La Stampa, 26 aprile 2026
L’Iran possiede 11 tonnellate di uranio
Undici tonnellate. È la quantità di uranio, arricchito a vari livelli, che la Repubblica islamica avrebbe accumulato negli anni, al riparo del cono d’ombra calato sui suoi siti nucleari dopo il ritiro dal Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) dell’era Obama da parte della prima Amministrazione Trump nel 2018 e la reintroduzione delle sanzioni. Una scorta che, se ulteriormente lavorata, secondo gli ispettori internazionali citati dal New York Times potrebbe bastare a produrre fino a 100 armi nucleari. Il fatto che il materiale sia stoccato in siti fortificati, complica ulteriormente il monitoraggio e qualsiasi tentativo di limitare la capacità nucleare iraniana.
Un bel grattacapo per il presidente degli Stati Uniti che, lo pungola il Nyt, «cerca di abolire l’arsenale atomico iraniano» pur trattandosi di «un problema che ha contribuito a creare» nel momento in cui si è ritirato dall’accordo sul nucleare e, insiste il quotidiano di New York, «complessa eredità della sua decisione presa otto anni fa». Come dire a Trump: chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Perché, è l’opinione del Nyt, quell’accordo avrà pure presentato difetti e omissioni e sarebbe scaduto dopo 15 anni, lasciando all’Iran la libertà, dopo il 2030, di produrre tutto il combustibile nucleare che desiderava. Tuttavia risulta che la maggior parte delle scorte di uranio sia stata accumulata dopo l’abbandono del Jcpoa, entro il cui perimetro, invece, Teheran aveva ridotto le proprie riserve di circa il 97%, accettando rigide limitazioni sia sui livelli di arricchimento sia sul volume totale. Se all’epoca il materiale rimanente non sarebbe più stato sufficiente nemmeno per un singolo ordigno nucleare, oggi il potenziale stimato sarebbe nell’ordine di grandezza di quello dell’arsenale israeliano (anch’esso ipotizzato: lo Stato ebraico non ha mai confermato né smentito di essere in possesso dell’arma atomica).
Eguagliare o superare il successo diplomatico di Obama, per il Nyt, è una delle sfide più complesse che attendono il trio Trump-Kushner-Witkoff.
Per Jacob Nagel, ingegnere israeliano che ha fatto parte dell’unità d’élite 8200 dell’intelligence militare e oggi è analista della Fondazione per la Difesa della Democrazia, sarebbe inaccettabile accontentarsi della sospensione dell’arricchimento, fosse anche per decenni, e del trasferimento dell’uranio più arricchito dalla Repubblica islamica all’estero (e certamente non in Russia o in Pakistan). «È fondamentale – spiega Nagel – garantire che l’Iran non si trovi in una “zona immune” per quanto riguarda il materiale fissile, trasferendolo assieme a diverse centinaia di centrifughe che il precedente accordo sul nucleare gli ha permesso di sviluppare».
Il problema, tuttavia, rischia di trovarsi a monte. Il politologo iraniano-israeliano Meir Javedanfar sostiene che Teheran non sia intenzionata nemmeno ad affrontare il tema del trasferimento del loro uranio arricchito. «Per quanto li riguarda – sostiene il professore – la vicenda dello Stretto di Hormuz ha distolto l’attenzione dal programma nucleare e missilistico iraniano. Questo, almeno, è il vantaggio che i falchi del regime vogliono continuare a sfruttare».