Specchio, 26 aprile 2026
Gli Eugenio in Via Di Gioia parlano della loro carriera
Eugenio Cesaro, Emanuele Via, Paolo Di Gioia e Lorenzo Federici sono insieme da 13 anni, canzone dopo canzone hanno intrapreso un viaggio che, oltre ad essere un percorso artistico e professionale, è stato ed è un inno all’amicizia. Insieme sono gli Eugenio in Via Di Gioia e quel viaggio hanno deciso di raccontarlo e in un libro autobiografico, Storie di una band che non è ancora sciolta (Rizzoli), arrivato da pochi giorni nelle librerie, il 21 aprile. A inizio mese hanno anche annunciato il loro primo live all’Unipol Arena di Milano, l’appuntamento è per il 5 maggio 2027.
Parafrasando la signorina Silvani, potremmo iniziare con un “Ah, anche scrittori!”. Quando è nata l’idea del libro?
«Dopo tanti diari di bordo scritti negli anni e dopo aver collezionato tante storie e aneddoti. Ci siamo detti che sarebbe valsa la pena cercare di raccoglierli in un posto per non dimenticarceli. Almeno per noi. Così, quando è arrivata la proposta di fare un libro, abbiamo colto l’occasione».
Il titolo è già tutto un programma, la chiave è in quell’«ancora».
«Si sa che le band, a un certo punto si sciolgono, ed è uno dei momenti più alti, diciamo il picco, di un progetto musicale perché il pubblico si affeziona e invece quelli si separano. Ci sono due cose che attraggono le persone: l’amore e la morte. L’avevano capito già i greci, eros e thanatos, noi siamo ancora nell’eros, chissà se un giorno ci sarà anche la morte».
Per raccontare la vostra storia avete preso due parole a testa, come le avete scelte?
«Abbiamo individuato una cinquantina di parole legate alle nostre esperienze e poi ciascuno ha scelto le sue. L’unica cosa alla quale abbiamo fatto attenzione è che gli aneddoti non si ripetessero».
Lorenzo, tu hai “Provincia” e “Cambiamento”, come colleghi queste due parole?
«Molti dei cambiamenti che ho vissuto non sono avvenuti in provincia, ma a Torino: a volte le province rimangono quasi sotto l’effetto di un incantesimo, restano fisse e il tempo sembra non mutare. In realtà però il tempo cambia e passa per tutti, le persone cambiano, quello che avviene attorno a noi muta il tempo. Anche nelle piccole province, sebbene sia più difficile vederlo».
Paolo, le tue sono “Cibo” e “Crescere”.
«Vicine funzionano: il cibo serve a far crescere. Come band siamo molto legati alla parola cibo, io poi adoro mangiare e cucinare. E trovo che il cibo abbia una sorta di vicinanza al nostro progetto artistico. Lo racconto in vari aneddoti nel libro, che è anche un percorso crescita. Ci sono i nostri primi panini, i kebab e i nostri primi ristoranti in tour, quelli che costavano poco per risparmiare. E tutto è legato al processo di crescita. Attraverso queste due tematiche capisci anche cos’è una band. In una band ci sono gli altri a tirarti su quando non stai bene ed è capitato che mangiare tutti insieme abbia aiutato. Forse è anche per questo che dopo 13 anni siamo ancora legati. Aiutarsi nelle difficoltà ci ha unito ancora di più, cosa rara in una band».
Eugenio, “Gioco” e “Viaggio” come le mettiamo insieme?
«Sono due metafore attraverso le quali ho raccontato gli Eugenio in Via Di Gioia. Ho parlato del cubo di Rubik, un elemento di gioco che – come sanno i nostri fan – è anche all’interno della scaletta dei nostri concerti ed è esso stesso una metafora. E poi c’è il viaggio, ho fatto da poco il cammino di Santiago con mio padre, e anche quello è una metafora incredibile della vita. Credo che chiunque leggerà il libro potrà ritrovarci qualcosa che richiami le sue esperienze e ricordi».
Per Emanuele ci sono “Sogni” e “Palcoscenico”.
