Specchio, 26 aprile 2026
La lunga avventura del Corriere di Tunisi
In una spiaggia poco lontana da qui sbarcò nel lontano 1829 Giulio Finzi, il suo avo. Ebreo, giunse da Livorno. «Là c’erano stati gli ultimi moti carbonari e la mia famiglia aveva aderito alla Giovine Italia. Erano repubblicani e minacciati: siamo arrivati qui come esuli e siamo stati accolti dalla Tunisia», ricorda Silvia, la sua discendente, che parla un italiano perfetto (e lo ha insegnato a generazioni di tunisini all’università pubblica di Tunisi). In una tasca ha il passaporto tunisino, nell’altra quello italiano. Sono trascorsi quasi due secoli, ma nella sua casa antica, al Kram, uno dei quartieri al mare, dove avevano le loro residenze estive le principali famiglie di ebrei labronici di Tunisi (ora è rimasta solo lei), si sente ancora molto una certa Livorno, la sua passione per i dibattiti politici, le battute sferzanti, la voglia di accogliere della città. Chissà quando è stata l’ultima volta Silvia a Livorno, ma poco importa.
Lei, che ha settant’anni, è anche la direttrice di Il Corriere di Tunisi, l’unico giornale in italiano pubblicato in Tunisia e in tutto il Maghreb. Facciamo un passo indietro: Giulio Finizi, l’antenato mazziniano, era un rilegatore, ma qui aprì presto una tipografia e iniziò a stampare i primi giornali del paese, a un certo momento pure in italiano (il numero di connazionali era sempre più elevato): tra questi, Il Corriere di Tunisi, che, però, venne chiuso subito dopo il 1881, quando iniziò il protettorato francese (Parigi diffidava sempre più di questi italiani, che arrivarono a superare le 100 mila unità, la comunità di europei più numerosa in loco, anche dei coloni francesi). Nel febbraio del 1956, un mese prima dell’indipendenza, ricominciò ad apparire come settimanale Il Corriere di Tunisi, su iniziativa di un gruppo di personaggi visceralmente antifascisti, con in testa il nonno (Giuseppe, il primo direttore) e soprattutto il padre di Silvia (Elia), che in seguito sosterranno anche finanziariamente il giornale grazie ai proventi della tipografia. Questa è stata chiusa nel 2012 (l’anno della morte di Elia) e da allora Silvia, in parallelo docente universitaria, ha ripreso da lui le redini del Corriere. Oggi mensile, il giornale resiste: vende su carta tra le 3mila e le 5mila copie, grazie a un finanziamento della Presidenza del Consiglio italiano, ma soprattutto al volontariato di chi ci lavora.
Gran parte delle copie sono spedite all’estero, in Europa e nel Nordamerica: «Una parte dei lettori è rappresentata dagli italiani che risiedevano in Tunisia e che furono costretti a partire negli anni successivi all’indipendenza. E dai loro discendenti. Oggi vivono in Italia, Francia e perfino negli Stati Uniti», sottolinea Cinzia Olianas, sarda, archeologa, che vive a Tunisi da una decina d’anni («già ero venuta prima per gli scavi») e caporedattrice del Corriere dal 2016. Questo è letto anche dai “nuovi italiani” della Tunisia, chi viene qui per attività economiche, giovani che studiano o lavorano per Ong e organizzazioni e numerosi pensionati, che possono beneficiare di una defiscalizzazione importante nel paese nordafricano. Poi ci sono i tunisini che parlano italiano. «Tra gli anni Settanta e Ottanta l’unica tv straniera che si poteva vedere era la Rai», sottolinea Silvia. C’è una generazione over 50 anni che ricorda perfettamente Pippo Baudo e Raffaella Carrà, sono gli ex ragazzi della Rai. «Il nostro giornale – aggiunge Cinzia – è anche uno strumento pedagogico per i giovani tunisini che studiano oggi la nostra lingua». Loro, in un paese dalla crisi economica endemica, guardano all’Italia come a una nuova California, ma con una libertà limitata per passare il mare e raggiungerla, viste le difficoltà sempre più grosse per strappare i visti in Europa.
