la Repubblica, 26 aprile 2026
Iran, il basso profilo di Rubio per le presidenziali 2028
Che fine ha fatto Marco Rubio? Perché il segretario di Stato è quasi sparito dalla trattativa con l’Iran, che in teoria dovrebbe essere il suo mestiere, come col predecessore John Kerry quando aveva negoziato l’accordo sul nucleare Jcpoa? La risposta forse sta nell’ennesimo stop al dialogo, se non ancora il suo fallimento, per l’impatto che l’avventura nel Golfo Persico rischia di avere sul futuro politico dei suoi protagonisti. Tanto che il Partito repubblicano starebbe studiando una campagna elettorale per midterm che non sconfessi le politiche del presidente, ma senza la sua presenza.
Non è un mistero che Rubio accarezzi l’idea di candidarsi alla Casa Bianca nel 2028 e quindi cerca di conservare un ruolo chiave nella gestione del dossier, senza però esporsi al punto di perdere la popolarità necessaria a correre per la presidenza. Non è emarginato, anzi il suo rapporto con Trump si è rafforzato negli ultimi mesi, però ha evitato di compromettersi come il vice Vance, che rischia di perdere la nomination fino a pochi mesi fa data per scontata. A questo scopo sfrutta il suo doppio ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale, restando più possibile vicino al centro di gravità dell’amministrazione.
Come capo della diplomazia ogni negoziato ricadrebbe nel portafoglio del segretario di Stato, ma Trump finora ha preferito affidarsi all’amico immobiliarista Steve Witkoff e al genero Jared Kushner, da Gaza all’Ucraina, passando dall’Iran. Rubio non ha obiettato, limitandosi a scegliere i suoi interventi, come aveva fatto nella trattativa lampo di Ginevra su Kiev, oppure in questi giorni con quella fra Israele e Libano, forse perché sapeva che aveva una ragionevole possibilità di ottenere un risultato positivo, almeno nell’immediato. Sull’Iran ha lasciato che Vance assumesse la guida del negoziato, sfruttando la richiesta venuta dagli stessi iraniani di discutere con lui, perché sapevano del suo scetticismo verso l’intervento nel Golfo Persico.
Così l’esperto e furbo ex senatore della Florida ha raggiunto il doppio obiettivo di non incrinare il rapporto con Trump, che avrà un ruolo decisivo nella scelta del successore, ma allo stesso tempo non perdere popolarità con la base repubblicana, non convinta dell’operazione militare. Vance invece ha avuto tensioni col presidente, senza riuscire ad usare la propria opposizione alla guerra per consolidare il sostegno della base Maga, che anzi ora lo vede tra i responsabili di un conflitto mai voluto, anche per il fallimento della trattativa per chiuderlo.
Rubio non è stato emarginato come la direttrice nazionale dell’intelligence Tulsi Gabbard, sparita dall’orizzonte, al punto da generare mormorii sull’opportunità di cancellare la sua carica, vista la sua inutilità. Quando il presidente ha ordinato l’attacco il segretario di Stato era con lui in Florida, a differenza di Vance, e sfruttando il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale è rimasto al centro dell’azione. Nello stesso tempo si è tenuto abbastanza defilato per evitare di esporsi e far scivolare la sua popolarità come quella del presidente, intervenuto ieri alla cena annuale dei corrispondenti della Casa Bianca, compromettendo le possibilità di prendere il suo posto.