappuccino, e ricevetti una telefonata dal mio vecchio amico Giancarlo Leone: “Senti un po’, ma tu verresti a Rai Cinema?” Io: “Certo, ma a fare che?”. Lui: “A fare l’amministratore delegato”. Ero incredula: “Ma tu sei pazzo, non me lo offriranno mai”. Invece il ruolo mi venne offerto da Claudio Cappon. E io ho fatto quello che volevo nel bene e nel male, naturalmente rispettando l’immagine della Rai. Quando lavoro in un posto l’obiettivo è migliorarlo, modellarlo, non buttarlo via e sostituirlo con qualcos’altro. Che senso ha? Non sono come quei registi che prendono un testo e lo stravolgono, lo riscrivono. Allora perché lo prendi?».
In che condizioni versa il cinema italiano?
«Tanti anni fa sono stata invitata a un convegno. Mi sono ritrovata a cena e al tavolo c’era un cineasta greco che a un certo punto mi disse: “Ma voi in Italia avete avuto dei cineasti straordinari. Il cinema italiano degli Anni 40-50-60 era meraviglioso, il primo cinema al mondo. Com’è che adesso non fate più niente?”. E io ribattei: “Com’è che dopo Fidia non ho più sentito parlare della scultura greca?”. Ci sono i corsi storici, va bene, dei periodi in cui la società di un Paese, la cultura di un Paese, sono talmente effervescenti che devono esplodere. E ci si nutre gli uni degli altri. Ma, a un certo punto, subentra un esaurimento, una stanchezza. È quello che ci sta succedendo. Viviamo un momento complicato in cui non si capisce bene chi ci sia dall’altra parte, per chi stiamo scrivendo, o realizzando un film. Un tempo c’era un pubblico, anche complesso, non univoco, però più o meno lo vedevi. Adesso chi ci sta guardando dietro le piattaforme? È una crisi dalla quale si esce con fatica. Ammettiamolo, non è stata una grande annata per il cinema».
Intende quello italiano?
«Sì, il cinema italiano. E, per la verità, non solo. Quest’anno il film che mi è piaciuto di più in assoluto è quello di Panahi, “Un semplice incidente”. Racconta una storia tremenda strappando delle risate. Una commedia all’italiana. Mi è piaciuto molto anche una “Battaglia dopo l’altra”, un’altra storia terribile raccontata con tanta ironia e con uno sguardo spietato sulla realtà».
E come vengono scritti i film di oggi? Peggio o meglio che in passato?
«Credo che l’ossessione della politica distributiva delle piattaforme appiattisca un po’ tutto. Si cerca la sensazione, l’eccesso, bisogna stupire in continuazione. Mia madre diceva: “In quello che fai, devi sapere dove mettere l’accento”. Una scena madre non può essere tutta accentata, non puoi gridare sempre, sennò il grido non si percepisce più».
Lei ha fatto tanti mestieri, a differenza dei suoi genitori, tranne la sceneggiatrice. Perché?
«Perché scrivere è faticosissimo, difficile, terribile. Forse sono più superficiale, anche se in fondo credo di essere una persona molto pignola. Mi creda, la versatilità è un lusso che mi sono regalata. Io ed Enrico Vanzina, da ragazzini, da adolescenti, post adolescenti, avevamo scritto tante cose insieme, commedie e testi teatrali, ci siamo divertiti molto, tutte cose rimaste assolutamente tra me e lui. Fare tanti mestieri è un po’ come vivere tante vite e vedere le cose da tanti punti diversi. Questo mi piace. Arriva un momento in cui senti che non hai più niente da dare in quel lavoro, che devi cambiare. E allora avverti dentro di te una freschezza, un’allegria, la gioia di scoprire e costruire qualcosa di nuovo. Perché se stai fermo, non evolvi».