«Da bambino io non sognavo di fare il musicista. Mi ero iscritto all’università per fare una professione che mi desse sicurezze. È il modo con cui ho affrontato ogni passaggio della mia vita. Alla concretezza ho aggiunto però un pizzico di sogno. E mi sono sempre sorpreso quando vedevo che le cose, alla fine, passo dopo passo si realizzavano. Lo stesso discorso vale per il palcoscenico: quando eravamo ventenni non pensavamo di salire su chissà quale palco, è stato un susseguirsi di piccoli passi e di piccoli locali che non sapevamo che ci avrebbero portati al Forum di Milano. Forse sarà anche quello un altro passo verso qualcosa di ancora più bello e grande, chi lo sa?».
C’è una parola che manca, a mio parere, perché in realtà è contenuta in tutte le altre: amicizia.
«Vero, la trovi già in tutti i capitoli: abbiamo la fortuna di essere quattro amici che stanno bene insieme».
Eravate quattro amici al bar, ma in questa storia nessuno è rimasto da solo, anzi sono arrivate anche mogli e figli: il tavolino del bar è diventato una tavolata?
«Bella questa metafora... sì, la nostra è una tavolata, ci piace molto immaginarci il pubblico, le persone che ci vogliono bene e ci seguono, aggiungersi a quella tavola. Negli anni ci è capitato di fare dei video in cui c’erano delle tavolate. Abbiamo un ricordo molto bello di uno fatto con in Pinguini Tattici Nucleari: eravamo a casa di Elio Biffi, tutti seduti alla stessa tavola a cantare Via con me di Paolo Conte. Negli anni la tavolata è stato un momento di incontro, non solo tra noi quattro. Adesso sembra addirittura essere di moda: Olly nel suo live mette in scena una tavolata con gli amici e suona, una cosa simile la fanno i Pinguini. Lì c’è l’essere gruppo, la condivisione».
Qual è stata la vostra lite peggiore?
«Ovviamente capita di litigare perché abbiamo quattro caratteri diversi, ma non c’è mai stato uno scontro sensazionale. Siamo una band molto democratica, ogni scelta comporta un lungo percorso decisionale e si discute fin quando non c’è l’unanimità. Una bella chiacchierata tra amici risolve tutto».
Paolo, nell’epilogo, scrivi di un lutto, la morte di tua mamma, ma lo fai virando su ciò che invece la vita ha saputo darti.
«È stato un punto di svolta della mia vita, la presenza di questi tre amici è stata fondamentale, così come quella della mia compagna. Quando prendi un colpo che arriva all’improvviso la vita può anche regalarti delle gioie. Quel periodo per me resta indimenticabile, sia in negativo che in positivo. Sono felice per come è andata, alla fine, e pure questo fa parte del percorso degli Eugenio: nelle difficoltà più grandi, se uno dei tre va giù, gli altri lo tirano su. Io in quel momento ho avuto bisogno di qualcuno a cui appoggiarmi e li ho trovati pronti a sorreggermi. Sono i miei amici da 13 anni».
Tra un anno, vi aspetta il Forum di Assago: l’idea vi entusiasma o vi spaventa?
«È un bel mix. Sai quando hai il primo appuntamento con una ragazza e ti chiedi se le piacerai o no? Senti quel brividino ma sei pronto a buttarti perché ti piace troppo. Ad oggi le sensazioni sono positive perché dopo l’annuncio abbiamo subito sentito una risposta calorosa. Vedremo nei mesi successivi se la bilancia penderà dalla parte dell’entusiasmo. Dopo tanti sold out in spazi più piccoli come l’Alcatraz di Milano, il Concordia di Venaria o l’Atlantico di Roma, abbiamo deciso di scommettere: si rischia o si resta sempre lì dove si è. Abbiamo deciso di rischiare».
Avrete degli ospiti?
«Sì, ma mancano 13 mesi, è davvero troppo presto per scendere nei dettagli».
Il libro c’è, il super live anche. Il nuovo album quando lo ascolteremo?
«Arriverà poco per volta, cominciamo con il singolo Baciamoci in uscita martedì 28. Poi continueremo a invitare gente alla nostra tavolata, proprio perché la persone sentono come noi la necessità di stare insieme. Tutto questo sarà nel nostro futuro e nelle prossime canzoni».