Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 26 Domenica calendario

L’Italia dei single

Essere o non essere single? La singletudine sta al mondo moderno come la casalinghitudine (nel senso più ampio e comprensivo del neologismo che dà il titolo al celebre romanzo di Clara Sereni) sta agli Anni Settanta, dove ogni piatto cucinato da una donna contiene oltre agli ingredienti canonici, mille altri ingredienti, che coprono un ampio spettro di emozioni e relazioni umane. Tra questi anche rivendicazioni di libertà e di autonomia, come il polpettone di tonno di Sereni portato a casa dei suoceri per il pranzo di Natale per scardinare la tradizione della casa maritale (dove si è sempre mangiato cappone) e segnare i limiti della propria identità e individualità.
Viene in mente questo paragone quando si parla della prevalenza del single, perché è un fenomeno così complesso e intricato da non poter essere spiegato con i semplici dati della demografia. Anche la singletudine ha i suoi mille piatti, e ognuno se li cucina a modo suo.
Partiamo comunque dai numeri, che fotografano uno stato di fatto. In Italia (dati Istat 2025) oggi i single sono 6,3 milioni e rappresentano circa una famiglia su quattro. Sono già di più delle coppie con figli e anche delle coppie senza figli. Sono cresciuti anche i genitori soli con figli (una famiglia ogni dieci). Le proiezioni dicono che nel 2050 il 41 per cento delle famiglie sarà formato da una sola persona e solo due famiglie su dieci in Italia sarà composta da una coppia con figli.
Stiamo diventando una società di single. Questo è chiaro e la tendenza pare irreversibile. Non è un fenomeno solo italiano. Il settimanale americano Newsweek un paio di settimane fa ha dedicato la copertina alla questione. Titolo: La pandemia dei single. Lei in abito da sposa seduta sullo strato più alto di una torta nuziale, lui in basso, entrambi con un telefonino in mano che digitano il contrario della formula di rito del matrimonio: “I don’t”, “no, non voglio”. Una lunga inchiesta spiega gli ingredienti americani del perché così poche persone negli Usa vogliono sposarsi e avere figli. Il fenomeno è in ascesa, con buona pace dei sostenitori trumpiani, dagli evangelici ai pro-vita ai movimenti cristiani procreazionisti. Il motivo è semplice, e vale anche per la singletudine italiana e di tutte le società avanzate: le nuove generazioni hanno scoperto che da soli si può vivere bene e forse meglio che in coppia.
Le donne (e non solo loro) vedono nel matrimonio e nella procreazione un freno alla propria realizzazione personale e alla carriera. È caduto in parte lo stigma sociale che additava il single come elemento “deviato”, ovvero non funzionale alla società. Internet e le app social si stanno rivelando strumenti che aumentano l’individualismo e l’isolamento più che favorire la socialità. Il risultato è che i single aumentano e i figli diminuiscono, perché questo è il risvolto demografico più evidente della singletudine per scelta, del polpettone di tonno gettato sul tavolo della famiglia tradizionale, insomma.
Contare i single è importante, ma non è sufficiente a spiegare il fenomeno. Newsweek parla di “pandemia” e nel titolo c’è l’implicazione negativa del single visto come una malattia. Non è così, ovviamente. Single sono i giovani che si trasferiscono in un luogo diverso per studio e per lavoro e non guadagnano abbastanza per mettere su famiglia. Single sono i divorziati, che scelgono di non avere una nuova relazione stabile (per lo più donne). Ci sono anche persone che vivono da sole ma dentro una relazione, i cosiddetti Lat, (living apart together): si riducono gli attriti dovuti alla convivenza quotidiana, si salvano i propri spazi e abitudini. È una scelta più costosa, riservata a chi può permettersi due case, comune tra i giovani che non vogliono rinunciare all’indipendenza ma più popolare tra gli adulti più anziani, abbienti, che hanno carriere consolidate e separate, magari vivono in città o Paesi diversi, o persone divorziate, che vogliono ridurre la minimo i disagi e le frizioni per figli avuti da relazioni precedenti.
Essere o non essere single? Tornando alla domanda iniziale, nei vari piatti della singletudine esaminati finora prevale l’aspetto della scelta. Siamo di fronte a una trasformazione profonda della società ma è anche un problema da risolvere, per chi non può scegliere il polpettone di tonno. Perché aumentano di pari passo anche i single per necessità. Sono gli anziani.
Già oggi, tra gli over 75 una donna su due vive da sola. Sono principalmente vedove, perché la vita media maschile è più breve. Nel 2050 (Istat) gli over 65 che vivranno da soli saranno 6,5 milioni, contro i 4,6 milioni del 2024. Due milioni di single in più. E qui la singletudine ha poco a che fare con il glamour, la libertà personale, l’autonomia, le esperienze e i viaggi. Qui essere singoli è spesso sinonimo di solitudine e isolamento. Spesso persone non autonome, senza rete sociale, senza la protezione della famiglia tradizionale.
E si apre un capitolo enorme, che andrebbe indagato al di là dei numeri e che porterà a una trasformazione ancora più radicale della nostra società. Pensioni, servizi sociali, accudimento, tutto dovrà cambiare per far fronte a questo esercito di nuovi single. Partendo da qualcosa che già sappiamo, perché gli studi su alcuni aspetti già ci sono: vivere da soli impatta negativamente sulla salute e aumenta la mortalità. Questo è il piatto amaro che dovremo capire come addolcire.