Specchio, 26 aprile 2026
Intervista a Jay McInerney
Jay McInerney è un noto scrittore americano, romanziere, sceneggiatore e intenditore di vini. Ha pubblicato di recente See You on the Other Side, l’attesissimo volume finale della sua tetralogia Si spengono le luci, La luce dei giorni e Good Life.
Lei è nato nel 1955 e ha vissuto in Giappone. Quando è arrivato a New York?
«Sono arrivato dal Giappone nell’autunno del 1979, e da allora sono rimasto in questa città».
Perché ha ambientato “See You on the Other Side” nella Harlem del Covid?
«Si è trattato di un evento che ci ha colpiti tutti. Il libro inizia da un party nel marzo 2020, pochi giorni prima del lockdown, quando tutto quello che faceva di New York la New York che conosciamo era sparito all’improvviso».
Lei era in città?
«Avevo passato quasi tutto il tempo a Long Island, perché tutto quello che amavo di New York aveva chiuso: no ristoranti, niente feste e inaugurazioni di gallerie, nessuna prima del cinema, una città di architettura più che di persone. Ho preso il Covid a novembre e sono rimasto in città solo per quel periodo perché non volevo contagiare nessuno».
Quanto tempo ha impiegato a scrivere il libro?
«Circa due anni e mezzo. Di solito inizio alle 9 del mattino e scrivo per circa quattro ore, fino all’ora di pranzo. Se tutto va bene, proseguo per un po’ dopo pranzo».
Fa molte stesure prima di consegnare il manoscritto all’agente o all’editore?
«Di solito faccio tre stesure. Quando inizio un libro non so bene come andrà a finire. Avevo l’idea di scrivere un libro sulla New York del Covid, e avevo già i personaggi, che erano apparsi nei libri precedenti».
Come lei, il protagonista Russell è un intenditore di vini, ma durante il Covid ha cominciato a bere troppo?
«Molti hanno bevuto troppo durante il Covid, per l’ansia e perché il loro grafico di lavoro era saltato. Russell apprezza il vino, è uno dei piaceri della sua vita. Io scrivo del mondo che conosco, sperando che a chi ne resta fuori possa interessare scoprire il mondo speciale di Russell e Corrine».
La città è cambiata molto da quando ha scritto il suo primo bestseller, “Le mille luci di New York”?
«Quando ero arrivato la città aveva tanti brutti quartieri con criminalità, povertà e droga. Non è più così. C’è stata la gentrificazione, e i benestanti si sono trasferiti in quartieri un tempo emarginati. C’è chi dice che la città è diventata più bella, pulita e prospera, e altri dicono che i giovani scrittori, poeti e ballerini non riescono più a trovare un appartamento a buon prezzo. La città è cambiata anche dopo il Covid: i ristoranti non sono più aperti fino a tardi, molti lavorano da casa, non è più vivace come un tempo. È sempre New York, è sempre favolosa, ma non è più la città che conoscevo».
Con meno creatività, si parla più di denaro?
«Sì, forse troppo. Manhattan non è più creativa come un tempo, ma Brooklyn, dove sono andati molti giovani, è sempre New York, che resta la città più interessante in America. Chi viene qui è ambizioso ed energico, vogliono fare qualcosa vogliono avere successo. Sono queste persone a rendere New York così interessante».
Come americano e newyorkese, cosa pensa del nuovo sindaco Zohran Mamdani e di quello che succede nel Paese in generale?
«Sono due piani molto diversi. Trump è un disastro a ogni livello. Il nostro sindaco è di sinistra, è l’opposto di Trump. Non so se farà del bene alla città. Ha molta energia, ma se alza troppo le tasse la gente e le aziende potrebbero lasciare New York. È ancora nei suoi primi 100 giorni, è troppo presto per giudicare, ma è interessante che abbiamo eletto un democratico socialista e musulmano, in una città da sempre molto ebraica».
Come intellettuale umanista che ama la democrazia, come si sente nell’America di oggi?
«Mi sento molto alienato dalla direzione che ha preso sotto il presidente Trump, pericoloso, pazzo, forse anche a causa della senilità. Spero che il Paese possa sopravvivere ad altri due anni e mezzo, sarà difficile. Finora è stato sostenuto dai religiosi, ma ora i cattolici gli si sono rivoltati contro dopo l’attacco al Papa. È troppo presto per dire, ma spero che venga rimosso in qualche modo, perfino i repubblicani sembrano preoccupati da lui».
La gente della Silicon Valley lo sostiene ancora?
«Finché potranno fare soldi lo sosterranno».
Cosa pensa dell’intelligenza artificiale, l’argomento più discusso oggi?
«Non ci penso molto. Cambierà il mondo, ma io non sono abbastanza giovane da poterlo vedere. Cambierà la scrittura. Comprometterà il processo artistico. Io non so utilizzarla, ma può imitare qualunque scrittore, me compreso. Può imitare qualunque voce, ma non credo possa crearne una originale».
Ha iniziato a scrivere da giovane, e ha avuto abbastanza successo da potersi permettere di fare solo lo scrittore, invece di andare a lavorare alle poste o in banca?
«No. O a insegnare. È il classico lavoro degli scrittori americani, ma io non ho dovuto farlo».
Ha sempre saputo che avrebbe fatto lo scrittore?
«Sì, amavo leggere e raccontare storie. Il primo scrittore che mi aveva ispirato era stato Jack London, uno scrittore serio che però aveva scritto anche cose che potevano interessare un ragazzo di dodici, tredici anni come me. In seguito mi sono appassionato alla poesia di Dylan Thomas».
Non è diventato un poeta però.
«Per fortuna ho deciso di non farlo, da poeta sarebbe stato difficile abitare a Manhattan. Ho scritto poesia per anni, e poi ho scoperto James Joyce e ho deciso che volevo fare narrativa. Quello che mi interessava di Joyce era il suo uso straordinario del linguaggio, e dei modi diversi di storytelling. L’Ulisse è un manuale dei diversi modi di raccontare una storia».