Nel giornale si pubblicano articoli di vario genere, «ma molti sono di tipo culturale», ricorda Cinzia Olianas. Nel numero di gennaio, ad esempio, un dossier sui musicisti italiani che operarono in Tunisia. E in quello di febbraio uno sui magnifici mosaici romani antichi esposti in diversi siti. «Privilegiamo anche il tema della migrazione – aggiunge Silvia Finzi –, quella diretta da qui verso il Nord ma senza dimenticare l’altra che un tempo arrivò dalla sponda settentrionale in Tunisia». Erano i siciliani poveri che, in particolare dalla fine dell’Ottocento e fino al secondo Dopoguerra, venivano a cercare fortuna. Viaggiavano sui barconi (allora senza motore), sfidando il mare, come fanno oggi i tunisini e i subsahariani che, in senso inverso, tentano di raggiungere Lampedusa, e alimentarono il grosso della comunità italiana, dove, invece, nella minoranza più abbiente spiccavano proprio gli ebrei toscani, caratterizzati da una laicità dichiarata e un grande attaccamento alla patria italiana, emancipati e diremmo oggi progressisti. Per i Finzi e per altre famiglie con le stesse origini quel background è il loro “fil rouge” dal lontano 1829 a oggi. Già nel 1849, dopo il crollo della Repubblica romana e l’insuccesso di quel tentativo repubblicano e antipapale, Giulio Finzi, l’avo, andò al porto di Tunisi di persona ad accogliere i nuovi esuli in arrivo, negoziando il loro sbarco con il bey.
In questi mesi cadono i 70 anni dalla nascita di Il Corriere di Tunisi. In città dal 21 al 23 maggio si terrà un convegno (dal titolo “La lingua e la cultura italiane in Tunisia"), che ricorderà anche quel gruppo di sognatori che fondò il giornale, antifascisti nell’anima, ma ognuno con le sue idee, eppure amici. «Mio padre e mio nonno erano socialisti – ricorda Silvia –. Poi ce n’erano altri di matrice più liberale e repubblicana, vicini al Partito d’azione. Giulio Baresi, invece, era di idee anarchiche e poi si avvicinò ai comunisti. Un altro, Nullo Pasotti, era socialista, ma il padre era anarchico e, quando alla nascita era andato a iscriverlo all’anagrafe, aveva chiesto che si chiamasse Bakunin, ma rifiutarono. E quindi misero Nullo». Nel primo numero, l’editoriale (intitolato “Premessa") fece un parallelo tra la Liberazione dal fascismo in Italia e la successiva ricostruzione del paese con la fine del colonialismo in Tunisia e la sua raggiunta indipendenza. Gli italiani progressisti di Tunisi, emarginati dai francesi (e perseguitati durante il periodo di Vichy), si erano schierati fin dagli inizi (per primi i comunisti) con i tunisini che combattevano contro i colonizzatori. Nell’editoriale si invitava gli italiani a restare e a collaborare con la Tunisia indipendente. Ma quello fu un sogno infranto, perché presto le nuove autorità (con il presidente Habib Bourguiba) iniziarono a negare agli italiani il rinnovo delle carte di lavoro e di quelle di soggiorno. Nel 1963 iniziarono gli espropri e la parte più grande della comunità (ma mai i Finzi e pochi altri) se ne andarono, con poche cose infilate in una valigia: una tragedia ignorata in Italia e rimossa a lungo dai diretti interessati. Ma che da pochi anni riaffiora.
In quella fase così difficile per la comunità, si tenne nel 1957 il concorso “La più bella italiana di Tunisi”, organizzato con il patrocinio del Corriere e vinto da una sconosciuta Claudia Cardinale, nata e vissuta da queste parti. «Fu mio padre Elia – conclude Silvia – a convincere la sua famiglia a permettere a Claudia di partecipare». I genitori erano di rigidi principi e diffidavano dell’evento. O, al limite, avrebbero preferito che si candidasse Bianca, la sorella. In palio per la reginetta c’era un viaggio immediato direzione Venezia, per partecipare alla Mostra. Dove Claudia, l’italiana di Tunisi, spiccò il volo.